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Electric, Eccentric!

di Manuela Gualtieri

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«Da teenager mi tagliavo i capelli in un salone geometrico di Vidal Sassoon, mi accorciavo le gonne e vagavo per King’s Road a Chelsea, dove il mio negozio preferito si chiamava Granny Takes a Trip. Lì avevo visto Mick Jagger comprarsi una t-shirt coperta di stelle d’argento», Gully Wells.

Gli inglesi sono convinti che l’aggettivo “alternativo” sia un complimento. Che si tratti delle mode musicali e fashion della stravagante gioventù londinese o del portamento dei Lord con i capelli pettinati a coda di cavallo, la verità é che lo spirito british ama l’eccentricità.

Dove le casette in fila sono tutte uguali, il diritto alla peculiarità é una realtà. Dai pub vittoriani esce la melodia delle hit che balleremo tra qualche mese, piéce di teatro sperimentale prendono vita su palcoscenici costruiti per ospitare commedie di Shakespeare. Il Regno Unito detta le regole dello stile, come negli anni Sessanta, quando Twiggy rivoluzionava il mondo con un caschetto biondo e una minigonna.

Lo stilista Alexander McQueen è stato, ovviamente, la quintessenza dello spirito eccentrico inglese. Ci fa ricordare Jemmy Hirst, un gentiluomo del Settecento che andava alle corse vestito con una giacca di piume d’anatra e dalle cui tasche estraeva banconote disegnate da lui stesso. La sensibilità gotica di una favola dei fratelli Grimm è spiritualmente più vicina all’abbigliamento di McQueen di qualsiasi feticismo o violenza di cui è stato accusato farsi promotore.

Figlio di un tassista dell’East End londinese, ha svolto il suo apprendistato da Anderson & Sheppard, una delle più rinomate sartorie da uomo che veste anche il principe del Galles, dove pare si divertisse a scarabocchiare oscenità nelle fodere degli abiti di Sua Altezza Reale. Lo stilista si affacciò alle scene nel 1992, con la collezione Jack lo Squartatore, firmando ogni pezzo con una ciocca di capelli, forse ispirato dalla pittrice Leonora Carrington, che serviva agli ospiti omelette ripiene di capelli che tagliava loro mentre dormivano.

Savage Beauty è la mostra al Met di New York dedicata a McQueen. Il Costume Institute non è nuovo a iniziative destabilizzanti e provocatorie. L’intera esposizione – curata da Andrew Bolton – è stata costruita sulla personalissima interpretazione di romanticismo dello stilista: nelle sue collezioni ha esplorato l’individualismo, lo storicismo, il nazionalismo, il primitivismo, il naturalismo.

La sua motivazione si ritrova in una delle frasi che introducevano la mostra: «You’ve got to know the rules to break them. That’s what I’m here for, to demolish the rules but to keep the tradition» (Devi conoscere le regole, per infrangerle. È per questo che sono qui: per distruggere le regole, mantenendo la tradizione). E così l’abito sartoriale è stravolto, tagliuzzato, strapazzato, ma ciò che ne risulta è un taglio da maestro.

Una designer britannica ha brillato più di tutte le altre stelle, con i suoi capelli rosa, il make-up esagerato e i gioielli fuori misura: Zandra Rhodes. Come McQueen, era di una classe a parte. È stata la prima di quell’ondata di inglesi che ha portato Londra all’avanguardia. Con l’avvento del punk, Rhodes e Vivienne Westwood innalzarono questo movimento da strada a vera moda. È lei a vestire il Freddie Mercury dei primi anni Settanta, frontman dai capelli lunghi e lo smalto sulle unghie.

Inutile dire che anche il leader dei Queen è sempre stato un alternativo: tute di seta, tenute da parata, completi da macho in pelle e canottiere, le mitiche giacche e magliette con le frecce dell’82, o le tutine scintillanti del ‘77. La sua dirompente energia creativa non è mai stata priva di logica: le sue performance sovversive si sono sempre rivelate profetiche.

Soprattutto a causa della sua eccentricità, la prima decade dei Queen fu caratterizzata da stravaganti esibizioni che spesso sfociavano in spettacoli teatrali: Mercury e May si presentavano truccati e vestiti totalmente in bianco e nero, chiudendo i concerti lanciando rose agli spettatori, brindando con loro e intonando God Save the Queen, l’inno del Regno Unito.

La ricerca dell’anticonformismo si ritrova anche nella cucina inglese. Basti pensare a Heston Blumenthal, lo chef proprietario del Fat Duck – locale britannico di un piccolo villaggio del Berkshire, a ovest di Londra – e alla sua cucina molecolare, al suo approccio scientifico nella creazione di nuovi sapori. Da ricordare il suo scheletro commestibile, il gelato al gusto di uovo e bacon affumicato, oltre al nitro-green tea e alla lime mousse.

È evidente che moda, musica e gastronomia descrivono il gusto di stupire e di vivere al di fuori di ogni regola che da sempre fa parte dei sudditi di sua Maestà. «Essere alternativi non è solo questione di divertimento. Nelle mani e nella testa giuste, diventa arte. La Gran Bretagna è per l’ispirazione il posto migliore del mondo», Alexander McQueen.

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