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Perfect day

di Ilaria Virgili

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Massimo Cotto sta parlando da un paio di minuti a una folla già spazientita, davanti a un Giacomo Leopardi piegato sulle sue carte, che gli dà le spalle. Il pallido poeta sembra non approvare né chi sta parlando sul palco, né il rumoreggiare della piazza principale di Recanati. Ma rimane silenzioso, nella gabbia dei suoi pensieri.
Il pubblico grida: «Basta!», ma Massimo Cotto non deve solo presentare gli Afterhours, per l’ultima serata del Lunaria 2011. Deve anche riempire il tempo in attesa che la band sia pronta per lo show. E lo fa raccontando una delle più affascinanti storie del rock, nel modo in cui solo lui e pochi altri sanno fare. La storia è quella della breve e controversa vita di Robert Johnson, uno dei più talentuosi chitarristi blues di sempre.

Si narra che abbia sposato, a soli diciotto anni, una ragazza che ne aveva appena sedici, morta l’anno successivo per parto. Lacerato dal dolore, Johnson prese a vagare per le città del Mississippi, tra eccessi e sregolatezza. Secondo l’oscura leggenda, fu proprio in quel periodo che avrebbe stretto un “patto col diavolo”, vendendogli la sua anima in cambio della capacità – acquisita in un solo giorno – di saper suonare la chitarra come nessun altro aveva mai fatto prima. La vita di Johnson proseguì tra l’ineguagliabile talento e il vizio, spegnendosi a soli 27 anni, in circostanze oscure.

L’allusione di Massimo Cotto alla maledizione del 27 è fugace, ma sufficiente per impegnare la mente nella realizzazione di quella rete fatta di talento, droga, eccesso e bellezza che ha intrappolato tanti corpi, e liberato tante anime.
L’inizio del concerto porta la mente altrove.

Due giorni dopo, nel pomeriggio del 23 luglio, Amy Winehouse muore all’età di 27 anni nel suo appartamento londinese, per cause ancora da definire. Quando la rete di talento, droga, eccesso e bellezza si trasforma in una trappola, diventa una gabbia chiusa con un lucchetto, la cui unica chiave sparisce per sempre.

Poche ore dopo il decesso della cantante inglese, Lou Reed entra traballante e affaticato sul palco di Piazza Matteotti, a Sogliano al Rubicone. Gli occhiali da sole hanno lasciato spazio a quelli da vista, ma la fierezza e la lingua che passa in continuazione tra l’arcata dentale e il labbro inferiori sono rimaste.

Lui che la droga l’ha assunta e l’ha cantata, in maniera più o meno esplicita, porta i segni di una vita intensa, ma ha in tasca parecchie copie di quella chiave.

La band che lo supporta attacca senza esitare con Who Loves The Sun, ma lui ferma tutti all’istante col braccio destro teso e la mano bene aperta. Deve dire una cosa importante.
Deve dedicare il concerto a Amy Winehouse.

L’applauso sincero apre la strada per un concerto strano, che arriva a conclusione di una giornata tutt’altro che perfetta.

Le cronache dal mondo riportano notizie che turbano intere comunità, e la realtà conferma per l’ennesima volta che l’essere giovani non corrisponde all’essere immortali. Tra l’inverosimile e l’inaccettabile, la figura di Lou Reed fissa la precarietà che caratterizza questa giornata.
I gesti lenti, la reattività inibita; la ricerca dello stupore in alcuni assoli di sax o violino isolati; l’impressione che la vecchiaia sappia restituire una condizione fanciullesca; l’incertezza del suo passo.
Ma nella sua voce che sa essere ancora ferma, e al limite tra il cantato e parlato, c’è qualcosa di rassicurante.

Si ricorda benissimo di essere stato fondatore e autore della maggior parte dei testi dei Velvet Underground, infatti propone Venus in Furs, Femme Fatale, Sweet Jane, Pale Blue Eyes in chiusura.
E una Sunday Morning ad alta tensione per la gestione dei tempi e degli attacchi, che riesce a non perdere il suo fascino. La dedica a Amy («Amy watch out, the world’s behind you») accresce la brillantezza di una canzone che è stata illuminante e ha saputo sempre mantenere il suo splendore.
Ma disgraziatamente si dimentica di essere stato il genio di Transformer e Berlin.
L’età e tutto il resto giocano davvero brutti scherzi.

Pare che qualcuno sia salito fino a Sogliano solo per sentire Perfect Day, e Lou Reed non lo sta accontentando.
In questo tour non la propone, ma oggi lo capisco: è stata una giornata tutt’altro che perfetta.

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