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La città ideale

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

La città ideale è un’idea antichissima, di tradizione millenaria.
Solo il Rinascimento e la riscoperta della centralità dell’uomo portarono a una spinta alla traduzione in forme architettoniche dei predominanti valori di razionalità, ordine, misura.
Progetti, e mai piene realizzazioni: utopia.

E oggi? Qual è il volto della città ideale?
Una città a misura d’uomo, nel rispetto di tutto.

O meglio… a misura di cittadino-consumatore, che «È attore economico più completo. È protagonista nel mercato dei beni, dei servizi privati, di quelli pubblici» come afferma Filiberto Tartaglia, docente di marketing presso l’Università degli Studi di Ferrara.
La nuova città ideale dovrebbe concepire, servire e sentire i suoi i residenti, gli imprenditori, i pendolari, i turisti, i nuovi cittadini come clienti, maturando maggiore vocazione al settore dei servizi.
Per Richard Normann, guru del marketing dei servizi, «[…] qualsiasi prodotto deve diventare servizio».
E allora, poggiando saldamente i piedi sopra le fondamenta poste dai padri del marketing, si può cominciare a costruire, servendosi di tre materiali principali: l’innovazione, l’attrattività, la competitività.

La città ideale è innovativa.
È in grado di sfruttare al meglio la tecnologia, soprattutto nell’erogazione dei servizi, sia privati che pubblici.
Internet come grande rete distributiva permette il risparmio di code agli sportelli, la disponibilità di informazioni utili accessibili a tutti (peccato che in Italia la completa e corretta distribuzione della banda larga sembri un miraggio), in particolare nel settore pubblico. Infatti, una pubblica amministrazione informatizzata è più veloce ed efficiente, specie nella comunicazione sia interna, tra impiegati e funzionari, che esterna, con cittadini, imprese, turisti.

La città ideale è attrattiva.
Soprattutto per i creativi, quelli che Richard Florida definisce secondo il modello delle 3 T: tecnologia, talento e tolleranza.
Quelli che realizzano la concretezza della fantasia, un ossimoro affascinante che ha davvero un risvolto pratico: «i creativi producono idee, dunque beni, dunque ricchezza», secondo Domenico De Masi; quelli che, per questo, la città ha tutto l’interesse di attirare.
Una città attrattiva è una città verde. Con aree pedonali, mezzi pubblici sempre puntuali, percorsi ciclabili, car pooling; Notti Bianche, divertimento, concerti. Con: «Agevolazioni per i giovani e gli studenti per l’acquisto di biglietti per bus, cinema, abbonamenti, palestra, prodotti», dice Andrea, studente italiano che attualmente sta proseguendo il suo percorso accademico all’Università di Bournemouth.
Una città attrattiva è meritocratica: affida incarichi importanti a giovani meritevoli, investe sui nuovi talenti. Una chimera per l’Italia, ma una realtà per tanti altri paesi e città, come la stessa Londra di cui mi parla Andrea.
È aperta alle differenze, sia per dare le giuste possibilità a tutti, sia perché molti creativi sono cresciuti sentendosi outsiders: scienziati, professori, attori, poeti, musicisti scelgono i loro ambienti prestando attenzione al grado di tolleranza, all’accettazione del diverso.

La città ideale è competitiva.
A detta sempre di Normann, «Riescono a diventare innovative e competitive quelle città in cui i decisori politici sono capaci di coinvolgere altri attori economici strategici: imprenditori e soprattutto università».
Una sinergia irrinunciabile, come afferma lo stesso Andrea: «Per quanto riguarda il rapporto Università-mondo del lavoro, ogni martedì l’Università di Bournemouth organizza una lezione che viene svolta da persone provenienti dall’Industria. Un modo eccezionale per capire cosa aspettarsi in futuro, scambiare i propri contatti, svolgere stage».

La città ideale è, per sua stessa definizione, ideale.
Ma esempi concreti e progetti ammirevoli ci sono.
L’Inghilterra descritta da Andrea e Poundbury, il villaggio a misura d’uomo voluto da Carlo d’Inghilterra; la nuova regione di Øresund, geograficamente collocata tra Danimarca e Svezia; il progetto di Buenos Aires volto a ricoprire 3500 ettari di tetti con erba e piante per isolare meglio le case e combattere l’effetto serra.
L’innovativo ospedale di Mestre, oppure il piano elaborato da Jeremy Rifkin in collaborazione col Comune di Roma, per rendere la Capitale una città a impatto zero entro il 2020.

Questi, e altri esempi dimostrano che qualcosa si sta facendo, ma la strada è ancora lunga.
Perciò, camminiamo.

 

Grazie ad Andrea per il prezioso contributo, e a Ilenia per aver fatto da tramite.

Tartaglia F. (2006) Estetica del terziario. Bellezza, benessere e felicità della vita come fondamenti del marketing ritrovato, Franco Angeli Editore

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