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Cup of Tea Records

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

«There are few hours in life more agreeable than the hour dedicated to the ceremony known as afternoon tea».
(The Portrait of a Lady, Henry James)

Per molti è un appuntamento fisso. Per alcuni semplicemente occasionale.
Sta di fatto che l’ora del tè è una pausa che ai più è capitato di prendere. Un momento rilassante; di riflessione in solitudine, o di condivisione. Anche musicale.

Probabilmente pensarono a questo i fondatori di Cup of Tea Records quando scelsero questo nome e una tazza di tè fumante come logo della neonata label.
Un nome insolito, per una label che si pone come alternativa alle etichette discografiche tradizionali e che «non è un etichetta discografica. O almeno, non lo è nella sua definizione consueta» afferma Paolo Macina, coordinatore del progetto ideato un anno fa, e concretizzatosi ora.

E allora che cos’è?
In prima battuta, si tratta di un collettivo di artisti. Persone che si mettono insieme, collaborano e condividono saperi. Artistici e tecnici.
Poi è a tutti gli effetti una label: assiste nelle fasi di registrazione e si occupa della produzione dei dischi, promuove gli eventi degli artisti, supporta a livello tecnico. In sostanza, svolge tutto il lavoro un tempo prerogativa delle etichette discografiche, in alcuni casi andato perduto con la crisi del mercato discografico. Perché produrre musica non è più remunerativo come un tempo, e perché «le etichette non hanno soldi da investire e non trovano il modo di guadagnarli per investirli, se non in concerti. Ma a quel punto non fanno più il loro lavoro originale, che quindi manca totalmente».

«Forse sotto questo punto di vista la definizione giusta per indicare il nostro progetto è cooperativa», continua Paolo. «Ha lo scopo di mettere insieme talenti, professionalità e ruoli. Ma anche semplicemente un furgone, una sala di registrazione, un fonico. Per esempio, il chitarrista di una band è diventato fonico di un’altra».

La condivisone tecnica è una necessità per svolgere il lavoro tradizionale dell’etichetta, e per farlo in modo indipendente, in un periodo in cui le label hanno sempre meno possibilità economica per realizzarlo. Quindi ogni membro del collettivo, oltre al ruolo di musicista, svolge anche qualche altra funzione.
La condivisione artistica invece è quasi una sfida, ed è in assoluto l’elemento più distintivo del progetto.

«La società moderna ci ha spinto per anni all’individualismo e alla cultura del “mors tua vita mea”. Non è facile sbarazzarsene e io credo che uno dei punti fondanti dell’idea alla base del nostro progetto sia propro questo: tornare a fare le cose insieme» sempre Paolo. «Personalmente credo che sia uno dei limiti della musica in Italia, soprattutto in confronto a realtà straniere. Noi tendiamo curare ciascuno il suo orticello».
Nel concreto, i cantanti mettono in comune idee, si confrontano sulle linee melodiche; i musicisti sugli arrangiamenti, per esempio.
Un’esperienza arricchente; un grande strumento di crescita individuale e collettiva. Ma non è facile da realizzare.
Mettersi in gioco e in discussione non è mai immediato, e presuppone conoscenza e fiducia reciproche, nonchè – forse – naturali predisposizione e apertura: «per questo ai nuovi lasciamo un periodo di almeno 4 mesi per entrare nell’ottica».

Gli artisti coinvolti non sono legati da un vero e proprio contratto discografico. L’obiettivo comune è anche quello di far sì che i membri del collettivo riescano a entrare in una etichetta di livello, potendo continuare a dare il loro contributo alla cooperativa anche in seguito.

Cup of Tea Records non ha un’unica sede fisica, ma buona parte del collettivo proviene da Rimini e dintorni. È dotata di due studi di registrazione, sale prove, booking. Non mancano fotografi, videomaker e l’ufficio stampa.
Fanno parte del progetto artisti dalle esperienze più diverse. Si ritrovano a condividere capacità e competenze davanti a una tazza di tè i Brevia (rock alternativo), i Clamidia (rock alternativo), le Mani di Greta, i Mandragora (noise), Matteo “Coffee” Chiaruzzi (acustico), i Bonomo (cantautorato), MadeinMay (dj producer), Elisa “Mafry” Massari (cantautorato). A questi si aggiungono due realtà che si occupano di oggettistica: Vasariah Creations, che lavora con i sassi dipinti a mano, e Avaria Belt, un’associazione che ricicla camere d’aria e pneumatici usati per produrre cinture, portachiavi, anelli, borse.
Che attinenza possano avere con tutto il resto? Lo approfondiamo tra un attimo.
Si sta raffreddando il tè.

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