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7 miliardi di problemi…o di opportunità

di Leonardo Nini

Pubblicato il

Con ogni probabilità sarà giunta alla vostre orecchie la notizia del nuovo traguardo da poco raggiunto dal genere umano: ben 7 miliardi di uomini e donne popolano oggi il pianeta Terra

Nel corso della storia, il numero di anni necessari per aggiungere un ulteriore miliardo alla popolazione mondiale si è progressivamente assottigliato. Se servirono centinaia di migliaia di anni per giungere, agli inizi del XIX secolo, al primo miliardo ed altri 120 per raggiungere il secondo, ne sono bastati appena 12 per passare dal sesto al settimo!

Ci pare spontaneo domandarci con quante persone si troveranno a “convivere” i nostri figli, nipoti e pronipoti. Se le stime degli esperti demografi e statistici sono valide, è giunto il momento di porci con maggiore insistenza alcuni interrogativi che, forse, negli ultimi anni non sono stati considerati con sufficiente attenzione.

La visione Malthusiana

Fra qualche decina di anni saremo in grado di procacciarci sufficienti risorse per sfamare 10 miliardi di individui?

Thomas Robert Malthus fu il pastore anglicano che, sul finire del settecento, in un mondo ancora popolato da meno di un miliardo di individui, per primo cercò di portare all’attenzione dei suoi coetanei la rilevanza del rapporto fra risorse naturali (in particolare alimentari) e popolazione umana. La sua celebre teoria pone l’accento sul fatto che la progressione geometrica seguita dall’andamento demografico tende a distanziare rapidamente la progressione aritmetica che caratterizza invece il ritmo di crescita della produzione agricola.

Il tempo, tuttavia, non sembra finora aver dato ragione al buon Malthus: a fronte di un tasso di crescita demografico di livello quasi esponenziale, infatti, l’aumento della produttività agricola ed industriale sembra avere consentito a buona parte della popolazione un livello di sostentamento quantomeno dignitoso.

D’altra parte, però, in gioco vi sono dinamiche molto più complesse di quelle teorizzate da Malthus.

Una differenziata crescita demografica…

Primo punto fondamentale: le diverse aree del pianeta hanno tassi di sviluppo demografici differenti.

Riguardo a ciò che è successo fino ad ora, possiamo notare come nell’occidente sviluppato, pur con le dovute distinzioni, il ritmo di crescita ha subito una battuta d’arresto piuttosto marcata da almeno un paio di decenni a questa parte. D’altra parte, gli Usa, così come il sud America, hanno mantenuto tassi di crescita economico-demografica di rilievo. Gli occhi del mondo sono però puntati sui continenti asiatico ed africano, la quota di popolazione “minaccia” di assumere sempre più importanza nei secoli a venire. Se, d’altra parte, in Cina ormai da tempo politiche di stampo quasi maltusiano quali quella del figlio unico sembrano aver contribuito a frenare la suddetta crescita, in India ed in particolare nel continente africano la crescita si prospetta ancora sostenuta.

Tale tendenza promette di non arrestarsi, sottolinea  il rapporto sullo stato della popolazione mondiale 2011 dell’UNPFA, intitolato “People and possibilities in a World of 7 bilions”.

Già nel 2050, secondo le attuali stime delle Nazioni Unite, il mondo potrebbe essere popolato da più di 9 miliardi di persone, con l’India paese più popoloso al mondo (1,5 miliardi di abitanti circa) e più di 2 miliardi di persone nel solo continente africano. Di conseguenza, l’Asia rimarrà nettamente il continente più popolato, seguito da Africa e Sud America. Proprio l’area dell’America latina e caraibica potrebbe superare i suddetti continenti per quanto riguarda l’aspetto della densità demografica.

Quali dinamiche che si celano dietro queste cifre? Nel suo “Lo sviluppo è Libertà”, Amartya Sen, indiano, premio nobel per l’economia 1998, svolge una lucida analisi di tali processi, già marcati sul finire del secolo scorso.

