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Soluzioni alternative per un sistema economico in crisi

di Beatrice Bittau

Pubblicato il

C’era una volta il 2012, c’era una volta un’azienda di Biscotti per Bambini- Pesc, biscotti al gusto di pesce per la memoria del tuo bambino- c’era una volta una crisi economica mondiale.

L’azienda contava 50 dipendenti. La bufera della crisi economica imperversava, la pioggia, cadeva, il mare del mercato minacciava tutti con i suoi flutti di tempesta. 30 dipendenti furono licenziati, 20 salvati.

Licenziando 30 dipendenti, l’azienda Pesc- Biscotti al gusto di pesce per la memoria del tuo bambino- riduce i costi, poiché ha meno stipendi da distribuire, conservando intatto o addirittura cresciuto il suo utile, cioè il suo profitto, la differenza tra ricavo e costo. In questo modo risulta vincente sul mercato, e continua felicemente a produrre biscotti a forma e al gusto di pesce.

30 persone senza lavoro.

I 20 scampati vedono crescere il loro stipendio, mentre i 30 condannati fanno la fila all’ufficio dell’INPS per l’assegno di disoccupazione, ricevono il foglietto con mani tremanti e subito lo piegano e lo infilano nel portafoglio. E da dove provengono i soldi dell’assegno? Dallo Stato. E lo Stato dove li prende? Tassando privati, e aziende, tanto di più quanto più il loro utile è alto.

Non sarebbe più semplice puntare ad un profitto aziendale – e conseguenti stipendi- più bassi permettendo però a più persone di lavorare?

Un uomo senza lavoro è un uomo la cui dignità è calpestata.

 «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.»

Costituzione Italiana, art. 4

 

Eppure questo avviene perchè l’economia aziendale è ordinata in modo che il fine ultimo sia la massimizzazione del profitto. Non tanto il lavoro, ma il profitto.

Questo porta a cortocircuiti, come l’esempio sopra.

Com’è possibile uscire da questa trappola?

Secondo Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia presso l’Università di Bologna, la chiave di volta sta nel cambiare occhi. L’impresa non può avere come orizzonte assoluto il profitto.

La vera Responsabilità Sociale delle imprese, ribadisce Zamagni, è quella di creare posti di lavoro, non tanto nel fare beneficenza.

È possibile un nuovo tipo di economia?

Il punto della questione è “ investire sulla persona”. Il professore parla di imprese sociali, imprese cioè che hanno la persona come fine :

 Fine delle imprese sociali è creare i posti di lavoro oppure perseguire finalità di utilità sociale. L’impresa sociale produce una particolare categoria di servizi alla persona – come sanità, educazione, assistenza ai bambini, anziani. Per fare questo lavoro ci vogliono delle persone, non nuove tecnologie o robot.”

Il problema dei servizi.

L’altro problema è quello dei fortunati 20 dipendenti che rimangono in fabbrica, chi ad inscatolare biscotti, chi in ufficio a compilare moduli, chi col camice bianco al reparto impastatrici.

Il loro stipendio è accresciuto, ma verrà speso tutto in

– tasse

– educazione ( scuola e università)

– assistenza per i bambini, e anziani

– sanità

E se fosse l’azienda ad offrire in prima persona questi servizi per i suoi dipendenti?

Perché le aziende non ridistribuiscono le risorse al loro interno?

Sempre il professor Zamagni ha consigliato agli imprenditori: «andate a Loppiano!»

A Loppiano si trova il polo imprenditoriale Lionello- Bonfatti, polo di economia di Comunione, dove hanno sede più di 20 aziende.

 

Economia di Comunione.

 

“….Tutto questo avviene nelle imprese dell’economia di comunione che, cercando di tradurre questi principi e di metterli in pratica, hanno successo. Come tutti hanno delle difficoltà, ma hanno capito che l’unità dei valori rafforza e sopratutto aumenta l’innovazione e la creatività. Perché dove c’è l’armonia, c’è più innovazione e creatività. Non basta più quindi la responsabilità legale (rispettare le leggi, pagare le tasse, non sfruttare le persone, l’ambiente). Ci vuole la responsabilità sociale e sopratutto della famiglia. Questo significa valorizzare i luoghi di lavoro.” ( Stefano Zamagni, alla Conferenza Internazionale su Disoccupazione e crisi globale, organizzata sotto il patronato della Commissione Europea)            

L’economia di comunione, nuova di almeno 20 anni, è una scuola di pensiero economica che propone un modo alternativo per impiegare l’utile aziendale. Le aziende che aderiscono mettono in comune l’utile, e questo viene diviso in 3 parti.

