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Il gioco di prestigio che non fu mai magia. Biografia della nostra belle époque

di Nicola Dellapasqua

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Il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile. Così più di vent’anni fa il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan aggiornava in chiave post-moderna il fine giustifica i mezzi di machiavelliana memoria. Ma oggi probabilmente tra l’esplosione di una bolla speculativa e l’altra e debiti pubblici che balzano fuori dagli armadi peggio che scheletri, il tenore di vita dei vecchi paesi sviluppati appare più che negoziabile per scelta, da svendere per necessità.

Dunque sembra più che mai attuale chiedersi quali furono i mezzi che in questi vent’anni furono giustificati dal fine di questa seconda età dell’oro del capitalismo occidentale che oggi volge al termine.

Il momento di svolta fu quello delle due presidenze Reagan. Il modello di sviluppo industriale basato sui consumi di massa che gli Stati Uniti avevano importato ormai in metà del globo, dopo trent’anni di grande espansione e crescita mondiale, non riusciva più a produrre ricchezza. Si trattava di trovare una ricetta per riemergere dalla stasi che dalla metà degli anni settanta affliggeva le economie sviluppate. I sintomi della malattia erano più o meno quelle che anche oggi manifesta la cosiddetta economia reale: problemi sistemici di sotto realizzo per le attività produttive. Il sistema si era ingrandito troppo per riuscire a tenere in equilibrio l’aumento di domanda aggregata con l’aumento della concorrenza comportate dall’ingresso di nuove aree del mondo all’interno del libero mercato di marca U.S.A. I mercati tutt’ad un tratto erano diventati sovraffollati, il mondo era diventato un immenso laboratorio che faceva schizzare il prezzo delle materie prime, petrolio in primis, ma i consumatori erano di fatto gli stessi degli anni 60.

La concorrenza e l’espansione dei mercati da fattori portanti del sistema  americano si eran o trasformati nella causa del corto circuito di tutti i sistemi basati sulla libera iniziativa economica, la caduta tendenziale del saggio di profitto. Fu in questo scenario che per la “Reaganeconomics” il fine doveva giustificare i mezzi. Il fine come abbiamo visto era un recupero dei profitti da parte delle attività economiche per non negoziare il tenore di vita degli americani, i mezzi però non furono “le guerre per procura” o le politiche di smantellamento dello stato sociale per cui questa presidenza è rimasta impressa nel sentir comune. Il mezzo fu un gioco di prestigio.

Il nuovo panorama economico rendeva impossibile perseguire la strada della competitività nell’ambito del mercato manifatturiero, e delle merci in generale, senza intervenire in maniera drammatica sul costo del lavoro, quindi senza negoziare il tenore di vita degli americani. L’operazione compiuta attraverso la “Reaganeconomics” fu quella di cambiare il tavolo sul quale il sistema economico U.S.A avrebbe giocato la sua partita per il recupero dei profitti.

L’economia americana venne attrezzata, attraverso politiche monetarie e fiscali, per risultare massimamente efficace sul mercato della competizione interstatale per il capitali mobili. La maggior parte dei paesi sviluppati industrialmente risentivano di problematiche relative a contrazioni dei profitti, quindi i loro soggetti economici erano tendenzialmente portati a investire sempre meno nelle loro attività e a mantenere sempre più capitali in posizione di liquidità. Al contrario i paesi in via di sviluppo si trovavano a dover allocare gli ingenti surplus in liquidità derivati dal decollo delle proprie economie, cercando quindi investimenti per tesaurizzare i propri profitti e tenere in equilibrio le proprie bilance commerciali. Dunque quando la tendenza della gran parte dei soggetti dell’economia globale era quella di ritrovarsi per un motivo o per l’altro col portafoglio pieno di denaro senza sapere come spenderlo, gli Stati Uniti ebbero l’intuizione di trasformarsi nella banca del mondo.

Da metà degli anni ottanta fino al 2008 un’immensa quantità di capitali sotto forma di liquidità si riversò negli Stati Uniti. Le banche e le società specializzate in attività d’intermediazione finanziaria prosperarono, l’accesso al credito divenne facilissimo per tutti tanto da alimentare un nuovo mito del sogno americano e lo stato federale riuscì a consolidare la propria egemonia a livello mondiale proprio grazie ai treasury, i titoli di debito pubblico che tutto il mondo faceva a gara per finanziare. Questa grande concentrazione di capitali trasformò il nostro mondo. L’America, grazie ad essi, divenne la culla dello sviluppo tecnologico di massa basti pensare al mercato dell’hightech e della new economy. Ma, dietro a questa nuova età dell’oro del capitalismo americano, si celavano i problemi di sviluppo economico materiale che dagli anni settanta erano sostanzialmente irrisolti.

Questa Belle Époque era fondata su un gioco di prestigio che per vent’anni sembrò vera magia: a Wall Street i capitali sembravano autoriprodursi ma, non era così. L’immensa concentrazione di liquidità, che comunque era pur sempre un debito da retribuire, tendeva a creare quella dinamica a bolle speculative che dal 2008 è divenuta familiare a tutto il mondo. Fummo bruscamente risvegliati dal magico sogno di questa nuova età dell’oro. Oggi, purtroppo, non possiamo più credere alle magie: il denaro non può autoriprodursi da solo, anche se concentrato. A ricordarcelo, ad ogni risveglio, è il nostro negoziabile tenore di vita.

 

Per saperne di più:

Arrighi Giovanni, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Milano, Feltrinelli, 2008

Arrighi Giovanni, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, il Saggiatore, 1996

Brenner Robert, The boom and the bubble: the U.S in the world economy, London, Verso, 2002

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