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Un calcio all’identità

di Luca Rasponi

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I tempi cambiano e le nostre società diventano sempre più multiculturali, anche se con ritmi molto diversi tra loro: l’Europa stessa presenta al suo interno una situazione differente da uno Stato all’altro. Per rendersene conto, in modo semplice ma emblematico, basta dare un’occhiata alle nazionali di calcio di tre grandi Paesi europei come Italia, Francia e Germania. Il pallone è lo sport più seguito e praticato del continente, e la progressiva diversificazione della base sociale da cui attinge produce una selezione che, forse con scarsa approssimazione statistica ma con grande forza simbolica, restituisce un quadro efficace del processo d’integrazione in atto nei rispettivi Paesi.

Nella maggior parte degli Stati europei, la cittadinanza può essere ottenuta in tre modi: con la residenza prolungata sul territorio, sposando un cittadino del luogo o per nascita da genitori già in possesso della nazionalità. Come spiega l’associazione Melting Pot Europa, la Francia è l’unico Paese europeo dove vige anche lo ius soli, ovvero il diritto di cittadinanza per tutti coloro che nascono sul territorio francese, anche da genitori che non lo sono. Un provvedimento risalente al xvi secolo che, combinato alla storia coloniale francese, ha prodotto un processo d’integrazione spesso problematico ma consolidato nel corso dei secoli. Ne deriva un movimento calcistico profondamente multietnico, come dimostra la Francia che a fine anni ‘90 si è imposta in Europa e nel mondo, composta di atleti dalle origini più svariate, come Youri Djorkaeff (armeno da parte di madre), nati in Francia da genitori stranieri come Zinédine Zidane, naturalizzati come Patrick Vieira, o francesi tramite uno solo dei due genitori, come Marcel Desailly.

Diversamente dalla Francia, in Italia e Germania vige il solo ius sanguinis, cioè l’acquisizione della cittadinanza dai genitori biologici, oltre alle tre modalità elencate in precedenza. Nonostante ciò, la situazione tra i due Paesi è profondamente diversa. La Germania, a partire dal secondo dopoguerra, ha conosciuto una forte immigrazione: la necessità di manodopera per la ricostruzione industriale ha costretto i governi tedeschi a confrontarsi con la problematica dell’integrazione ben prima di quanto avvenuto in Italia. Di conseguenza in Germania sono presenti immigrati di seconda e terza generazione, nati da genitori naturalizzati e quindi aventi diritto alla cittadinanza tedesca. Anche in questo caso la il calcio rispecchia la situazione sociale, grazie alle scelte dei ct Klinsmann e Löw che a partire dal 2006, dopo un periodo di crisi del movimento nazionale, hanno convocato atleti come Mesut Özil, Sami Khedira, Dennis Aogo e Jérôme Boateng.

Protagonista solo negli ultimi decenni di flussi migratori in entrata, l’Italia è attualmente agli inizi di questo processo sociale e sportivo. A fronte della sua lunga tradizione di “oriundi”, ovvero stranieri naturalizzati, il nostro movimento calcistico presenta un numero molto limitato di quelli che il ct Prandelli ha definito i nuovi italiani. Il campione del mondo Mauro Camoranesi e più recentemente Amauri e Thiago Motta, infatti, sono riconducibili alla prima categoria, mentre è tra le leve più giovani che si intravede il futuro: Angelo Ogbonna e Stefano Okaka, entrambi di origini nigeriane, e Mario Balotelli (nato da genitori ghanesi) sono esempi calcistici di quell’integrazione avanzata che inizia a diventare realtà anche nel nostro Paese.

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