Una parte va allo sviluppo dell’azienda; una parte alla formazione; un’altra per l’aiuto agli indigenti. Come si sviluppo dell’azienda non si intende solo la crescita produttiva, ma anche quella umana e professionale di chi lavora. Per quanto riguarda l’aiuto agli indigenti, l’EdC  “non intende essere un progetto di assistenza, ma un progetto dove è la comunità che risolve i loro problemi, ‘sussidiata’, aiutata, dagli utili delle imprese”. Come dice Zamagni non c’è bisogno di beneficenza da parte delle imprese, ma di un impegno concreto nel territorio dove sono inserite, creando posti di lavoro e servizi per i loro dipendenti.

 

E se invece…?

E se invece di lavorare per pagarti gli studi fosse la tua azienda a pagarti l’università?

E poi la palestra per la tua salute fisica? E poi anche la mensa? L’asilo dei tuoi figli?

Impossibile… eppure in molte aziende avviene già.

La Pixar ha aperto la Pixar University, con oltre 300 corsi, accessibile a tutti i suoi dipendenti, dal direttore della fotografia agli addetti al marketing. I corsi prevedono una formazione in cinema, pittura, teatro, danza… discipline tutte direttamente impiegabili sul posto di lavoro.

Il rettore Rendy Nelson ha dichiarato: “Invece di investire nelle idee, noi investiamo nelle persone. Stiamo cercando di creare una cultura basata sull’apprendimento, popolata da persone che imparano per tutta la vita”.

La cultura di Google

Google, nei suoi uffici sparpagliati per i 5 continenti, si vanta di offrire nei suoi ambienti di lavoro uffici pensati a misura di dipendente, con « biciclette o scooter per passare in modo pratico da un meeting all’altro, cani, lava lamp, poltrone da massaggio e grandi palloni gonfiabili.» ed anche computer portatili ovunque, pratici per prendere appunti e accedere a internet, ed infine riserva per lo svago la socializzazione e la salute dei dipendenti la società Google ha curato spazi dove chi lavora può « ricaricarsi » con calcio balilla, tavoli da biliardo, campi da pallavolo, videogame assortiti, pianoforti, tavoli da ping pong e palestre con tanto di corsi di yoga e di danza… fino ad arrivare a corsi di meditazione e cineclub.              

Chi lavora da facebook, invece, può vantarsi di poter scrivere sui muri del suoi uffici, a Palo Alto, realizzati da designers e architetti all’avanguardia. Come si vede nelle immagini, al fine di stimolare la creatività e la fantasia di chi passa le ore davanti al monitor, sono pieni di strani artworks, tanto da farli assomigliare alla galleria di un museo di arte moderna.

Crisi economica, crisi antropologica?

La crisi economica attuale, è una crisi che riguarda solo il mercato oppure riguarda anche l’uomo in maniera più completa, la sua vita, le sue relazioni, il suo lavoro?

Il professor Zamagni parla della crisi economica come crisi antropologica. Di certo se il sistema economico è distorto, a chi lavora inquadrato entro i suoi schemi, giorno dopo giorno, ne uscirà anche lui con la schiena piegata.

La letteratura economica ha elaborato una funzione che definisce il benessere.

La funzione F- dove F ha la pretesa di stare per felicità- si definisce come:

F= f (I,R)

I rappresenta il reddito, R le relazioni.

 

Ma attualmente non si considera questa “legge”, e si intende a investire tutto su quell’I, dimenticando l’elemento R. A livello macroeconomico questo porta ad intendere il profitto come il fine ultimo della propria azienda, piazzata sul mercato per tagliare il traguardo che inevitabilmente si definisce come quello del monopolio.

Perciò da una visione antropologica distorta, che intende l’uomo felice solo quanto più accumula, si arriva ad un economia distorta, che intende il successo di un’azienda solo quanto più il suo profitto si innalza. L’esasperazione di questo sistema porta ai risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

 

Non solo. Pensiamo a chi ogni giorno con fatica, lavora presso aziende di questo tipo. Egli partecipa senza volerlo alla propria disumanizzazione.

