Magazine

150 anni – I confederati dell’Emilia-Romagna

di Gabriele Catani

Pubblicato il

A volte essere romagnoli è percepito dagli altri italiani come un tratto distintivo, altre volte si è confusi con gli emiliani, con cui condividiamo una delle regioni a statuto ordinario dello Stato italiano.

La Romagna è una regione? A questa antica domanda gli attivisti del MAR (Movimento per l’Autonomia della Romagna) rispondono da ormai due decenni affermativamente. Il MAR non è uno schieramento politico, è un movimento nato dalla volontà dell’onorevole socialista Stefano Servadei, per garantire una giustizia negata. Servadei si concentra perlopiù sui vantaggi economici dell’eventuale separazione dall’Emilia, tenendo però in grande considerazione anche la storia della nostra regione. Primo cantore di essa fu Dante, il quale individuò per primo in modo chiaro i confini, attestando la consapevolezza, fin dal Medioevo, dell’esistenza di questa regione.

L’accorpamento con l’Emilia è di fatto il risultato della volontà della monarchia sabauda. I romagnoli infatti, tendenzialmente infiammati garibaldini e repubblicani,avevano una pessima reputazione a corte. Al momento dell’Unità Luigi Carlo Farini riunì su consiglio di Cavour le province emiliane con le ex legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna, denominando il tutto “Emilia”. Le regioni storico-tradizionali definite al momento dell’Unità furono riconfermate durante l’Assemblea Costituente del 1946-’47 riformante il titolo V della Costituzione, e a nulla valsero gli sforzi da parte dei parlamentari e intellettuali romagnoli Aldo Spallicci ed Emilio Lussu di proporre un’autonomia romagnola. In sede di Assemblea Costituente altri territori hanno posto il problema della loro autonomia, ad esempio il Salento. Questi hanno cercato di avvalersi dell’articolo 132 della Costituzione, che prevede la possibilità di creare altre regioni, non rispettato però nel momento della creazione della regione Molise nel 1963, la quale ha 1/3 della popolazione romagnola.

Il MAR nasce nel maggio del 1990, in base a tre ragioni fondamentali: la negatività dei rapporti con Bologna e con l’Emilia, l’indifferenza e l’avversione delle forze politiche romagnole e il grosso successo delle Leghe (tra cui la Lega Nord) nelle elezioni del 6-7 maggio 1990, le quali rischiavano di strumentalizzare la “questione romagnola”. I disagi denunciati del MAR hanno come punto di inizio il fatto che i Comuni emiliani possono permettersi di tassare maggiormente i cittadini, dal momento che questi ultimi percepiscono redditi nettamente più alti di quelli romagnoli. Il reddito medio-aritmetico per l’anno 2008 relativo alle “zone forti emiliane”, in base a un sondaggio de “Il Sole 24 Ore” è di 23.613 euro. Quello romagnolo di euro 18.288, con una differenza di 5.325 euro. Ciò significa che, a parità di condizioni, una famiglia di 4 persone del primo gruppo può contare su di un maggiore reddito annuo complessivo di 21.300 euro.

Lo Stato italiano, in accordo con la riforma tributaria del 1973,  premia maggiormente le regioni più “generose”, ridistribuendo parte del denaro ottenuto con imposte quali IRPEF, ICI e IRAP, così che i contributi statali finiscono in mano agli emiliani, in maggioranza all’interno del Consiglio Regionale. Questi si sentono in diritto, conseguentemente al loro maggior contributo fiscale, di privilegiare e garantire buoni servizi solamente alle “zone forti emiliane”, trascurando la Romagna, che è il perno dell’economia turistica della regione. L’università è completamente in mano emiliana (vedi Alma Mater), le spese estive per il turismo sono a carico dei romagnoli, mancano strutture sanitarie e infrastrutture adeguate, gli aeroporti di Forlì e Rimini sono sottoutilizzati, il settore agricolo sottovalutato, non ci sono imprese competitive in grado di assumere i giovani laureati.

La denuncia del MAR pone le sue basi su palesi ingiustizie da parte della classe dirigente emiliana e sui limiti di quella romagnola: infatti la separazione dall’Emilia risolverebbe il problema del municipalismo, ovvero l’autogestione eliminerebbe la divisione e la concorrenza tra i Comuni romagnoli. Questi potrebbero far valere assai maggiormente il loro potere contrattuale, inoltre un rapporto diretto con lo Stato porterebbe a un’entrata annua superiore di milioni di euro.

A proposito del federalismo fiscale, la Romagna risentirà i benefici del nuovo fiscalismo in funzione della possibilità di essere un soggetto autonomo, di poter fare le proprie scelte come regione.

Ricorre quest’anno non solo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e quindi l’inizio della mancata indipendenza romagnola, ma anche il 150° anniversario della guerra civile americana, un conflitto che ancora oggi divide gli statunitensi. Il problema autonomistico si pone nella stessa misura sia per i grandi che per i piccoli territori: rivendicazioni di tradizioni differenti, di un’economia differente, di una concezione di amministrazione di uno Stato diversa.

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: