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La legge degli uomini

di Luca Rasponi

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Leggi e regole sono il fondamento delle nostre società. La presenza di norme che sanciscono uguali diritti e doveri per tutti i cittadini è alla base della convivenza civile in quasi tutti i Paesi occidentali, culmine di un’evoluzione cominciata nelle poleis dell’antica Grecia.

Il concetto di nomos racchiude però una contraddizione insolvibile, che attraversa la storia del diritto da Dracone e Licurgo ai giorni nostri: non è affatto semplice, infatti, capire i limiti che la legge deve stabilire e quelli che non può oltrepassare. Due figure rappresentano emblematicamente altrettanti modi contrapposti di concepirla nella tradizione del pensiero greco: Socrate e Antigone.

Vissuto nel V a.C., Socrate è uno dei più grandi pensatori dell’antichità, nonostante non abbia lasciato alcuna opera scritta. Il suo metodo d’insegnamento è basato sul dialogo e votato a guidare l’allievo verso l’espressione del proprio pensiero tramite la maieutica, l’arte delle levatrici di assistere le donne durante il parto.

Una disciplina aperta che procura a Socrate non pochi problemi: accusato di traviare le menti dei suoi allievi, allontanandoli dalla religione ufficiale della città, il grande filosofo ateniese viene condannato a morte dai suoi concittadini. A nulla valgono le suppliche di chi tenta di dissuadere Socrate dall’accettare il suo destino: il filosofo beve un calice di cicuta e pone fine alla sua vita.

Socrate decide di accettare la sua condanna perché ribellarsi ad essa significa trasgredire le leggi della polis: anche se il filosofo è innocente, non riconosce a sé stesso l’autorità per porsi al di sopra delle norme che regolano la vita della comunità.

Quando il discepolo Critone, nell’opera di Platone che porta il suo nome, tenta di convincere il maestro Socrate a fuggire, ottiene questa risposta: «Se fosse necessario scegliere tra commettere un’ingiustizia o subirla, sceglierei il subire ingiustizia piuttosto che il commetterla».

Secondo il filosofo greco, per poter garantire la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, la legge deve essere al di sopra di ogni individuo: una legge fatta dagli uomini e che da essi può essere cambiata attraverso procedure condivise, ma non elusa dal singolo. Un concetto che i romani, fondatori del diritto moderno, avrebbero sintetizzato con la massima «Dura lex, sed lex».

Ciò che Socrate afferma a costo della vita è messo in dubbio dal suo contemporaneo Sofocle, drammaturgo che con Antigone (442 a.C.) mette in scena la tragedia del singolo individuo che si scontra con la rigidità delle leggi.

Figlia del re di Tebe Edipo, Antigone è la sorella dei gemelli Eteocle e Polinice, che alla morte del padre devono alternarsi sul trono un anno a testa come da lui disposto. Ma quando giunge il turno di Polinice, Eteocle lo fa imprigionare ed esiliare. Polinice raduna quindi un esercito e marcia su Tebe: è guerra senza quartiere, che termina solo con la reciproca uccisione dei due fratelli.

Sale dunque al trono il loro zio Creonte, che dispone la sepoltura di Eteocle e impone al cadavere di Polinice il grave disonore di rimanere insepolto, poiché marciando su Tebe egli è divenuto nemico della città, infrangendone le leggi.

Di fronte ad una simile ingiustizia Antigone non si arrende, e cerca in tutti i modi di seppellire Polinice, arrivando a gettare sul suo cadavere la terra con le mani per non lasciarlo in preda di cani e avvoltoi.

Pur addolorato dalla pena che deve infliggere al nipote defunto, Creonte tenta di spiegare ad Antigone che nessuno può trasgredire la legge della polis, soprattutto i parenti del re, poiché se proprio il sovrano si dimostrasse al di sopra delle regole, esse perderebbero ogni valore per la collettività.

Ma Antigone, che nella versione della tragedia portata in scena da Jean Anouilh è più che mai anche una donna contrapposta ad un sistema politico maschile, non cede, poiché ritiene che esistano leggi non scritte, come quelle riguardanti la dignità della persona, antecedenti e quindi superiori a quelle della polis. Creonte è dunque costretto a farla imprigionare.

Antigone vuole seppellire il fratello, che sia colpevole o no, per non lasciare che il suo animo vaghi senza pace come accadeva, secondo la tradizione greca, a chi non veniva sepolto dopo la morte. E per questo è disposta a rinunciare anche alla propria vita: proprio quando Creonte decide di concedere a Polinice una degna sepoltura, infatti, Antigone si impicca in cella.

Una simile tragedia fa sicuramente pendere la bilancia emotiva dalla parte di Antigone. Ma quanto sostenuto da Socrate non può restringersi ad una mera imposizione di limiti fini a sé stessi, perché pur nell’impossibilità di adattarsi ad ogni caso specifico, per secoli la legge ha assolto al suo compito di permettere la convivenza degli uomini sulla base di regole condivise.

Socrate o Antigone, dunque? Lunghi secoli di diritto non hanno dato ragione a nessuna delle due parti. Forse perché, citando ancora i latini, in medio stat virtus.

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