Egli pone l’accento sullo sviluppo democratico e culturale come freno positivo alla crescita demografica, riflettendo sulla la differente situazione dei vari stati indiani. Ad esempio nel Kerala e nel Punjab (regioni del subcontinente indiano) è stato lo sviluppo diritti civili e sociali  a permettere un più marcato sviluppo economico, ed a porre un freno alla crescita demografica. Nel Kerala si sono ottenuti risultati migliori che nella Cina della politica del figlio unico. Altro fattore di grande rilievo citato da Sen è l’educazione femminile, dalla quale consegue il ruolo della donna nella società. Un maggior tasso di educazione femminile si mostra avere effetti importanti sulla riduzione della mortalità infantile ma anche, e soprattutto, del tasso di fertilità.

In una visione Malthusiana, i paesi più sviluppati sembrano aver messo all’opera freni preventivi per il controllo della fertilità, in molti casi con lo scopo di migliorare la situazione economica dei singoli nuclei familiari. Tali fattori non sono invece entrati in gioco nei paesi sottosviluppati, dove, a discapito di redditi familiari molto inferiori, i tassi di fertilità non sembrano accennare una flessione, almeno nei prossimi lustri. Pertanto, sembra probabile l’entrata in gioco di freni demografici repressivi come guerre e carestie.

…ed economica

Dopo un rapido overlook alla situazione demografica delle principali nazioni, può essere opportuno soffermarsi sulla situazione economica delle stesse. Molti di voi avranno sentito parlare delle difficoltà che le economie occidentali più sviluppate stanno affrontando, con tassi di crescita del PIL prossimi allo 0%.

Cifre decisamente in controtendenza rispetto a quelle che, dal dopoguerra ad oggi, hanno caratterizzato queste nazioni, con un tasso di crescita medio annuo intorno al 5-7%.

Oggi sono altre le economie che aspirano ad acquistare ruoli da protagoniste sulla scena mondiale. Innanzitutto le economie asiatiche: mentre l’India continua a svilupparsi al 7% annuo, con una esponenziale crescita del settore terziario, l’economia a Cinese cresce al 10%, confidando soprattutto nell’aumento della produzione industriale. D’altra parte, sentiamo molto spesso parlare dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), il cui reddito pro capite promette di raggiungere livelli paragonabili a quelli dei paesi europei e nordamericani. All’interno di questi paesi, tuttavia, esistono ancora enormi differenze fra le diverse parti sociali: accanto ad una quota crescente di benestanti esiste ancora un ingente numero di persone in grave difficoltà.

Allargando lo sguardo alle dinamiche macroeconomiche mondiali, è possibile inoltre evidenziare come, negli ultimi decenni, la forbice fra ricchi e poveri si sia allargata: accanto a paesi in forte sviluppo (Brics) vi sono di fatti una serie di economie sottosviluppate che non solo sono state distanziate dalle economie più sviluppate sul piano del reddito pro capite, ma in qualche caso hanno raffrontato tassi di crescita medi annui negativi (è il caso dello Zimbabwe). Inoltre, come abbiamo visto in precedenza, tali aree sottosviluppate coincidono in gran parte con quelle a più alto tasso di fertilità, in conseguenza della grave scarsità di educazione sessuale che affligge queste popolazioni.

Tassi di crescita del PIL, anno 2007

Quali prospettive?

In primo luogo, la compresenza di un reddito pro capite estremamente contenuto e di tassi di fertilità ancora elevati nel continente africano potrebbe rendere sempre più complessa la risoluzione di alcune problematiche, quali la carenza di cibo e acqua, così come delle più comuni infrastrutture (come scuole e ospedali) che affliggono gran parte dell’africa sub sahariana.

Tale ragionamento è inoltre estensibile anche ad altre regioni del mondo, come America latina e, soprattutto, il sudest asiatico, le quali, pur avendo imboccato più o meno con decisione la strada dello sviluppo, presentano al loro interno squilibri sociali ancora molto marcati, oltre che tassi di crescita demografici, in particolare fra le classi sociali più povere, tutt’altro che trascurabili.

