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Non solo Pil: vie alternative per misurare il nostro benessere

di Leonardo Nini

Pubblicato il

«It [Gross Domestic Product] measures everything in short, except that which makes life worthwhile»

Robert F. Kennedy

Con queste parole Robert Kennedy, conosciuto anche come Bob, in un celeberrimo discorso tenuto nel ’68 all’università del Kansas, si riferiva al Gdp (ovvero al Pil, Prodotto Interno Lordo).

Il suo discorso si concentrava sui difetti e sulle mancanze di una misurazione del benessere collettivo basata unicamente sul PIL. Tale indice, di fatti, per sua natura, misurando la produzione complessiva annuale di una determinata nazione, tralascia una lunga serie di informazioni di grande rilievo per il nostro benessere, includendo invece svariati elementi di dubbia utilità alla società nel suo complesso.

Kennedy citò elementi di grande impatto emotivo e mediatico: il Pil si accresce grazie alle ambulanze necessarie per sgomberare le strade dai cadaveri, alle macchine anti-sommossa utilizzate dalla polizia, alle armi automatiche, al napalm, alle testate nucleari; il Pil tralascia invece la bellezza delle poesia, la forza dei matrimoni e la solidità delle famiglie, l’educazione e la salute dei bambini, l’integrità dei pubblici ufficiali e l’intelligenza del dibattito politico.

Oltre a questi evidenti problematiche, tuttavia, vi sono anche altri fattori che rendono il Pil poco efficiente come unità di misura della soddisfazione collettiva. Svariati studiosi negli ultimi decenni hanno cercato di costruire nuovi e più efficaci indici di misurazione del benessere.

Fra questi, indubbiamente meritevoli di citazione sono Joseph Stiglitz, Amatya Sen e Jean-Paul Fitoussi, i quali nel 2008  vennero incaricati dal presidente della Repubblica Francese, Nikolas Sarkozy, di formare una commissione, in seguito denominata “Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale” (Cmpeps), con il fine di valutare la fattibilità dell’implementazione di statistiche in grado di misurare il progresso sociale più efficacemente del Pil, oltre che selezionare le migliori modalità di presentazione al pubblico delle statistiche stesse.

La commissione produsse il noto “Rapporto Stiglitz” edito nel 2010, che fornisce spunti di grandi interesse.

Da questo rapporto risulta come il Pil stesso non sia esattamente in grado di misurare la ricchezza materiale della popolazione.

Di fatti, occupandosi di misurare la produzione, può fornire indicazioni fuorvianti sull’effettivo reddito su cui gli individui possono contare. Inoltre, il Pil molto poco ci dice riguardo alla distribuzione della ricchezza stessa. Si è soliti parlare di Pil pro capite, riferendosi alla produzione media per abitante: non solo, come abbiamo visto, si tratta di produzione e non di reddito, ma l’utilizzo della media come indicatore può risultare poco adeguato. È facile che i redditi più elevati incidano tanto nella misurazione, da condurre ad una stima falsata, dove la ricchezza risulta più alta rispetto a quella effettivamente posseduta dalla maggioranza dei componenti di un dato gruppo sociale. Per ovviare a tale difficoltà è possibile ricorrere all’utilizzo della mediana, indicatore statistico che restituisce il valore, poiché “spezza a metà” una distribuzione, indicando come una metà dei soggetti si collochi al di sotto di tale valore, l’altra metà invece sopra. In tal modo, potremmo avere una misura più accurata della situazione economica di buona parte della popolazione.Parlando di distribuzione della ricchezza, ad ogni modo, è necessario tenere conto anche della variabilità della stessa. In una situazione di marcato egualitarismo socio-economico, di fatti, tale variabilità dovrebbe risultare estremamente contenuta. I recenti dati OCSE ci informano invece di come, purtroppo, in tutto il mondo, ed anche all’interno dei paesi più sviluppati, si vada accentuando la sperequazione della ricchezza. Riguardo a tale aspetto, potrebbe risultare utile considerare il cosiddetto “coefficiente di Gini”, indice che, restituendo valori compresi fra 0 ed 1, misura il livello di concentrazione della ricchezza in un determinato paese.

