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Stare fermi mentre il mondo va

di Francesca Malaspina

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Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una progressiva escalation di conflitti e tensioni che hanno scosso le certezze consolidatesi nel secondo dopoguerra, che hanno rimesso in discussione i modi di vivere finora adottati e che, oggi, vengono sempre più intensificate dalla crisi economica mondiale. Crisi che ci mette davanti alla consapevolezza che le prossime generazioni, probabilmente, non godranno del benessere di cui hanno goduto le precedenti, alimentando un generale pessimismo.
Alla luce di questi fatti sembra legittimo chiedersi se stiamo vivendo una seconda Belle Époque, periodo tanto di grande innovazione e splendore, quanto di ombre e inquietudini.

Il mondo contemporaneo, in seguito ai processi di globalizzazione, è molto più interconnesso di quanto sia mai stato in passato e viaggia a velocità supersoniche tanto da non permettere il pieno assorbimento delle tonnellate di informazioni che, volenti o nolenti, entrano nelle nostre vite anche attraverso giornali, radio e televisione, e ci influenzano senza che ce ne rendiamo conto. Così veloce che ci porta ad attivare una specie di meccanismo di difesa contro la violenza con cui le notizie si abbattono su di noi, facendoci scivolare tutto addosso, mantenendo  l’attenzione per pochi istanti e spostandola subito da un’altra parte. Così veloce da superare di gran lunga la nostra capacità di comprenderlo e di raccontarlo e, si sa, a essere temute sono soprattutto le cose che non si riescono a spiegare.

Soltanto un secolo fa il mondo era molto diverso da come lo conosciamo oggi; alla base delle profonde trasformazioni che sono avvenute, e stanno tuttora avvenendo, e che caratterizzano la nostra contemporaneità c’è indubbiamente l’incremento della velocità dei trasporti e delle comunicazioni. L’accelerazione impressa alla circolazione di persone, merci e informazioni contribuisce a quella che viene chiamata “compressione spazio-temporale, ossia il progressivo accorciarsi delle distanze man mano che il loro superamento diventa più semplice, riducendone i tempi di percorrenza.

Nell’era contemporanea, l’individuo è costretto ad aumentare i propri ritmi di vita, a cercare di risparmiare tempo per riuscire a vivere quella quotidianità che viene imposta dal Nuovo Millennio. Stare al passo diventa una vera e propria impresa e, per questo, siamo portati a cercare modelli relazionali e pratiche sociali di incontro e confronto con l’altro differenti, più immediati e meno “faticosi”.
Trasferiamo così parti sempre più consistenti del nostro tempo, della nostra vita, in Rete. Oggi, nell’era del Web 2.0, i Social Network permettono alle persone di restare sempre in contatto, senza doversi incontrare fisicamente, e di fare nuovi incontri che spesso finiscono per non concretizzarsi mai in una stretta di mano.
Lasciando da parte la questione del Digital Divide, potenzialmente chiunque può accedere a svariati canali pubblici di comunicazione, ritagliandosi così uno spazio pubblico di espressione tutt’altro che virtuale; le azioni compiute nello spazio immateriale della Rete hanno, infatti, sempre un impatto anche sulla vita reale. Non solo, Internet permette di svolgere un’infinità di azioni – dal fare la spesa a organizzare una vacanza, dal pagare le bollette a ricaricare il credito del cellulare, e così via – restando comodamente seduti davanti al PC e, soprattutto, permette a chi esplora i suoi sconfinati territori di raccogliere informazioni sui più svariati argomenti, su fatti che accadono a migliaia e migliaia di chilometri di distanza rispetto al luogo in cui ci troviamo.
Tutto ciò, sembra portarci a provare un sempre più forte senso di oppressione e impotenza di fronte ai fatti sconvolgenti che ogni giorno avvengono in tutto il globo; poichè è difficile trovare risposte ai grandi interrogativi del nostro tempo finiamo per rimanere fermi, immobili, bloccati mentre il mondo continua ad andare prendendo direzioni che stentiamo a capire.

Come già detto, il mondo di cui facciamo esperienza oggi è davvero diverso da quello che i nostri bisnonni conoscevano e tutto ciò che sembra averci portato a questo punto di non-ritorno è anche chiave per la soluzione dei problemi che oggi ci affliggono.
Sebbene ci siano indubbiamente dei tratti di comunanza tra le due, non è pensabile di poter paragonare la Belle Époque all’epoca storica che stiamo vivendo ora; soprattutto, sembra difficile poter definire questi anni di grande sconvolgimento come “epoca bella”. Dunque, volendo riformulare la questione che ci siamo posti all’inizio, potrebbe essere più fruttuoso chiedersi se il primo decennio del Nuovo Millennio non sia in qualche modo simile all’epoca storica successiva alla Belle Époque. E ancora più fruttuoso potrebbe essere chiedersi: cosa possiamo concretamente fare per allontanarci il prima possibile dall’orlo del baratro sul quale ci troviamo al momento?

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