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Nagorno-Karabakh: memoria e rimozione in un luogo post-sovietico

di Luca Guiduzzi

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L’enclave armena del Nagorno-Karabakh è uno di quei luoghi dimenticati più per la difficoltà nel ricordarsi il nome che per lo scarso interesse riscosso tra gli storici contemporanei. Regione sovietica a maggioranza armena che ospita una corposa minoranza azera, diventa teatro del primo conflitto della storia post-sovietica. Infatti, fra il 1990 e il 1991, mentre ciò che restava del Cremlino concedeva pacificamente indipendenze e autonomie alle repubbliche federate, qui si combatteva: prima l’Armata Rossa e l’esercito azero contro quello armeno, poi russi e armeni contro azeri, infine tutti contro tutti.

Le ragioni che spinsero a una guerra dimenticata, durata sino al 1994, erano e sono molto semplici, nonostante certi politologi cerchino di complicarsi la vita con teorie richiamanti il conflitto etnico, la realpolitik, l’instabilità strutturale o le dinamiche sotterranee facenti capo ai signori della guerra. La regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha infatti avuto il triste primato di chiedere per prima al Cremlino una modificazione sostanziale nella struttura dell’impero.

Nel 1989, quando ancora si pensava che la Perestrojka avrebbe giovato all’Unione Sovietica, questa piccola regione osava proclamare la propria volontà politica di cambiare le cose, proclamando tramite i suoi rappresentanti regionali ed un esercito casereccio di voler annettersi alla confinante Repubblica Sovietica d’Armenia.

Un territorio di 4.500 Km² e 190.000 abitanti, grande poco meno della Romagna ma con meno di un quinto della sua popolazione, voleva bypassare le strutture sovietiche e sancire l’unione con i connazionali già titolari di una Repubblica. Evidentemente per il Cremlino si trattò di una perdita di potere decisionale fin troppo pesante. La periferia dell’impero era un luogo in cui queste scappatoie politico-democratiche, se pur previste dalla Costituzione Sovietica e dalla stessa Perestrojka, non erano ancora digeribili.

Anche la Repubblica dell’Azerbaijan, titolare della giurisdizione della regione, si oppose a tale decisione sull’onda della risposta negativa del Cremlino e agì militarmente motivando la sua azione con la difesa della minoranza azera della regione, pari al 25% della popolazione. Ebbe inizio così una guerra a macchia di leopardo, che intervallava scontri militari lungo i confini a schermaglie tra cittadini delle due nazionalità, sino alla pulizia etnica.

Eppure un tempo, su queste colline e sugli altipiani circostanti, le due comunità vivevano di un’economia interdipendente e collaborativa che sigillava relazioni sociali di una profondità oggi del tutto rimossa e dimenticata. Gli armeni si occupavano prevalentemente di agricoltura mentre gli azeri erano per la maggior parte pastori, ma le specialità dei due gruppi etnici venivano fuse per sopperire alle mancanze causate dal cambio di stagione.

D’estate i pastori azeri transumavano verso gli insediamenti montani dove potevano trovare, nei pascoli di proprietà armena, un clima e spazi più congeniali al bestiame. Qui i prodotti della pastorizia azera erano barattati con frutta e verdura prodotte dai coltivatori armeni. Una relazione fiduciaria ancor più evidente in inverno, nel momento in cui la comunità pastorale azera tornava alle pianure lasciando l’attrezzatura per il pascolo alle famiglie armene che la custodivano sino all’estate successiva.

D’inverno il lavoro agricolo montano era però carente, per cui si realizzava il othodničestvo, la migrazione di diverse migliaia di armeni che si muovevano verso le pianure azere dove potevano coltivare gli appezzamenti locali e lavorare come muratori. Infatti le comunità azere, essendo state nomadi sino alla fine del XIX secolo, avevano scarse conoscenze edilizie e facevano costruire le proprie residenze dagli armeni.

Queste circostanze parlano di una convivenza secolare, oggi chirurgicamente rimossa dai libri di storia e dalle cronache quotidiane. L’odio etnico affonda le sue radici in un’antichità storica che non esiste: la memoria e soprattutto l’educazione ad essa possono divenire strumenti per costruire un’immagine stereotipata dei soggetti che popolano un ambiente culturale, sociale, umano.

Oggi la popolazione del Nagorno-Karabakh si compone prevalentemente di due categorie di persone: la generazione di chi ha visto la guerra, l’ha combattuta e ha assistito in prima persona ai danni che ha provocato, ovvero i padri e le madri, i nonni e le nonne; e quella di chi la guerra se l’è sentita raccontare e ne trova traccia nella tomba di un parente caduto o passeggiando di fronte ad uno dei tanti condomini dilaniata dai bombardamenti, ovvero la generazione degli adolescenti e dei bambini.

Entrambe, non sorprendentemente, sono convinte che in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo armeni e azeri avrebbero dovuto farla, quella guerra. Perché, come mi diceva una signora incontrata passeggiando per Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, «armeni e azeri non sono mai andati d’accordo».

Lettura consigliata:

Kuciukian P., Giardino di Tenebra. Viaggio in Nagorno Karabakh, Milano, Guerini e Associati, 2003

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