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Non sfugge al passato chi dimentica il passato

di Luca Rasponi

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L’ascesa del nazismo ha una precisa cornice storica e geografica: la Germania negli anni tra il 1919 e il 1933. Il trionfo di Adolf Hitler pare inimmaginabile, al di fuori di quel contesto. Eppure Bertold Brecht, in fuga proprio dalla Germania del Terzo Reich, ha provato a riscrivere la Storia ambientandola negli Stati Uniti, con un mafioso italo-americano nei panni del führer.

Nasce così La resistibile ascesa di Arturo Ui (Der aufhaltsame Aufstieg des Arturo Ui nell’originale tedesco), allegoria satirica di quanto era appena accaduto in Germania, ovvero l’affermazione di un folle nell’indifferenza dei poteri forti, che anzi troppo spesso avevano pensato di potersi servire di lui per i proprio scopi.

Tutto lo spessore storico dei riferimenti di Brecht è presente nella versione dell’opera portata in scena da Claudio Longhi, attualmente in tournee per i teatri d’Italia, con Umberto Orsini nella parte di Arturo Ui. L’allestimento punta a recuperare il senso originario del dramma brechtiano, nato con un intento didattico e con la volontà di trasmettere un messaggio: può succedere anche a voi.

La scelta di ambientare l’opera negli Stati Uniti, democrazia per eccellenza e principale nemico della Germania nel corso della seconda guerra mondiale, non è affatto casuale.

Con il suo dramma, che vive di una sapiente alternanza di situazioni paradossali ora comiche ora tragiche, Brecht vuole far capire al suo pubblico che i meccanismi che regolano la democrazia non sono immuni dalla deriva della politica e dell’economia, soprattutto quando la seconda prova a servirsi della prima per il proprio tornaconto.

La Chicago degli anni ’30 diventa simile alla Germania della stessa epoca, con una capobanda mafioso in declino che approfitta delle debolezze della politica per arrivare al potere, supportato dai grandi cartelli industriali che in un momento di grave crisi economica ricorrono a metodi non ortodossi per portare avanti i loro affari.

Scene quasi comiche catturano lo spettatore senza però mai essere divertenti, perché accompagnate dal costante sentore del disastro imminente. La degenerazione degli eventi non si traduce però in un crollo improvviso, ma in un lento e quasi impercettibile declino, di cui ci si accorge solo quando è ormai troppo tardi per tornare indietro.

Umberto Orsini interpreta Arturo Ui con precisione e intensità, non trascurando neppure i dettagli che rendono il personaggio patetico e temibile nello stesso tempo. La sua prova magistrale è supportata da un cast di giovani attori capaci e convincenti.

Sotto gli occhi dello spettatore scorrono tutti i personaggi dell’epopea nazista, da Joseph Goebbels a Ernst Röhm (entrambi interpretati con straordinaria bravura), da Hermann Göring al cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, il cui omicidio rappresenta uno dei momenti culminanti del dramma.

La narrazione procede con un supporto informativo fuori campo che mette al corrente lo spettatore del parallelismo tra personaggi, luoghi ed eventi di fantasia e rispettive controparti storiche. Perché l’Arturo Ui è innanzitutto un esercizio di memoria sulle circostanze che hanno portato la Germania nel baratro della dittatura e il mondo nell’incubo di una guerra totale.

Ma il dramma di Brecht è anche un monito per il futuro, «un tentativo di spiegare al mondo capitalistico l’ascesa di Hitler trasponendola in circostanze a quel mondo familiari», come spiega l’autore. Perché quanto accaduto alla Germania non si ripeta, ci dice Brecht, è necessario capire che «non sfugge al passato chi dimentica il passato».

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