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Qualche foto, uno sguardo, una donna

di Lucia Pugliese

Pubblicato il

Non c’è niente di più bello che fotografare una donna affascinante. Eppure, quando dietro alla macchina fotografica ci sta un occhio femminile, la bellezza sembra passare in secondo piano:  lo sguardo si fa spesso più cupo, ed emerge una visione tormentata di se stesse e della corporeità.  Il prezzo dell’avvenenza sembra essere il dolore e le donne passate dall’altro lato dell’obbiettivo, paiono, con le dovute eccezioni,  più interessate a rappresentare le profondità dell’animo che le grazie del corpo.

Sono state molte le grandi artiste della fotografia  già a partire dalla fine dell’Ottocento, e i nomi delle più famose sono arrivate anche ai profani: basti pensare a Diane Arbus, interpretata nel 2006 da Nicole Kidman nel film Fur. Fra le tante, una storia particolare è quella di Sarah Moon, prima donna autrice nientemeno che del Calendario Pirelli, nel 1972.

Sarah Moon, nasce nei primi anni 40: da ragazza lavora come modella, esordisce nella fotografia  nel 1967 per la Maison Cacharel  e ancora oggi lavora ed espone le sue opere. Moon è sempre stata famosa per il suo brutto carattere, oltre che per uno stile particolare. Le sue foto sono immagini sfumate, pervase da un’atmosfera onirica, sospesa.

Cosa abbia a che fare ciò con la maniera, indubbiamente patinata, anche se artistica, del celebre calendario dedicato al pubblico maschile, è presto detto: assolutamente nulla.  E così,  Il risultato della collaborazione Moon – Pirelli è unico, e sorprendentemente femminile. Nessun moralismo , o voglia di nascondere, anzi: è proprio nell’’edizione in questione  che il seno nudo di una modella viene mostrato per la prima volta della storia del Calendario Pirelli. Ciò che, a chiunque si soffermi a osservare, risulta diverso dalle edizioni precedenti (ma anche da quelle successive), è il modo di costruire l’immagine. Il calendario di Sarah Moon non è un’esibizione di un catalogo del genere femminile, con modelle più o meno vestite a seconda del gusto corrente, ma una finestra sul mondo dell’intimità delle donne, anzi, fra donne.

Non a caso è stato criticato per una presunta connotazione lesbica: ciò che lasciava spiazzati, in immagini dedicate agli uomini, era lo sguardo femminile della Moon, per forza di cose differente e, per il genere maschile, a tratti addirittura disturbante. Non una visione migliore, beninteso: semplicemente altra rispetto a ciò che ci si aspettava di trovare. Nel gioco delle parti tradizionale in effetti, l’uomo guarda e la donna si fa ammirare. Sarah Moon invece è soggetto dello sguardo, è la parte attiva: ella osserva altre donne, con dolcezza e con una visione tutta personale.

La location del Calendario è quella di una casa chiusa di lusso, nella Parigi di inizio Novecento. Eppure le modelle, minute e poco appariscenti,  non mostrano atteggiamenti provocanti: al contrario,sono intente ad occupazioni assolutamente banali, come il bagno o la vestizione. I volti delle ragazze sono delicati, da bambole antiche; gli atteggiamenti scomposti, rilassati. Nessuna fanciulla si offre direttamente all’obbiettivo: una è di spalle; un’altra fissa il vuoto, immersa nei suoi pensieri; un’altra ancora si asciuga la fronte. Un po’ come se noi osservatori potessimo spiare attraverso la serratura di esistenze femminili.

Trent’anni dopo, l’opera della Moon è ancora innovativa: ciò perché, poco è davvero cambiato nel modo in cui il corpo femminile viene rappresentato, nell’arte come nell’intrattenimento. Ci siamo solo tolte qualche vestito in più, ma rimaniamo il più delle volte, meri oggetti di contorno, o al massimo, il soggetto di una valutazione puramente estetica. Noi donne, in effetti, cadiamo spesso nell’errore di giudicare noi stesse in base al modo in cui gli altri ci vedono, ed in particolare ai canoni secondo i quali il genere maschile ci giudica.

La proposta per questo mese della donna che sta finendo, è quindi quella di imparare a  guardare con i nostri occhi, a partire da un semplice gioco: prendiamo una macchina fotografica e facciamoci un autoritratto. Non dovrà essere per forza bello, né intenso, né tecnicamente perfetto. È necessario che invece mostri qualcosa di noi, del nostro carattere, della nostra vita, e perché no, del modo in cui vorremmo che il mondo ci vedesse. Poi, passiamo a fotografare  le cose che ci piacciono e non ci piacciono, frammenti di mondo che ci appartengono. In ultimo, raccogliamo tutte le foto in un album: sfogliando qualche immagine, potremo forse trovare uno sguardo sorprendente, di donna.

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