 

L’economia di un’azienda punta sempre a massimizzare il profitto, a dominare il mercato. Cioè investe tutto sul primo termine della funzione, quella I.

Questo induce stortura, il mercato è inteso come un’immensa pista da corsa, dove uno solo è il vincitore, tutti gli altri gli sconfitti. Questo non porta di certo a risultati soddisfacenti.

La relazione è relegata la sfera privata, e anzi il paradosso easterlin, presentato anche dall’articolo di Leonardo Nini su questo numero, illustra come spesso questa stessa variabile R ne sia danneggiata, con la conseguente diminuzione della stessa F.

 

È possibile portare la relazione nell’economia?

Forse la vera domanda è come è stato possibile fino ad oggi intendere un economia con il solo fine di gonfiare al massimo la variabile I reddito, gonfiarla senza domande come se adempire questo fosse giungere a conclusione. È lo scandalo di un unico vincitore che festeggia da solo ingozzandosi al suo banchetto. Ma è talmente grasso che cadrà dalla sedia.

 

 

grazie a Tommaso Reggiani, per il materiale di studio e la sua “lectio magistralis” tra libri e piatti di pasta a Bologna ( fra Toulouse e Milano) che ha dato vita a questo articolo.

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6 commenti per “Soluzioni alternative per un sistema economico in crisi

  • Lorenzo ha detto:

    Mi sembra una proposta economica che, sviluppandola intuitivamente (sicuramente a questa proposta ci saranno delle clausole, ma le cause complicano sempre il sistema e non per forza lo migliorano) non può esistere come modello dominante oggi. Cioè, anche in una realtà nazionale italiana, dovrebbe appoggiarsi alla grande produttività e liquidità di enti più potenti quali grosse aziende e banche (che oggi fatica ad esserci). Men che meno potrebbe esistere nei grandi stati (Stati Uniti, Cina, India, Russia etc.).
    Non sto dicendo che alcune aziende non potrebbero seguire questo modello. Ma queste devono essere, o aziende molto piccole, o aziende che guadagnano esponenzialmente (come gli esempi da te citati (Facebook, Google). E devono soprattutto rischiare molto nella loro scelta, cosa che non a tutti e in ogni circostanza è permessa.

    Infatti, in un economia pre-capitalistica dove vi è una produzione bene o male di lieve crescita (o in caso di carestie o altro, di lieve recessione), il modello si potrebbe sensatamente applicare (dopotutto è il modello dell’antica domus patrizia esteso in ambito produttivo, l’azienda mantiene i dipendenti creando una sorta di microcomunità). Tuttavia mi sembra che non si tenga in conto che oggi tutta l’economia è motivata dal raggiungimento del profitto (non so se sto usando questi termini propriamente, spero si capisca), che non è solo un intento malvagio, ma un metodico rilanciare in avanti, scommettendo sul consumo e sulla crescita esponenziale: così si ottiene la crescita che tutti vogliono. Scommettendo più o meno ragionevolmente su un profitto e auspicandosi che vi sia un consumo tale che permetta di raggiungere tali obiettivi. Perciò gli utili di un’azienda vanno sempre reinvestiti nel suo miglioramento, nell’incremento della produzione, se questa vuole surclassare la concorrenza: poiché tendenzialmente bisogna avere forti crescite, oppure presto o tardi arriveranno forti perdite e magari il fallimento. Non vi è un terreno fisso, più o meno stabile su cui muoversi, come è stato fino agli inizi del novecento: tutto è in funzione del crescere,e del consumare i propri liquidi per produrre in futuro più liquidità, né un’azienda in difficoltà può auspicarsi di sopravvivere, ma anzi essa stessa deve rilanciare sul proprio profitto, indebitandosi. In questa logica, dove il denaro è più una previsione che un possesso effettivo, quello che proponi sembrerebbe del tutto assurdo. L’azienda non può rendere statico gran parte del proprio patrimonio in vista del mantenimento di spese aggiuntive ai suoi dipendenti, come sarebbe in una comunità. Di questi si serve ma a questi non è legata, il loro impiego o meno dipende dalla circostanza del profitto (modello del mercato flessibile alla americana). Inoltre questo cambiamento non può essere prodotto da un’iniziativa privata (l’azienda verrebbe annientata dalle altre), né da un’iniziativa statale (vi sarebbe netta intromissione del potere pubblico nelle vicende economiche e inoltre la stessa produzione sarebbe piagata da un mutamento del sistema così repentino e così recessivo). Men che meno oggi, che la crisi economica rende tutto più incerto e disperato qualcuno si affiderebbe ad una soluzione del genere che anche se riuscisse ad essere applicata a buona parte del sistema porterebbe ad un inevitabile declino dei consumi rispetto al profitto (o crescita) che si è generato in questo ultimo secolo.

