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Il Mercante di Venezia: a ciascuno la sua parte

di Lucia Pugliese

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Ci sono maschere che aderiscono alla perfezione al nostro volto: le costruiamo per dare un’immagine di noi il più limpida e pulita possibile. L’insieme di questi veli crea l’immagine nostra società: l’apparenza è bellissima, non altrettanto ciò che cela. Il più grande travestimento dell’occidente è quello della civiltà: la pretesa di essere l’affermazione definitiva di principi di libertà e giustizia, la “cultura superiore.” Tuttavia il nostro, a ben vedere non è che un mondo fra gli altri. Società e singolo allora non sono altro che sfaccettature della stessa finzione e non abbiamo il diritto di tacciare di inferiorità chi indossa  una maschera diversa dalla nostra. Sotto vi è sempre un uomo, o un insieme di uomini.

Un ebreo dall’apparenza malvagia è davvero un mostro, o è solo l’ennesima vittima dello sdegno e delle iniquità di una società che lo emargina? E i cristiani “buoni” lo sono davvero se prima lo deridono  e poi pretendono da lui clemenza? Con che diritto lo accusano di crudeltà? Non sono poi così diversi ebrei e cristiani. E la religione cos’è, d’altronde, se non una forma che si dà alla fede pura e semplice. La si può cambiare allora, magari per amore, come si cambia un vestito. Il corpo che la indossa, ossia l’anima, rimane immutato. Ma la società non vuole che si cambi vestito,camuffamento, apparenza: il gioco diverrebbe allora complicato, e il mascheramento sarebbe svelato. Dunque, una ragazza ebrea deve fuggire in segreto per diventare cristiana e sposare il suo innamorato.

L’amore è di per sé un altro gioco di maschere. Conquistatori e conquistati  interpretano parti ben precise, stabilite dalla cultura. Spesso celano bellezze e brutture dietro stereotipi da romanzo.  E quando il gioco è finito, è difficile dire cosa accadrà: come attor, gli innamorati possono svelarsi fino in fondo, o continuare la commedia all’infinito. Ecco dunque Shakespeare,  ecco Il Mercante di Venezia: dove buoni e cattivi si confondono ai nostri occhi e l’attualità riesce a risuonare nella storia. Una delle più belle trasposizioni cinematografiche di quest’opera shakespeariana è sicuramente quella del 2004, diretta da Michael Radford e con un Al Pacino davvero  ispirato nel ruolo di Shylock. Jeremy Irons è un tormentato Antonio, il cui sguardo si posa spesso languido sul bel volto di Bassanio/ Joseph Fiennes . Un film da vedere e rivedere ancora: per la magnifica ambientazione veneziana e per le atmosfere che solo il Bardo sa creare. De Il Mercante di Venezia si è sempre detto che si trovi a metà tra commedia e tragedia: il regista qui punta sugli aspetti tragici per mostrare l’inconsistenza delle maschere umane.

Ma il mascheramento può anche essere liberazione, come in un carnevale immaginato:  il camuffamento diventa lo scudo attraverso il quale chi non potrebbe parlare acquista una voce.  L’amore e la misericordia, ne Il Mercante di Venezia,  prendono vita sulle labbra di una donna vestita da uomo. E tuttavia, se la giustizia viene da un inganno, per forza deve reggersi su di un trucco: non è che un raggiro a chi a sua volta aveva cercato di raggirare.  La pietà deve vincere sulla vendetta, sembra dire Portia( nel film una graziosa Lynn Collins): tuttavia a ben vedere, prevale ancora una volta l’inganno. Risuonano allora come echi le parole vuote su amore, tolleranza e perdono che spesso riempiono i moderni schermi televisivi. Rimane solo da riflettere: forse non possiamo liberarci delle maschere. Un primo passo, però sarebbe imparare a riconoscerle come tali.

La celebre frase di Antonio, pronunciata all’inizio della vicenda, acquista allora un significato profondo: se il mondo è un palcoscenico, ciascuno ha una parte da recitare.

La mia è una triste” afferma Antonio. E la nostra, qual è? 

 

 

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