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I Robinson Crusoe del XXI° secolo

di Gabriele Catani

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Il nostro modo di vivere è frenetico, parliamo, camminiamo, lavoriamo, ci relazioniamo, discutiamo, vogliamo integrarci in una società. Ma quando si parla di comunità anziché di società? Quando un piccolo gruppo di persone condivide un’intera vita senza interagire con quasi nessun altro estraneo? Quando si rifiuta la civiltà in nome della libertà e della semplicità, di una vita reputata pura e senza sporche ambizioni di potere, di fama, di denaro?

L’arcipelago Pitcairn è uno dei più remoti al mondo. Dista dalla capitale Londra 14.892 km. La descrizione che ne fa Wikipedia fa subito incuriosire: “le isole fanno parte dei territori britannici d’oltremare (ex colonie britanniche), di cui solo l’isola di Pitcairn, la seconda per dimensioni, è abitata. Le isole sono conosciute per essere la patria degli ammutinati del Bounty e delle loro mogli tahitiane, evento raccontato in numerosi libri e film. Questa storia è ancora evidente dai cognomi di molti dei loro abitanti. Con solo 48 abitanti Pitcairn è conosciuta anche per essere lo stato meno popolato del mondo (anche se non è una nazione sovrana).” La loro è una delle storie di avventura realmente accadute più affascinanti. L’isola, scoperta solamente nel 1767, fu teatro dell’ammutinamento più famoso della storia. Un marinaio britannico di nome Fletcher Christian si mise a capo di una ribellione contro il capitano Bligh, che fu abbandonato in mare aperto insieme ai marinai rimastigli fedeli. Christian diresse il Bounty verso Pitcairn, dove lui e gli ammutinati sbarcarono nel gennaio 1790 e diedero fuoco alla nave stessa, decidendo di rimanere per sempre sull’isola. Gli abitanti portano lo stesso cognome dei marinai inglesi che furono protagonisti dell’ammutinamento e la lingua parlata è un misto di inglese, gergo marinaresco settecentesco e dialetti tahitiani.

L’isola però è un microcosmo dove le regole della società occidentale (nonostante sia sotto il Regno Unito) fanno fatica a funzionare. “Nel 2004 un tribunale speciale composto giudici inglesi e neozelandesi ha condannato sei uomini – tra cui l’allora sindaco Steve Christian – con sentenze fino a sei anni di carcere, dichiarandoli colpevoli di abusi sessuali sulle donne e i minori dell’isola nell’arco di decenni. Il processo era iniziato dopo le denunce di una ventina di donne, stufe dopo anni di ripetuti soprusi. Liberi costumi polinesiani o esasperazione da isolamento? Per sapere di più è stato pubblicato un reportage di Vanity Fair sull’a dir poco curioso caso, intitolato: “Trouble in Paradise”.

Sempre in Oceania le Isole Marshall sono un altro caso interessante. All’ interno dell’arcipelago si trova l’isola Bikini, la quale diede il nome al costume da bagno ed è stata sede di test nucleari da parte degli USA negli anni ’50. Nel 1958 sull’atollo vennero sperimentate le devastanti bombe nucleari all’idrogeno. “Nel giro di dodici anni l’atollo di Bikini e il vicino atollo di Enewetak furono sottoposti a sessantasette esperimenti nucleari, inclusa la cosiddetta operazione Castle Bravo, nome in codice della Bomba all’idrogeno fatta esplodere a Bikini”. Verso la fine degli anni ’70 alcune persone fecero ritorno sull’isola e la popolazione assommava fino al 1999 a 13 abitanti, probabilmente la municipalità più piccola del pianeta.

Sant’Elena, l’isola dell’Ascensione e quelle di Tristan da Cunha sono collocate tra l’Africa e l’America Meridionale. L’isola principale, la Tristan da Cunha, è l’unica abitata. La popolazione complessiva, stimata fino al 2005, è di 280 abitanti, e “due dei 7 cognomi presenti nella popolazione locale sono di origine italiana, (Lavarello e Repetto, di origine del Levante genovese, in Liguria), in quanto tali erano 2 degli 8 fondatori maschi della colonia; gli altri erano: due inglesi (Swain e Patterson), due americani (Hagan e Rogers), uno scozzese (Glass) ed un olandese (Green)”. Tristan da Cunha è meta privilegiata dei collezionisti di francobolli, preziosi per la loro rarità, ma il turismo è quasi assente dato che l’arcipelago Tristan de Cunha ha il primato di insediamento umano abitato più remoto al mondo. Da Sant’Elena, la famosa isola che ospitò Napoleone, che conta 714 abitanti, dista 2000 km e non c’è un aeroporto.

Dell’arcipelago Tristan da Cunha fa parte anche l’Isola Inaccessibile, disabitata a causa della sua inospitalità. Pare che il nome sia dovuto al fatto che i suoi primi esploratori non riuscirono a penetrare all’interno dell’isola. I coraggiosi fratelli Stoltenhoff, tedeschi, rimasti sull’isola due anni, dal 1871 al 1873, dovettero essere salvati per penuria di cibo e anche adesso l’isola è incoltivabile e sembra che in alcuni punti l’uomo non abbia mai messo piede. Il lato più negativo dell’isolamento è che l’arcipelago deve fare i conti anche coi problemi di salute legati all’endogamia, a causa delle diffuse parentele tra tutti gli abitanti.

Esistono tanti altri casi di comunità relegate in piccole isole lontane dalla civiltà, l’esempio più famoso l’Isola di Pasqua, che ancora custodisce il segreto dei colossi di pietra, i moai. Sicuramente i casi elencati fanno riflettere sulla volontà di alcune persone di dedicarsi a uno stile di vita semplice, primordiale, a contatto con la natura e limitando la tecnologia. Una sorta di ritorno alle origini della storia umana.

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