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Marocchino violenta ragazza nel parco pubblico

di Giada Magnani

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“Marocchino violenta una ventenne nel parco pubblico”, “Rumeni stuprano donna italiana” “Clandestino abusa di una ragazza italiana”. Notizie di questo tipo sono un appuntamento fisso sui nostri giornali e tv. Sembra si voglia dare più importanza a chi compie l’atto piuttosto che alla violenza stessa. Tutto questo non vuole far altro che aumentare paura e insicurezza, generare razzismo e allontanare da una realtà ben diversa.
In Italia 6 milioni e 600 mila donne ha subito almeno una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Di questi abusi il 10% è commesso da stranieri mentre il 90% da italiani. E sapendo che gli stranieri sono intorno al 10% del totale, marocchini, rumeni e clandestini non sono più violenti degli italiani.
Secondo i dati Istat del 2006(pdf), le vittime sono soprattutto tra i 25 e i 40 anni, in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici. Cosa possiamo dedurre? Forse le donne emancipate hanno maggior consapevolezza di una violenza subita e quindi le percentuali nel sondaggio sono più alte. O forse dovremmo riflettere sulla considerazione della donna in Italia per capire i motivi di questa violenza. Se da una parte i messaggi che ci arrivano parlano di una donna come oggetto di piacere e come conferma del proprio essere maschio, nella realtà gli uomini si trovano sempre più spesso faccia a faccia con donne preparate. E tutto ciò stride. Considerare la donna come qualcosa che gli appartiene, può portare l’uomo a non poter concepire un rifiuto, a scatenare reazioni violente che spiegherebbero il perché la maggior parte dei reati di violenza o abusi sono commessi da ex partner. Rapporti sessuali indesiderati, botte, pugni contro quella che è considerata l’oggetto su cui gettare le proprie frustrazioni: in Italia la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni, più di cancro e incidenti stradali. C’è da aggiungere che la maggior parte delle violenze avvengono tra le mura domestiche, a opera di persone conosciute; ma sono poche le notizie che riportano questi fatti e sono ancora di meno le donne che li denunciano.

Iniziamo a riflettere su quello che leggiamo, sui pensieri che facciamo e i commenti che sentiamo, cercando di avere una visione oggettiva che si svincoli dalla cultura maschilista che ci circonda. Iniziamo a guardarci intorno con un cacciavite in mano per smontare pian piano i meccanismi sbagliati in cui ci troviamo. Pensiamo a quelle donne con un occhio nero che la mattina al lavoro raccontano di avere sbattuto contro l’anta dell’armadio. «Dopo il modo in cui s’è comportata con che coraggio vorrebbe denunciare una violenza? Vergogna». Pensiamo al “se l’è cercata”, “era una poco di buono”, “poteva pensarci prima che lui avrebbe reagito così” . A quelle donne alle quali è vietato avere rapporti con l’esterno da un compagno violento e possessivo. A quelle che vengono zittite con disprezzo dietro a un’ipocrita cortesia. Agli uomini considerati virili e forti grazie al numero di donne con cui si sono rotolati tra le lenzuola. Alle donne considerate facili per il numero di uomini con i quali sono uscite. A quelle col curriculum perfetto che non trovano lavoro. A quelli che non sono il massimo ma almeno non sfornano bambini. Ai figli maschi già indipendenti che meritano rispetto. Alle figlie femmine indipendenti che andrebbero educate meglio. Pensiamo al fatto che la parola “uomo nella nostra lingua ha il medesimo significato di “essere umano”. Pensiamo ai programmi televisivi nostrani e a quanto ridiamo sui commenti sessisti fatti dai presentatori, al modo in cui trattano quelle ragazze mezze nude che gli stanno a fianco mute e sorridenti. Sono persone che spesso disprezziamo e disapproviamo per la loro scelta di vita. Come si considerano loro? La responsabilità di ciò che sono è del tutta loro? Qual è il loro vero ruolo nello show e l’immagine che devono trasmetterci? Veline, letterine ma anche giornaliste competenti che devono sempre e comunque mostrare le gambe e una scollatura vertiginosa per parlare.

Analizzare da tutti i punti di vista e mettere in discussione i nostri modelli di pensiero è uno dei modi per cambiare. Non si tratta di attribuire colpe, ma iniziare a riflettere su quanto possiamo alimentare, inconsapevolmente, la cultura maschilista con cui siamo cresciuti. Iniziamo a capirne i meccanismi per riuscire a essere più consapevoli e quindi cambiare le cose. La libertà delle donne, la loro autonomia, nel lavoro, nelle scelte di vita, nella sessualità, non sono una minaccia per gli uomini e nemmeno una concessione da far loro per dovere, per il politicamente corretto o per una questione di buone maniere. Sono un’opportunità per vivere insieme una vita più ricca ed equilibrata. Un diritto riconosciuto che può portare due realtà distinte ed entrambe valide a confrontarsi per progetti comuni. Per creare una nuova civiltà delle relazioni tra persone e una diversa qualità della vita. E può portare gli uomini a vivere una sessualità che sia altro dalla conferma della propria virilità e del proprio potere.

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