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Operazione Piombo Fuso: una guernica in una prigione a cielo aperto

di Arianna Beccaletto

Pubblicato il

È il 27 dicembre 2008, lo stato israeliano dà il via all’operazione Cast Lead (Piombo Fuso) nella Striscia di Gaza: interruzione della tregua da parte di Hamas con lancio di razzi nel sud del territorio israeliano.

Durante i 23 giorni di bombardamenti sono pochissime le voci che hanno la possibilità di raccontare l’inferno in cui piombano i gazawi. Israele infatti, chiudendo il valico di Erez, impedirà ai giornalisti provenienti da tutto il mondo di entrare nella Striscia. Solo in un secondo momento alcuni membri della stampa straniera riusciranno a entrare passando per il valico egiziano di Rafah.

Tra le voci che si levano da questa prigione a cielo aperto c’è quella di Vittorio Arrigoni. Ogni giorno l’attivista italiano dell’ISM (International Solidarity Movement) si fa testimone di quella che lui definisce: «una Guernica fuoriuscita dalla tela per trasfigurarsi nella realtà». Ogni storia di dolore da lui raccontata è un flash che acceca gli occhi della nostra coscienza rischiando di renderli insensibili a una sofferenza che va oltre i confini dell’immaginabile.

Vik scrive di 6 sorelline (5 morte e una gravissima) estratte dalle macerie e adagiate sull’asfalto rovente: «sembravano bamboline rotte, buttate via perché inservibili». Ci narra di una donna che in una cella frigorifera riconosce il marito da una mano amputata: «tutto quello che di suo marito è rimasto, è la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi».

Più volte l’attivista italiano rivolge alla società occidentale un appello: «Se solo per un minuto al giorno fossimo tutti palestinesi, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato».

Perché di massacro si è trattato. Le cifre parlano chiaro: durante l’operazione Piombo Fuso sono rimasti uccisi circa 1300 palestinesi, tra i quali centinaia di donne e bambini. I morti israeliani sono stati 13, di cui 3 civili.

Arrigoni sottolinea come questa sia stata una guerra impari: uno dei più grandi e potenti eserciti del mondo ha attaccato una popolazione che si muove ancora su carretti trainati da muli e i cui ragazzini rispondono ai bombardamenti lanciando con delle fionde delle pietre verso il cielo. Più che di guerra bisognerebbe dunque parlare di assedio unilaterale.

Anche Raja Chemayel, un arabo frustrato, racconta sul suo blog l’inferno che si è scatenato nella Striscia: «Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all’incirca cinque. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo di un milione e quattrocentomila abitanti. […] Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet di combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8.000 soldati. E ora chiamate tutto questo “Israele che si difende”. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che: “eviterete di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicemente una menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo. […] Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate, perché è stato proprio Israele a metterle lì. E allora chiamatelo genocidio. È più credibile».

Dopo 23 giorni di inferno i bombardamenti si sono conclusi, ma l’assedio perdura, impedendo ai gazawi di vivere una vita libera e dignitosa, e le grida provenienti da Gaza oggi, ancora più di ieri, rischiano di rimanere inascoltate.

 

FONTE: Vittorio Arrigoni, Gaza. Restiamo umani, manifestolibri, Roma, 2009.

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