Di seguito, chiamiamo in causa il cosiddetto “principio di Pareto” , secondo il quale  l’80% delle risorse disponibili è attualmente utilizzato dal 20% della popolazione, quella dei paesi più ricchi.

Pare spontaneo chiedersi cosa potrebbe succedere a fronte di un deciso sviluppo dell’ 80% della popolazione restante.

Ricordiamo infatti che Cina e India, cioè il 30% circa dell’umanità, hanno economie in crescita con tassi tra il 7 e il 10 %…

È evidente che occorrerà uno sfruttamento più intensivo delle risorse del pianeta. A questo proposito, può essere opportuno ricordare come Cina ed India (ancora loro..) stiano facendo incetta di terreni, soprattutto nel continente africano, con l’evidente intenzione di fronteggiare il futuro aumento della domanda di derrate alimentari.

Il problema non riguarda ovviamente solo cibo ed acqua, ma anche risorse energetiche ed inquinamento.

Lo sfruttamento dei combustibili fossili pone fondamentalmente due problemi, quali i conflitti per la conquista delle fonti di approvvigionamento, che in futuro potrebbero diventare progressivamente più rare, e l’emissione di gas i quali contribuiscono a rafforzare l’effetto serra.

Nel caso cinese, ad esempio, il forte sviluppo economico di questi anni sta lasciando una pesante eredità per le future generazioni: nel 2007 la Cina, ascesa al rango di seconda potenza economica per consumo di energia, ha conquistato anche il triste primato di maggior inquinatore, con il 22% circa delle emissioni di gas serra, scavalcando gli USA “fermi” al 19%.

Il progresso verso uno sviluppo sostenibile sembra in effetti procedere in modo alquanto incerto. Per quanto riguarda il protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005 con l’obiettivo di ridurre di almeno 5 punti percentuali rispetto al 1900 le emissioni di CO2, va segnalato che Cina, India e USA, le quali come abbiamo visto occupano un ruolo di rilievo rispetto alle emissioni di gas serra, non abbiano ancora aderito alle condizioni da esso fissate.

 

Quali conclusioni trarre da questo rapido excursus sulla situazione demografica mondiale?

Senza ombra di dubbio molteplici, ma oltremodo complesse, potrebbero essere le soluzioni alle problematiche di cui abbiamo parlato. Non è questa la sede per dilungarsi nella spiegazione della serie di provvedimenti tecnico-politici necessari, quali potrebbero essere maggiori investimenti in ricerca agraria o energetica (né l’autore del presente articolo ne possiederebbe le capacità).

È importante, tuttavia, non perdere di vista le conseguenze che le nostre azioni possono avere sul futuro dell’umanità, continuando pertanto nella ricerca di soluzioni che permettano uno sviluppo sostenibile per le ormai sette miliardi di persone che abitano la Terra.

Il senso di responsabilità che dovrebbe scaturire in ognuno di noi nel prendere coscienza di ciò che sta accadendo al nostro pianeta è splendidamente espresso da una frase contenuta nella prima pagina della succitata relazione UNPFA “People and possiblities in a World of 7 billions”:

Instead of asking questions like, “Are we too many?” we should instead be asking, “What can I do to make our world better?”

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5 commenti per “7 miliardi di problemi…o di opportunità

  • Luca Rasponi ha detto:

    Articolo interessantissimo, largamente argomentato, ben scritto ed esauriente. Forse un po’ lungo, ma sicuramente il tema richiedeva numerose spiegazioni e precisazioni. Davvero notevole, complimenti!

  • Alessandro Lontani ha detto:

    Articolo molto interessante. La crescita progressiva del numero di abitanti scopre il nervo dolente del sistema occidentale.
    “Che problema il settemiliardesimo… Non c’è sufficente cibo per tutti… troppi pochi diritti…”
    L’ipocrisia di chi vuole tutto per se e teme che qualcun’altro glielo porti via.
    Quando la vita è la sola opportunità che abbiamo.

