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HIV e privacy: il dilemma non risolto

di Lucia Pavolucci

Pubblicato il

L’HIV o virus dell’immunodeficienza umana è il responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Questa condizione altera le normale difese immunitarie dell’organismo determinando una forte predisposizione ad acquisire infezioni anche di banale entità, le quali possono compromettere la salute dell’individuo affetto.

Il paziente con HIV viene definito sieropositivo, termine che non esprime una semplice condizione medica, ma che spesso etichetta socialmente il malato stesso.

Il film Philadelphia del 1993 tratta proprio della discriminazione vissuta da un giovane e brillante avvocato (interpretato da Tom Hanks) per il fatto di essere sieropositivo. L’opera esprime alla perfezione lo stigma sociale al quale erano sottoposte le persone affette da HIV tra gli anni ‘80 e ‘90.

All’epoca anche in Italia è partita una campagna di sensibilizzazione pubblica orientata a tutelare i diritti dei pazienti con HIV, che ha portato ad una legislazione che preserva da qualsiasi divulgazione i dati relativi allo stato di sieropositività dell’individuo.

La legge in questione è la numero 135 del 5 giugno 1990 che sancisce il divieto, per il medico che viene a conoscenza della condizione di sieropositività di un suo assistito, di diffondere notizie relative al suo stato di salute senza avere il consenso per farlo.

L’introduzione di questa norma ha permesso di salvaguardare la privacy del paziente sieropositivo; tuttavia essa non contempla l’eventuale rischio di diffusione della malattia nel caso in cui l’individuo affetto da HIV non riveli il proprio stato di salute al suo partner.

Infatti, anche se il medico di famiglia ha in cura entrambi, ha il divieto assoluto di informare il partner se il paziente sieropositivo non dà il proprio consenso: una situazione che espone inevitabilmente il primo al contagio del secondo.

Il medico si trova quindi di fronte ad una condizione di conflitto: da una parte deve tutelare la privacy di un suo assistito e dall’altra garantire la salute dell’altro.

Tale norma è inoltre in contrasto con l’articolo 40 del codice penale, secondo cui «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo»: ciò giustificherebbe la scelta del medico di rivelare il segreto professionale al partner del paziente.

Anche il codice deontologico è di fatto contrapposto alla legge 135 nell’affermare che «il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è confidato o di cui venga a conoscenza nell’esercizio della professione», ma «la rivelazione è ammessa ove motivata da una giusta causa, rappresentata dall’adempimento di un obbligo previsto dalla legge».

Un altro punto cruciale della legge 135 è il divieto di accertare lo stato di sieropositività attraverso esami specifici, qualora il paziente rifiuti tali procedure. Questa norma garantisce la libertà individuale della persona, ma espone al rischio di contagio gli operatori sanitari che intervengono in una procedura chirurgica non essendo informati sullo stato di salute del paziente.

Norme e regolamenti vigenti non permettono di cogliere l’effettiva entità del fenomeno, che nel corso dei decenni sta progressivamente cambiando caratteristiche. La sorveglianza epidemiologica nazionale ha infatti incluso il contagio da HIV nell’elenco delle malattie infettive a notifica obbligatoria (con norme che garantiscono l’anonimato del paziente) solo dal 2008, mentre prima venivano segnalati esclusivamente i casi di immunodeficienza conclamata (AIDS), risultato di un’infezione di lunga data.

Se all’inizio degli anni ‘80 la diffusione dell’infezione era più che altro attribuibile all’uso di droghe endovenose e quindi confinata ai tossicodipendenti, oggi il contagio avviene prevalentemente per via sessuale.

E non si tratta neanche più della “peste dei gay”, come veniva concepita negli anni ’90, erroneamente attribuita esclusivamente agli omossessuali: sta crescendo infatti il numero di donne e di uomini eterossessuali infettati dal virus. Il dato più allarmante è che un sieropositivo su quattro non è a conoscenza del proprio stato.

La legge 135 non è riuscita a creare un quadro normativo di riferimento univoco, dal momento che le sue disposizioni contrastano sia con il codice penale che con la deontologia professionale dei medici. Rimane infatti irrisolta la questione del privilegio per i diritti del paziente sieropositivo rispetto a quelli della collettività.

Un’informazione non adeguata ha fatto il resto: l’attenzione sul problema è calata progressivamente dopo il boom iniziale, portando a sottovalutare un rischio tuttora attuale.

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Un commento per “HIV e privacy: il dilemma non risolto

  • Alessandra ha detto:

    il fatto è che cmq, anche se un medico fosse obbligato a darne comunicazione al partener…non è detto che il partner conosca il medico. L’unica soluzione è l’uso del preservativo nei rapporti occasionali, e il test in quelli duraturi, nonché contare sull’affidabilità del partner…sembra tutto un po’ utopico però…

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