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Videocracy: basta apparire

di Arianna Beccaletto

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Un’immagine. Un’immagine che ricorre continuamente su tutti i canali televisivi. Il suo primo piano sorridente. È dal sorriso di Silvio Berlusconi che parte l’analisi della televisione italiana condotta dal regista italo-svedese Erik Gandini nel docufilm “Videocracy”

In quella maschera si mescolano politica e intrattenimento. Potere e piacere. Berlusconi desidera divertirsi e far divertire. Così, secondo il regista, è diventato uno degli uomini più ricchi e il più importante proprietario mediatico del nostro Paese.

Il flusso delle immagini che passano sulle sue televisioni rispecchiano la sua personalità e sembrano voler dire: la vita può essere meravigliosa come la mia televisione.

Nell’era berlusconiana è proprio quest’ultimo il mezzo di comunicazione principe in quanto riflette la filosofia sdoganata in questo particolare periodo storico-politico: la televisione permette di apparire e l’apparire è potere.

Nell’era in cui l’immagine è l’unica cosa che realmente conta si sono imposti due modelli: uno per la figura femminile e uno per la figura maschile.

La prima si può sintetizzare nel fenomeno della velina: la donna-oggetto che può solo mettere in mostra il suo corpo, ma a cui viene negato l’unico vero canale di comunicazione: la parola.

Il modello maschile per molti aspetti si riflette nella figura di Fabrizio Corona. Condannato per estorsione ai danni di personaggi noti disposti a pagare piuttosto che vedere compromessa la loro immagine tramite foto “rubate”, fa del suo periodo di 18 mesi passato in carcere un vero e proprio trampolino di lancio per diventare lui stesso un personaggio. Al momento del rilascio si autodefinisce ostaggio dello Stato e si crea un’immagine facendo leva sulla sfida alle autorità. In un Paese dominato dalla televisione la sua forte personalità viene premiata. Intervistato dal regista lo stesso fotografo ammette di non trovare un senso a questa sua popolarità: «La gente guarda al personaggio, non ascolta ciò che dico».

In realtà è in questa constatazione di Corona che si ritrova il fulcro della riflessione sviluppata nel documentario: basta apparire.

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