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Fratelli d’Italia, o no?

di Francesca Malaspina

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Nelle ultime settimane è tornato alla ribalta un tema che tocca sempre più persone che oggi vivono in Italia; un tema rimesso in discussione dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che lo scorso 22 novembre 2011, a seguito di un incontro con i giovani della Rete 2G avuto il 15 novembre 2011, ha definito “un’assurdità” negare la cittadinanza a chi è nato nel nostro Paese (video).

Quasi un milione di giovani nati/cresciuti in Italia sono obbligati a vivere avendo sempre in tasca il permesso di soggiorno. Si sentono italiani, ma non possono dire di esserlo perché considerati stranieri dalla legge italiana. Sono i figli di genitori immigrati che, in quanto tali, non possiedono la cittadinanza italiana.

 

In Italia, il diritto alla cittadinanza è infatti basato sullo “ius sanguinis (diritto di sangue), per il quale il figlio nato da padre italiano o da madre italiana è italiano, ed è regolato dalla legge  5 febbraio 1992, n° 91; a questa concezione si contrappone lo “ius soli che stabilisce che è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori.
Naturalmente, ogni paese ha le sue regole per quanto riguarda il diritto di cittadinanza, ma la scelta di base che ogni ordinamento deve fare è quella tra “ius soli” e “ius sanguinis”. All’interno dell’Unione Europea, quasi tutti i paesi optano per lo “ius sanguinis” anche se poi le regole per l’acquisizione della cittadinanza sono spesso più morbide e agevoli di quelle italiane. Fa eccezione la Francia che, insieme agli Stati Uniti, adotta il modello dello “ius soli”. Addirittura, in Francia, vige oggi il cosiddetto “doppio ius soli” che facilita l’ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da stranieri a loro volta nati sullo stesso territorio (cittadini naturalizzati).

Dunque, i figli di genitori immigrati, per diventare cittadini italiani, devono attendere il loro 18° compleanno e avviare, prima di compiere 19 anni, un iter burocratico lungo e complesso (tra le altre cose, presentare l’istanza ha un costo di 200,00€ più il costo della marca da bollo da 14,62€), che non sempre termina con esiti positivi per il richiedente, con conseguenti e inevitabili gravi problemi di inserimento sociale e identità. Per altro, per i figli di immigrati non nati in Italia non è attualmente previsto un percorso “ad hoc” per poter ottenere la cittadinanza; possono soltanto seguire i canali di accesso disponibili e previsti per i loro genitori.

Ma che cosa significa nascere e crescere senza avere la cittadinanza italiana? E cosa comporta compiere la maggiore età e dover vivere con un permesso di soggiorno?
Fred Kuwornu, regista italiano di origini ghanesi, lo ha chiesto a dozzine di ragazzi, che abitano in tutta Italia, accomunati dal fatto di non avere la cittadinanza pur avendo compiuto 18 anni e mettendo insieme le loro risposte ha realizzato un docu-film intitolato “18 ius soli”.

Essere maggiorenni senza cittadinanza è un problema declinabile in diversi aspetti:
– innanzitutto, con la sola eccezione dei cittadini UE che possono votare per il Parlamento Europeo e le elezioni amministrative comunali, le seconde generazioni non hanno diritto di voto (tantomeno possono essere eletti), finendo per essere “cittadini di serie B”;
non è possibile accedere ai concorsi pubblici o agli ordini professionali né muoversi liberamente all’interno dei paesi della comunità europea;
– altro e ancor più grave è il fatto che, avendo compiuto i 18 anni, i figli di immigrati devono riuscire a dimostrare di avere un reddito minimo a ogni rinnovo del permesso di soggiorno e con la crisi che ci colpisce oggi è facile capire quanto questo punto sia quello che spaventa maggiormente le seconde generazioni.

Fin qui si è parlato di problemi materiali, ma c’è un altro aspetto da sottolineare; un aspetto non tangibile che, però, è anche quello più umano. Nascere e/o crescere in un Paese significa avere quel background culturale, quella lingua madre, aver frequentato quelle scuole, con quel programma formativo; significa sentirselo dentro, quel Paese. E l’essere giudicati stranieri in casa propria è una sensazione che nessuno vorrebbe provare mai.

Per questo sembra doveroso ripensare la legge che regola il diritto di cittadinanza in Italia pur essendo consapevoli che anche una riforma non porterebbe a risolvere tutti i problemi delle seconde generazioni, ma che almeno aiuterebbe le generazioni future, figlie di coloro che oggi non sono riconosciuti come cittadini italiani, a vedere garantiti i diritti di cui i loro genitori non hanno goduto. Una riforma che aiuterebbe anche l’Italia a fare un passo avanti e aprirsi a quella multiculturalità che, più che essere un indistinto e indeterminato futuro, è il nostro presente.

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