    Ps. Per l’azienda suppongo convenga licenziare e poi mantenerlo indirettamente come disoccupato (essendosene però liberata) piuttosto che fargli da “stato assistenziale” non avendone bisogno, in quanto sarebbe un impegno ulteriore che invece viene delegato ad altro ente (e, suppongo, con costi minori). Senza contare che oggi nei paesi sviluppati come il nostro il mercato si basa molto più sul terziario, in cui questa corrispondenza tra produzione e crescita è qualcosa di più labile e soprattutto di necessariamente incostante, salvo per certi settori.

  • Beatrice Bittau ha detto:

    grazie Leo per il commento così puntuale e specifico. la questione del licenziamento è sicuramente complessa e delicata, il mio articolo punta infatti a lasciare una provocazione di una situazione esasperata.
    la domanda vera è quella del titolo: è possibile un sistema alternativo?
    di seguito gli esempi che ho portato… in Italia la pressione fiscale impedisce di promuovere sistemi di welfare per i dipendenti… la domanda rimane aperta:data l’attuale crisi economica
    qual’è la soluzione migliore?
    di certo come dice Gennaro abbiamo bisogno di una riduzione della disoccupazione giovanile…
    ieri Draghi al parlamento europeo ha ribadito gli obiettivi principali: crescita e occupazione

  • Sabrina ha detto:

    grazie Bea ed ai commentatori. tantissimi aspetti che non conoscevo. Sabry

  • Lucia Pugliese ha detto:

    Bea, come sempre, complimenti 🙂

  • Gennaro ha detto:

    molto bello questo articolo, sarebbe bello se si potesse realizzare ma a causa dei troppi interessi in gioco non lo vedo possibile…una soluzione possibile però per uscire da questa crisi è la creazione di occupazione giovanile, dovremmo seguire l’esempio della fondazione Florens che si impegna nel creare posti di lavoro nel mondo della cultura..

  • Leonardo Nini ha detto:

    Davvero degli ottimi spunti! E grazie per la citazione!

    Mi piacerebbe fare qualche ulteriore precisazione: nella prima parte, quando si parla di licenziamenti più o meno facili, bisogna stare attenti a distinguere situazioni come quella di cui parli (ad esempio Barclays, banca inglese sponsor della Premier League, sta diventando celebre per i licenziamenti “facili”, così come per l’assenza di tagli ai super-bonus dei suoi managers, che possono raggiungere milioni di sterline l’anno) e situazioni di aziende in cui i licenziamenti si rendono necessari per continuare ad operare in regime di “economicità”.

    Economicità, in breve, significa efficienza che permetta di continuare ad operare nel lungo periodo: se un’imprenditore non ha il coraggio di licenziare i suoi dipendenti e fallisce, avrà ottenuto un effetto peggiore. Ricordiamoci poi che in Italia la rigidità del mercato del lavoro spesso impedisce licenziameni “a cuor leggero”.

    Il concetto di impresa sociale è molto interessante! ne parla anche Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, in una recente pubblicazione http://www.muhammadyunus.org/Publications/creating-a-world-without-poverty/
    Molte imprese stanno approcciando il concetto di “Corporate Social Responsability”, reinvestendo una (piccola) parte degli utili in progetti di utilità sociale, ma si potrebbe fare molto di più!

    Concludo con un accenno al concetto della previdenza interna aziendale: in Italia, con una pressione fiscale (che tiene conto anche dei cintributi ad organi previdenziali come l’IMPS) intorno al 50% mi pare molto difficile pensare di promuovere sistemi di “welfare” per i dipendenti da parte delle stesse aziende. Certo, abbattendo l’aliquota fiscale ed ammettendo la deducibilità dei costi così sostenuti si potrebbero fornire forti incentivi a realizzare simili progetti!

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