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La parità incompiuta

di Luca Rasponi

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Da pochi giorni è trascorso il centesimo anniversario della Giornata internazionale della Donna. Una ricorrenza che porta alla mente decenni di battaglie per il riconoscimento di diritti civili e sociali a lungo negati, che in parte devono ancora realizzarsi pienamente: soprattutto in campo economico, l’effettiva parità dei generi è ancora un traguardo lontano.

Differenze. La ricerca dell’Istat Giovani donne in cifre, pubblicata l’8 marzo 2011 con dati relativi al biennio precedente, evidenzia le maggiori disparità tra uomini e donne nel mondo del lavoro. Nella fascia d’età 18-30 anni, il tasso di occupazione maschile è pari al 48,6%, a fronte di un impiego femminile del 35,4%. Un divario notevole, che diventa apparentemente incomprensibile se confrontato con il dato relativo al livello d’istruzione. Dalla ricerca emerge infatti come il 37,6% delle giovani donne intervistate segua un percorso di studi, contro il 30,7% dei coetanei uomini. Una forbice che è andata allargandosi rispetto all’indagine precedente, datata 2005. Pur essendo più istruite, le giovani italiane incontrano maggiori difficoltà a trovare lavoro rispetto agli uomini.

Analisi. A partire dal 1982, l’Unione Europea ha varato una serie di programmi pluriennali per garantire concretamente le pari opportunità tra generi, con particolare attenzione al mondo del lavoro. Tra i documenti prodotti nell’ambito dell’iniziativa spicca la comunicazione Contro il divario di retribuzione tra donne e uomini, indirizzata dalla Commissione agli altri organi Ue il 18 luglio 2007. Nel testo si precisa che, al 2005, il divario salariale tra uomini e donne all’interno degli Stati europei ha raggiunto il 15%, solo in lieve calo rispetto al 17% del 1995. Un dato significativo, che discende direttamente dalla disuguaglianze che tuttora separano donne e uomini sul lavoro.

Spiegazioni. La stessa comunicazione individua quattro cause alla base delle differenze evidenziate. «La segregazione orizzontale del mercato del lavoro: rispetto agli uomini, le donne si concentrano in un numero più ristretto di professioni, generalmente meno retribuite e valorizzate; la segregazione verticale: le donne vengono impiegate principalmente in posti meno retribuiti e incontrano maggiori ostacoli per la loro carriera; le tradizioni e gli stereotipi, che influenzano in particolare le scelte nei percorsi dell’istruzione, la valutazione delle professioni e la partecipazione all’occupazione; la difficile conciliazione tra la vita privata e la vita professionale, che comporta spesso per le donne un lavoro a tempo parziale e interruzioni ripetute di carriera, con conseguenze importanti per quanto riguarda l’evoluzione professionale».

Risposte. Com’è possibile combattere questo fenomeno? La Commissione suggerisce un’azione su più fronti: applicare la normativa esistente sia a livello nazionale che comunitario, attuando un’opera di sensibilizzazione in merito, anche presso i datori di lavoro; sfruttare adeguatamente i fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione e promuovere il confronto tra le esperienze dei vari Paesi in materia. Come a dire: gli strumenti ci sono già, non resta che applicarli. E anche se questo è vero solo in parte, è evidente come la battaglia più difficile si giochi sul piano culturale. A dimostrare che, dopo cent’anni, la parità tra uomini e donne è ancora un’opera incompiuta.

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