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Tu non sei tu

di Beatrice Bittau

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Tu non sei tu, e il tuo viso non è il tuo viso, la ruga piccola e sottile, una ragnatela che hai sotto l’occhio sinistro, forse perché porti gli occhiali, forse perché hai dormito poco passando tutta la notte a chiacchierare con un bicchiere vuoto davanti alla faccia sul tavolino basso del bar e i vetri appannati, di fuori è freddo rimaniamo qui a parlare un altro po’ domani è sabato, come dire, è venerdì, troppo presto ancora per buttarsi via…
Quella ruga piccolina, si vede appena, eppure l’hai rubata, non è tua.
Quel sopracciglio ammosciato non è tuo.
Porti scarpe non tue infilate in calzini non tuoi per tenere al caldo e riparati i piedi non tuoi di un altro e respirando fiato sottratto e rubato, poiché non certo frutto del tuo lavoro disperdi nell’aria molecole di anidride carbonica per le quali tu sei solo l’ultimo vagone del treno che le trasporta, e ora scendono attimo dopo attimo alla stazione prontamente per salirne su di un altro.

Ma se non è tua, a chi appartiene tutta questa materia?
A tuo padre, che te l’ha data.
Ma non solo a tuo padre, a tuo nonno. Perché è da lui che l’ha presa. E non solo a tuo nonno, ma più indietro, e poi più indietro ancora…

Che cosa significa?
Significa Ogni cosa è illuminata, di Jonathan Safran Foer. Dello stesso autore è anche Molto forte, incredibilmente vicino, da cui è stato tratto un film, in arrivo nelle sale italiane per febbraio. Purtroppo la trasposizione hollywoodiana sembra deviare dall’originale verso una resa più zuccherosa con tanto di colonna sonora degli U2.

Ogni cosa è illuminata è la storia di Jonathan.
Jonathan è americano, Jonathan è ebreo, Jonathan va in Ucraina. Ciò che ricerca è suo nonno, Safran. Incontra Alex, ucraino, figlio di Alex, figlio di Alex. Così, la ricerca di Jonathan va avanti, e la storia va indietro, cioè va avanti, ma nel passato, raccontando la vita degli antenati ebrei del ragazzo, dal 1700 in poi.
L’autore- ebreo- si diverte a dipingere questo popolo e il suo rapporto con il ricordare. Nel villaggio – ebreo – di Trachimbrod ogni scolaro studia il libro degli antecedenti.

« Il libro degli antecedenti era iniziato come ragguaglio sugli eventi di maggior importanza: battaglie e trattati, carestie, bradisismi e terremoti, l’origine e la fine dei principali sistemi politici. Ma di lì a breve cominciarono a introdurvi anche fatti secondari, e trascriverli dettagliatamente, festività, sposalizi e decessi importanti, cronache di costruzioni nello shtetl ( ai tempi distruzioni non ce n’erano) – e il libriccino era stato sostituito da una trilogia. Dopodiché, su richiesta dei lettori – che erano tutti quanti, i Rittisti come gli Scompigliati- il libro degli antecedenti incluse un censimento biennale con i nomi al completo e una breve biografia di tutti i cittadini… le edizioni successive, che occupavano ormai un intero scaffale di libreria, diventavano ancora più particolareggiate in quanto i cittadini contribuivano con storie famigliari, ritratti, documenti importanti e diari personali, finchè qualsiasi scolaretto fu in grado di appurare facilmente cosa avesse mangiato suo nonno a colazione un certo giovedì di cinquant’anni addietro, o che cosa faceva la prozia quando pioveva per cinque mesi di fila. Il libro degli antecedenti, che un tempo subiva un aggiornamento annuale, veniva ora aggiornato di continuo e quando non c’era niente da riferire il comitato permanente riferiva che stava riferendo, soltanto per tenere il libro in espansione, sempre più a somiglianza della vita: stiamo scrivendostiamo scrivendo stiamo scrivendo… »¹

L’ansia della mano che scrive stiamo scrivendo è la medesima di chi sfoglia quel libro, cercando sé stesso, e poi suo padre, e poi suo nonno, e poi chi prima di lui, e chi prima ancora, pagina dopo pagina all’indietro, così anche Jonathan dal riflesso dei suoi occhi nello specchio vede specchiarsi non più i propri occhi, ma gli occhi, il naso, la bocca, il volto di suo nonno.

Suo nonno a sua volta si specchia negli occhi umidi dell’unica donna che abbia mai amato senza saperlo, la Zingarella. Ed in questo riflesso vede il suo bis-bis-bis nonno con il disco della sega circolare conficcato in testa specchiarsi nell’acqua della cascate, assordante che scroscia fuori dalla finestra di casa sua.
Non si tratta di dna, non basta, sarebbe troppo automatico. Non è neppure questione di educazione. Si tratta di vita, di tutte le vite che, antecedenti, sono dentro Jonathan, sono dentro ciascuna persona, del filo che le tiene insieme tutte, in successione, l’una legata all’ altra, movimento dopo movimento, e di risalire questo filo si tratta, come Teseo dentro al labirinto, per farsi strada tra i cunicoli, per vedere se si riesce a risalire fin al principio del mondo.

1. J. S. Foer, Ogni cosa è illuminata, 2002, Guanda, Parma.

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