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Ripensare il concetto di identità nazionale

di Luca Guiduzzi

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Il nostro stato nazionale, così come moltissimi nel mondo, sta affrontando alcuni tipi di crisi. Oltre a quelle economica e morale, sufficienti a suscitare un buon quantitativo di interrogativi che necessitano soluzioni innovative e forse rivoluzionarie, governo ed apparati locali italiani, assieme alla cittadinanza tutta, si stanno interrogando sulle problematiche generate dai flussi migratori provenienti dal nord Africa e dall’est Europa.

Spesso e volentieri buona parte tali problematiche sono il risultato di un concetto di nazionalità rigido ed impermeabile: il cosiddetto primitivismo delle nazioni. Secondo questo paradigma la nazionalità consiste in un collage di tratti psicologici, culturali e morali innati – iscritti nei geni, nei corpi e nella psiche – che non possono essere rimossi e devono essere onorati, seguiti professati e difesi. Mettere in discussione i valori, le storie e i contenuti simbolici ed etici che la formano significa mettere in discussione se stessi in toto. Questo induce chiaramente a una certa idea di purezza che non può contemplare aspetti quali il meticciato o il sincretismo, ovvero il contatto con l’Altro che modifica la struttura del proprio essere miscelandola con elementi culturali provenienti da altri repertori. Sulla base di queste premesse si finisce col sentirsi come mortificati all’idea di doversi confrontare con culture e persone diverse, ritenute essere inferiori o non sufficientemente evolute come quelle che provengono dai luoghi al di là dello steccato Occidentale. Questo modello non facilita affatto il cosiddetto dialogo inter-culturale, ma cosa ben più importante nega di fatto l’ipotesi di una semplice convivenza politica e sociale non basata sulla distanza e l’anteporsi alla cultura dell’Altro.

Teoria antitetica rispetto a questa asserisce invece che la nazionalità sia un artificio culturale, proprio come la stampa a caratteri mobili, la televisione, il computer. Questo “strumento” sarebbe stato concepito per originare nell’immaginario collettivo un’idea di comunità altrimenti irrealizzabile, la quale avrebbe poi facilitato la messa al potere degli organi di governo. Per ottenere rappresentanza politica – l’autorità sopra una folla – bisognava creare l’idea condivisa di un corpo civile da rappresentare in un parlamento o altrove, che riconoscesse a sua volta la legittimità di  questi  rappresentanti. Questo meccanismo di reciproco riconoscersi è poi divenuto un capo saldo della democrazia. Ad ogni modo, c’è chi ha chiamato in causa il capitalismo a stampa o la comunicazione sociale, per dimostrare come il diffondersi dei quotidiani, la sempre maggiore  alfabetizzazione e il costante incremento di canali per accedere all’informazione pubblica, siano serviti a creare questa idea di comunità nazionale che in ultima analisi sarebbe stata strumentale rispetto al fine della èlite che la promuoveva: avviare un progetto economico diffuso (quello capitalista) facendo uso del potentissimo canale stato-nazionale per la produzione, il commercio ed il consumo intensivi.

Questo approccio contempla il dialogo e il reciproco contaminarsi delle culture, declinandolo ad un atto decisionale-politico. Cioè, lo inserisce nell’ottica di una progettualità volontaria. L’interculturalità è qui concepita come una variante al modello puro. Essa può essere messa in atto se è l’intellighenzia a ritenerlo utile, fattibile, conveniente, vantaggioso. Diversamente, gli ultimi 20 anni sono stati gravidi di nuove riflessioni sulla nazionalità e la cultura dell’identità. Un approccio che cerca di rispondere in modo tempestivo alle esigenze congiunturali di questa epoca, comprendendo anche il fenomeno complesso dei flussi migratori, è quello post-moderno. Entro questa corrente, che è sia metodo che teoria per comprendere il mondo, vogliamo ricordare l’ispirante invito di James Clifford  a trattare le culture (e tutte le forme di affiliazione, identità e coscienza collettiva) come rapporti di viaggio. Così, la teoria delle travelling cultures vede queste proprio come un fenomeno in perenne movimento, frutto tanto degli incontri quanto degli scontri tra nuclei di elementi culturali dialoganti. Il tema delle culture in viaggio, pellegrine e transnazionali, porta Homi Bhabha ad asserire che i gruppi ai margini della storia – popoli colonizzati, schiavi deportati, immigrati, profughi e rifugiati – sono a ben vedere il prototipo perfetto del soggetto contemporaneo, determinato sostanzialmente dal confronto incessante con molteplici consuetudini, miti, allegorie, non più legato indissolubilmente a un territorio.  È frutto dell’intersecarsi del globale con il locale, della creatura-mondo che si proietta nella provincia più dispersa. Ed è collegato a tutta una serie di eterogenee realtà culturali tramite la rete, i media e altri canali comunicativi che ridisegnano l’immaginario collettivo e la prospettiva della soggettività da un’infinità di punti di fuga.

In un paese come l’Italia, ricco di veterane mitologie e bislacche affiliazioni figlie di un passato tendente a riproporsi ansiosamente (talune di tipo più nazionalistico – quali quella del popolo padano – ed altre di ordine più etico-politico – vedi il popolo della libertà e dell’amore avverso alle genti illiberali e alle ciurme dell’odio), che vanno a costruire dei recinti identitari non facili da scavalcare o ridimesionare. Alla luce degli insegnamenti offerti dalla corrente post-modernista, l’interrogativo che con sempre maggior urgenza dovrebbe porsi alle nostre coscienze è il seguente: dove può collocarsi la cultura in transito dell’Altro in questo marasma di idilli ideologici puristi e aspramente politicizzati? Come, infine, di fronte all’inesorabile ed entusiasmante moto perpetuo della cultura possono essere ripensati i concetti di nazionalità e cittadinanza?

Letture consigliate: Miguel Angel Mellino, La teoria postcoloniale come critica culturale. Tra etnografia della società globale e apologia delle identità “deboli”

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2 commenti per “Ripensare il concetto di identità nazionale

  • Luca Guiduzzi ha detto:

    Grazie per il tuo commento Gianluca,
    effettivamente è proprio di questo che si sta parlando. Come, cioè, transitare da un dialogo veicolato da un concetto di identità autoreferenziale – che mette in relazione un’identità con l’altra, definendo le regole del dialogo in partenza a così facendo limitarlo fatalmente – ad un dialogo basato sull’incontro, in primo luogo, di esperienza umane.
    Visione stimolante dal punto di vista filosofico ed antropologico, ma a quanto pare problematico da quello politico (non per me, s’intende). Per questo concludevo l’articolo con il quesito sulla cittadinanza, ovvero su una di quelle categorie già esistenti che talvolta appare essere dannosa, ma che a mio parere potrebbe facilitare la messa a punto di un’impostazione come quella post-moderna.

  • Gianluca Albertini ha detto:

    E c’è bisogno ancora di definire le identità: concetti che hanno sempre creato guerre tra gli uomini. Non sarebbe meglio impostare i confronti con le esigenze delle persone che non con le definizioni ideologiche?

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