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La notte che ha cambiato la mia vita

di Luca Rasponi

Pubblicato il

«Quando ero in Tunisia avevo 16 anni, lavoravo con mio babbo e stavo bene, non c’erano problemi». Comincia così la storia di Anis (nome di fantasia, ndr) giovane tunisino arrivato in Italia due anni fa in fuga dal proprio Paese.

Anis lavora con il padre contrabbandiere nel trasporto illegale di merci dalla Libia alla Tunisia. Nonostante l’età, guida già un furgone, che con quello del padre fa la spola carico di benzina e pneumatici: prodotti che in Libia hanno un prezzo nettamente inferiore, e per legge non possono essere importati in Tunisia. «In Libia la benzina costa 10 centesimi al litro» racconta Anis «compri una tanica da 20 litri a 2 euro e in Tunisia la rivendi a 10».

L’attività funziona, i soldi ci sono, la famiglia di Anis se la passa bene. Fino alla notte che cambia la sua vita. È mezzanotte, il giorno del compleanno di Anis. Lui e il padre hanno appena varcato la frontiera di ritorno dalla Libia, ma alcuni amici contrabbandieri vengono fermati. Una volta scoperto quello che trasportano, si difendono puntando il dito contro Anis e suo padre: «Perché loro sono passati e noi no? Abbiamo lo stesso carico!».

Di fronte a questa scena il padre, sentendosi tradito dai propri compagni, torna alla dogana per farsi giustizia da solo, intimando Anis di tornare a casa con il furgone. Ma il ragazzo disobbedisce, e poco dopo ritorna dal genitore.

La scena che vede all’arrivo lo scuote: il padre, sanguinante, è circondato dai quattro “amici” contrabbandieri che lo stanno picchiando, nell’impotenza dei doganieri che non riescono o non vogliono separarli. Anis, in preda al panico, getta addosso agli aggressori gli scatoloni con la merce. Mentre nella confusione lui e il padre riescono a fuggire, gli altri vengono arrestati: negli scatoloni i doganieri scoprono tabacco e sigarette, la cui importazione è un reato ancor più grave del contrabbando di benzina e pneumatici.

È l’inizio dei guai per Anis. Responsabile per la perdita di un carico e l’arresto dei contrabbandieri, non appena questi escono di prigione iniziano a cercarlo. Passano ogni tre ore davanti a casa sua, chiedono di lui con insistenza. Anis si nasconde, ma sa di mettere in pericolo tutta la famiglia. Decide di fuggire.

Il padre di un suo amico libico ha una barca. Quando gli viene proposta una gita più lunga del solito, Anis prende con sé tutti i suoi risparmi e sale a bordo, sperando sbarcare sulle coste italiane.

E così accade: intercettati dalla Guardia Costiera, i ragazzi vengono condotti a Lampedusa. Le prime due settimane Anis le trascorre in una comunità a Caltanissetta. C’è un letto per tutti, ma lo spazio è poco e i problemi tra gruppi di nazionalità diverse all’ordine del giorno.

Dopo una lite con un gruppo di ragazzi neri, Anis e altri tre tunisini vengono avvertiti dai carabinieri: «Se non state calmi vi facciamo tornare da dove siete venuti». Così i quattro decidono di fuggire, e alle 2 di quella stessa notte scappano dalla finestra. Arrivati in treno a Bologna, ognuno va per la sua strada.

Il ragazzo trova ospitalità a Rimini, ma dopo otto mesi di vane ricerche l’unica possibilità di lavorare sembra quella di andarsene in Francia dal fratello. «Io ho detto no. No grazie, mi arrangio da solo» racconta Anis «perché a Parigi ho anche dei cugini e un nonno. Ma sono delinquenti, spacciano, non mi piace come vivono. Mi son detto: io sono da solo qui, devo usare la testa, se no non ce la faccio a vivere».