Ad ogni modo, dobbiamo notare come molti altri fattori, diversi dalla ricchezza materiale, meritino di essere presi in considerazione.

Il riferimento va a “beni pubblici” o comunque intangibili come la qualità dell’aria, la pulizia delle strade, il servizio sanitario, l’istruzione, la sicurezza, la funzionalità della burocrazia, la partecipazione al dibattito politico, la qualità delle relazioni sociali, il livello di conservazione ambientale..

La valutazione di tali elementi non solo difficilmente può essere effettuata su basi oggettive, ma non può nemmeno avvalersi di prezzi di mercato: essa dovrà pertanto fondarsi su ipotesi e supposizioni.

Non solo: considerando come buona parte del nostro tempo venga speso in attività i cui risultati non possono essere economicamente misurati (il cosiddetto tempo libero), implementare una più organica visione della distribuzione dell’impiego del tempo potrebbe fornire un valido contributo nell’attenuare svariati disagi sociali.

Sarebbe inoltre necessario occuparsi dei riflessi oggettivi della distribuzione della ricchezza sui vari individui. In questo senso, pare utile considerare quali siano, in generale, le possibilità e le “capacitazioni” che un singolo individuo possiede in rapporto alla propria situazione socio-economica. Elementi quali capacità di consumo, la possibilità di ricevere assistenza sanitaria, una buona istruzione, o di partecipare attivamente al dibattito politico, possono variare non solo in funzione del reddito, ma anche delle svariate contingenze (personali o collettive) che un individuo si trova a fronteggiare. Basti pensare alla probabile differenza nel livello di benessere, a parità di reddito, fra una persona “sana” ed un portatore di handicap motorio, o ancora fra chi abita in città e chi vive in campagna..  La distribuzione della ricchezza all’interno dei gruppi sociali, inoltre, può avere un impatto molto significativo sul benessere delle persone: una maggiore sperequazione avrà sicuramente un valore negativo, anche a livello emotivo, per coloro che si collocano negli strati “inferiori” della distribuzione.

Si entra così nel campo delle percezioni soggettive del benessere: l’evidenza empirica ha mostrato come sia possibile ottenere importanti informazioni da sondaggi, interviste e questionari sull’effettivo livello di soddisfazione degli individui. Tali risultati condussero, fra gli altri, Richard Easterlin, professore di economia dell’Università della California, a formulare l’omonimo paradosso.

Il suo grafico è una parabola discendente. Nella prima parte al crescere della ricchezza corrisponde un crescere della soddisfazione, in seguito, anche se aumenta ulteriormente la ricchezza, la soddisfazione non cresce, rimane stazionaria.

Indubbiamente, una efficace misurazione della soddisfazione soggettiva richiede ingenti investimenti in termini di ricerca statistica, finalizzati alla costruzione ed all’integrazione di nuovi indicatori.

D’altra parte, forse proprio in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando si rende fondamentale comprendere quali cambiamenti possano effettivamente condurre ad un miglioramento della situazione sociale. Diceva Seneca che non esistono venti favorevoli per il marinaio che non conosce la direzione.

Possiamo ritenerci sicuri che la direzione giusta sia quella di una crescita smisurata della produzione nazionale?

In una recente apparizione al Barilla Forum for Food and Nutrition (cui fra l’altro ha partecipato anche lo stesso Fitoussi), il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha voluto far riflettere i presenti su tale quesito con un piccolo “esperimento”, ossia chiedendo agli astanti di chiudere gli occhi ed immaginare quali fossero le cose che avrebbero augurato alle persone loro più care. Immaginando che i più non avessero pensato “diventare il più possibile ricchi” quanto piuttosto “avere un buon lavoro, una famiglia solida, una buona salute..”, Giovannini ha affermato l’importanza di focalizzarsi su aspetti dello sviluppo diversi dalla ricchezza materiale, riuscendo così a definire quale sia la direzione migliore da perseguire attraverso strategie politiche ed economiche.