  • Sara G. ha detto:

    Esistono degli studi che hanno portato a pensare che la sovrappopolazione sia il più grande ed urgente problema dell’umanità, prima della fame, della ricerca di energie alternative etc…la FIGU ha calcolato che il limite sopportabile di popolazione mondiale dovrebbe essere sui 529 milioni di esseri umani: grazie a questo numero può essere garantito che ci siano risorse in abbondanza, che la natura mantenga la capacità di rigenerarsi e che restino riservate al mondo animale e vegetale vaste aree, nelle quali flora e fauna possano svilupparsi indisturbati.Da questi studi emerge che la sovrappopolazione è il fattore problematico determinante, poiché quante più persone vivono sulla Terra, tanto più aumenteranno tutti gli altri problemi e tanto più crescerà il fabbisogno di fonti energetiche, quali petrolio, metano e uranio, ma anche di acqua potabile, spazi abitativi, generi alimentari, ecc.

    Questa è solo una teoria, ce ne sono tante altre, c’è chi afferma che la crescita possa solo che portare benefici all’umanità…ma il dato rimane e, se c’è un tabù nella nostra società è sicuramente questo: la sovrappopolazione, con i relativi concetti di politica demografica, controllo e/o pianificazione della natalità, contraccezione, regolamentazione dell’immigrazione, limiti allo sviluppo industriale, sfruttamento delle risorse energetiche.

    Non mi trovo d’accordo con l’affermazione “l’aumento della produttività agricola ed industriale sembra avere consentito a buona parte della popolazione un livello di sostentamento quantomeno dignitoso” e vedo più un problema che un’opportunità nel continuo aumento della popolazione ma ringrazio Dissonanze per aver fatto emergere questo tema. Ci voleva.

  • Leonardo Nini ha detto:

    Grazie mille a tutti coloro che hanno apprezzato questo articolo, o che hanno avuto la pazienza di leggerlo!

    Per rispondere al commento di Sara: l’articolo conteneva solo qualche accenno alle possibili soluzioni dei problemi che sono sorti e soregeranno dallo sviluppo demografico. è difficile però essere sicuri che tale sviluppo possa essere considerato esclusivamente come un problema.
    Senza dubbio ciò di cui c’è bisogno è che chi ha il potere di farlo si metta a tavolino e stabilisca politiche comuni per prendersi cura del pianeta e di coloro che lo abitano (in questi giorni a Durban si tiene un meeting riguardo all’inquinamento, ma per ora non sembrano saltar fuori grandi idee..)

    Senza dubbio, nei paesi indutrializzati e in quelli che hanno imboccato la via dello sviluppo, le cose sono andate in modo differente dalla visione pessimistica di Malthus, e questo principalmente perchè c’erano ancora tante risorse da sfruttare..

    secondo me quindi la grande domanda è: quante e quali risorse la Terra ha ancora da offrirci?

  • Giovanni C ha detto:

    Nessuna domanda, nemmeno la più stupida, dovrebbe essere soffocata, se dettata dalla reale volontà di capire e conoscere il mondo in cui viviamo.

    Cercare di risolvere il problema, ignorando le cause del problema stesso, è un’impresa totalmente fallimentare, morta già prima di nascere, lontana da ogni successo e vittoria.

    L’impronta ecologica della popolazione di un pianeta, è legata indissolubilmente alla quantità dei singoli abitanti, indipendentemente dal tipo di razza, cultura, religione, classe sociale, reddito e carattere, indipendentemente dal fatto che lo si voglia ignorare o prendere in considerazione.

    Quindi, alla domanda “What can I do to make our world better?” rispondo “Are we too many?”.
    E la risposta a questa domanda cruciale, che non può essere sostituita da altre domande, è purtroppo positiva: siamo in troppi.

    Ed infine, a chi, gridando, facendo rumore, facendosi portatore del diritto alla vita, taccia di ipocrisia ed egoismo i sostenitori della decrescita demografica, vorrei dire che nulla ha capito di come la vita possa essere difesa, nulla ha capito di come tutto sia collegato ed interconnesso, tantomento di quanto la sua vista sia offuscata dall’avidità che egli stesso dichiara di combattere.

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