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Le macchie solari mancanti

di Lorenzo Gasperoni

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«Il merito della scoperta del ciclo delle macchie solari – aree scure e depresse della fotosfera – spetta a un farmacista, il tedesco H.H. Schwabe astronomo dilettante che, nel tentativo di scoprire un pianeta intorno all’orbita di Mercurio, registrava con grande cura i fenomeni relativi al sole nel periodo fra il 1826 e il 1843. Scwabe scoprì che ogni 10 anni si raggiungeva il massimo di macchie; qualche anno dopo R. Wolf, direttore dell’Osservatorio di Zurigo, basandosi sui dati raccolti nei 150 anni precedenti, integrandoli con le sue osservazioni e con quelle degli altri istituti, trovò un valore medio di 11,1 anni per il periodo del ciclo delle macchie solari». Recita così un paragrafo di Astrogeo, manuale di astronomia adottato ai miei tempi al liceo.

Con il progredire degli studi si è scoperto che il ciclo delle macchie solari coincide con il ciclo solare, nel quale l’attività del sole presenta un minimo iniziale (corrispondente a un minimo nel numero di macchie), un massimo circa a metà del ciclo (corrispondente a un massimo nel numero di macchie), e infine un nuovo un minimo al termine degli undici anni previsti. Vale a dire: più macchie, più attività solare e viceversa.

Oggi il sole si trova nel ciclo solare 24 che dovrebbe concludersi nel 2020. Secondo gli scienziati, dopo quello attuale, già meno intenso rispetto alle previsioni, il ciclo 25, potrebbe ritardare o addirittura non iniziare, il che significherebbe un potenziale raffreddamento del pianeta. Queste previsioni derivano dall’osservzione di un trend negativo nel dinamismo delle macchie solari. Frank Hill direttore associato del National Solar Observatory ha dichiarato: «Se siamo nel giusto, questo potrebbe essere l’ultimo ciclo solare che vedremo per qualche decade. Questo avrebbe effetto su tutto, dall’esplorazione spaziale al clima della Terra».

La situazione astronomica che si prospetta appare simile a quella registratasi fra il 1645 e il 1715 – nota come minimo di Maunder – in cui il sole si “addormentò” causando, sulla Terra, una situazione climatica particolarmente ostile coincidente con l’apice della PEG (piccola età glaciale).

Tuttavia è stato calcolato che, anche se l’attività dell’astro restasse così debole fino al 2100, ciò abbasserebbe l’incremento della temperatura terrestre di appena 0,3 gradi centigradi. Nel 2100 l’effetto serra – dicono gli esperti – continuando con gli attuali ritmi porterebbe a un aumento della temperatura tra 2 e 4,5 gradi centigradi. Anche se si limitasse ai 2 gradi, quindi, una lunga riduzione dell’attività solare fino alla fine del secolo abbasserebbe la temperatura di solo 1,7 gradi centigradi. Il riscaldamento, dunque, aumenterebbe anche se più moderatamente.

Lo scenario è controverso e gli addetti ai lavori non sono pienamente concordi sull’interpretazione dei dati raccolti. Un risvolto interessante è quello riguardante la valutazione dell’entità del riscaldamento antropico del pianeta. Vale a dire: se l’attività del sole calasse e la temperatura sulla Terra rimanesse costante, potremmo avere una prova dei risultati dell’effetto serra? Oppure dobbiamo prepararci a vivere in un clima più rigido?

Scrive Guidi tenente colonnello del Servizio meteorologico dell’aeronautica militare, sulla rivista online Climate Monitor: «Mettiamola così. Nella malaugurata ipotesi che costoro avessero ragione, vorrà dire che la Terra, stufa marcia di stare a sentire tutte le nostre diatribe climatiche, ha deciso di fornirci l’esperimento più reale che si potesse immaginare. Se il Sole va in quiete e il global warming prosegue (nei fatti però, non nei fogli excel dei gestori di dataset di temperatura), vuol dire che ci abbiamo messo lo zampino, o meglio, zampone. Se così non sarà, catastrofisti tutti a casa, gli scenari climatici li buttiamo nel cestino e ci dedichiamo tutti diligentemente all’adattamento, cosa che comunque converrebbe fare già ora».

 

 

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