«Allora mi hanno portato dall’assistente sociale, e poi alla Casa delle emergenze (una struttura di pronta accoglienza per minori della Provincia di Rimini). Mi hanno portato dal dottore, fatto i documenti e iscritto a scuola (il Centro di formazione professionale EnAIP): mi hanno seguito benissimo. Dopo il primo anno di scuola ho fatto lo stage e mi hanno preso a lavorare tutta l’estate in un’officina meccanica di auto. Poi sono stato un mese in una casa della Papa Giovanni XXIII, in centro. E alla fine sono arrivato dove vivo ora. Sono con un amico, siamo insieme da un po’. La casa è grande, bella, si sta bene. Finché finiamo la scuola e poi troviamo un lavoro. Io l’ho già trovato, adesso finisco la scuola e poi vado a lavorare».

«Alla Casa delle emergenze, dove sono stato per primo, per qualsiasi cosa di cui hai bisogno chiedi, e poi tutto ha un orario, tutto è regolato, non ti stufi! Perché ti portano al cinema, ti portano a giocare… qualsiasi cosa di cui avevo bisogno la trovavo. La stessa cosa nella casa dove sono ora, che è una struttura per maggiorenni (della Fondazione San Giuseppe): ti seguono finché ti sistemi, è una cosa positiva».

Alla domanda se pensa di essere stato fortunato, Anis risponde: «Sì, però mi sono sempre impegnato: qui a scuola sono sempre primo in ogni corso, perché se no…», come a dire: aiutati che il ciel t’aiuta.

Ed è proprio questo che la storia di Anis sta lì a dimostrare: l’importanza di un’accoglienza strutturata, che permetta a chi arriva in Italia con propositi costruttivi di trovare il suo spazio nella nostra società.

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6 commenti per “La notte che ha cambiato la mia vita

  • Arianna ha detto:

    Bellissima conclusione! Non c’è nulla di più vero. Se ci fosse una reale volontà di accogliere l’Altro oggi non assisteremo più a tutte le tragedie che si consumano nel Mediterraneo.

  • Luca Rasponi ha detto:

    Sembra utopia, forse lo è, ma capire che dividere un po’ di quello che si ha, come individui e come Paese, con chi ne ha bisogno, risolverebbe quasi tutti i problemi della nostra società.

  • Silvia ha detto:

    Grazie per aver raccontato così bene questa storia…per me così familiare! 🙂 Sono molto orgogliosa di questi ragazzi…e spero potremo scrivere ancora pagine belle di accoglienza e umanità!

  • Luca Rasponi ha detto:

    Grazie per il tuo commento, Silvia. Sono molto contento di sentire da chi è “dentro” le cose che il mio lavoro è fatto bene. Io sono sempre disponibile a raccontare storie di integrazione, perché credo sia necessario far conoscere alle persone la realtà, invece di lasciarle in balia dei messaggi negativi di cui ormai abbiamo pieni gli occhi e le orecchie, soprattutto in materia di migrazione.

  • Silvia ha detto:

    Grazie a te Luca! Abbiamo tante belle storie da raccontare…consideraci sempre disponibili. Ti chiederei inoltre l’autorizzazione a citare il tuo articolo, naturalmente esplicitando la fonte, nella nostra newsletter della Fondazione San Giuseppe…in modo da darne piena visibilità. Grazie e buon lavoro! Continuiamo a lanciare messaggi positivi! Silvia

  • Luca Rasponi ha detto:

    Vai pure tranquilla sulla pubblicazione nella newsletter. Anzi, considera questa mia risposta valida per tutti i miei articoli pubblicati qui su Dissonanze: una volta che hai citato la fonte non solo sei a posto, ma mi hai pure fatto una grande piacere perché fai leggere il mio articolo a un pubblico nuovo che io non sarei riuscito a raggiungere.

    Conto sulla vostra disponibilità, in futuro mi farò sicuramente sentire. A presto!

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