Ulteriore aspetto di grande importanza trattato dalla Commissione di cui sopra è quello della sostenibilità, sotto l’accezione ambientale ed economica del termine. Di fatti, nel misurare quali possano essere le implicazioni del nostro comportamento presente sul benessere delle generazioni future, è necessario attribuire rilievo non solo all’impatto ambientale, ma più in generale alla quantità ed alla qualità di tutti quei valori stock dai cui dipendono le possibilità di vita dei nostri discendenti. Oltre alle variazioni nell’ammontare delle risorse naturali, quindi, si rende necessario valutare anche il livello dei cosiddetti capitali umano e sociale.

In breve, un valido compromesso pragmatico potrebbe essere quello di suggerire un limitato insieme di indicatori, saldamente radicati nella logica dell’approccio a stock alla sostenibilità, che comprende:

  1. Un indicatore più o meno derivato da un approccio di ricchezza estesa, la cui funzione principale sia quella di inviare messaggi di allarme in materia di non-sostenibilità economica. Questa non-sostenibilità economica potrebbe essere dovuta ai bassi livelli degli investimenti nella formazione, o ad un insufficiente reinvestimento del reddito generato dall’estrazione di risorse fossili (per i paesi che fortemente contano su questa fonte di reddito). Per ricchezza estesa si intende, in breve, il valore di mercato attribuibile (anche qui con varie supposizioni ed approssimazioni) all’ammontare delle risorse disponibili per il futuro;
  2. Un insieme di ben scelti indicatori fisici, concentrato sulla dimensione ambientale della sostenibilità, che sono già oggi importanti, o potrebbero diventarlo nel futuro, e che rimangono difficili da trasporre in termini monetari. Fra questi, i più adeguati paiono essere l’impronta carbonica, il ph oceanico, la percentuale di catture di animali (di terra e d’acqua) al di là dei limiti biologici di sicurezza..

Tali indici di sostenibilità, ad ogni modo, richiedono di essere mantenuti separati da quelli di benessere. Accorpare tali due misurazioni in un unico indicatore assomiglierebbe metaforicamente al cercare di utilizzare un unico strumento, sul cruscotto di una macchina, per visualizzare la velocità ed il livello di benzina nel serbatoio.

La necessità di costruire validi indici di sostenibilità deriva non solo dal bisogno di intuire quali comportamenti siano effettivamente sostenibili nel lungo periodo, ma anche da quello di aumentare le possibilità di perseguire tali politiche; alcune scelte fatte nell’ottica della sostenibilità, di fatti, possono provocare costi più o meno ingenti per lo sviluppo materiale presente. Pertanto, alcune azioni di questo tipo verrebbero “mal digerite” dall’opinione pubblica, rendendo la vita difficile ad un politico che volesse proseguire su tale percorso. D’altra parte, in presenza di adeguati indici di rischio, anche manovre con effetti depressivi ma effettuate in ottica di sostenibilità potrebbero essere giustificate agli occhi dell’opinione pubblica, attraverso la riduzione di tali indici correlata, eventualmente, ad una contrazione del Pil.

Al termine di questa breve analisi, pare opportuno sottolineare come il tema della misurazione del benessere e della sostenibilità sia meritevole di grande approfondimento. Invito perciò chi fosse interessato a leggere il “rapporto Stiglitz”, o ad informarsi sul succitato Bcfn (tramite questo link è  possibile visionare i video della conferenza).

Non solo: tale argomento necessita di occupare sempre più stabilmente il dibattito pubblico, di modo che ognuno abbia la possibilità di fornire il suo contributo e le sue idee, soprattutto per quanto riguarda la misurazione del benessere.

Per questo  Istat e Cnel, congiuntamente, stanno sviluppando un progetto proprio con la finalità di costruire indicatori innovativi, richiedendo l’opinione dei cittadini. Sul sito www.misuredelbenessere.it è possibile partecipare ad un sondaggio nel quale esprimere le proprie valutazioni sui fattori meritevoli di considerazione nella misurazione del benessere.

Ognuno di noi può, quindi, fornire il proprio contributo in questa “sfida”, sia attraverso le proprie idee sia attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, a partire da amici e conoscenti.

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