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Incubo Scampia

di Nicola Dellapasqua

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Sin dagli albori della modernità fino alla più recente contemporaneità il degrado urbano non è solo stato una piaga sociale astratta, ma ha sempre trovato configurazione e raffigurazione in una geografia di precisi luoghi.

Alcuni quartieri, resi famosi dalla letteratura di denuncia sociale prima e dai mezzi d’informazione poi, sono divenuti parte dell’immaginario collettivo, sublimando il concetto stesso di cattiva urbanizzazione. Così dagli slums della Londra di Dickens fino alla contemporanea Scampia, parlare di degrado urbano provoca inevitabilmente quest’associazione mentale.

Dunque viene da porsi delle domande in merito allo sviluppo di questi palazzoni, divenuti simboli di aree, divenute a loro volta il concetto stesso di fallimento urbanistico.

Ma tralasciando la non secondaria questione del fallimento di programmazione architettonica  che sta dietro a questi quartieri, sembra opportuno riflettere  su quale mondo avessero in mente gli amministratori e quindi la politica che partorì progetti urbanistici così disastrosi. Infatti il problema consiste proprio in questo: né  Scampia né lo, disordinato e abusivo come le favelas sudamericane, ma furono il frutto di una programmazione piuttosto chiara.

Quando nei primi anni ‘70 presero il via i lavori che poi ci avrebbero consegnato questi veri e propri “incubi italiani”, il miracolo economico era soltanto “ieri” nella mente dei più e nonostante i venti della crisi economica dal medio oriente iniziassero a scuotere l’occidente, appariva anche “il domani”, in un paese come l’Italia che stava finalmente godendo i frutti della sua golden age. La capacità di elaborare fondate previsioni riguardo al futuro fu il peccato originale di questi programmi urbanistici. Questi quartieri personificavano i sogni di un mondo in dissoluzione. Piena occupazione, crescita economica, consumi di massa, nel giro di una generazione la casa di proprietà, urbanizzazione ed emigrazione dai piccoli centri alle città dove grandi industrie integrate, coi loro posti di lavoro, avrebbero aperto la via a una vita nuova per migliaia di famiglie, questo era il mondo del miracolo Italiano. In questo paradigma socio-economico fordista, probabilmente Scampia e il quartiere ZEN di Palermo avrebbero avuto un senso. Essi, programmaticamente, dovevano essere il primo passo per migliaia di persone verso il sogno della modernità. Invece tutti sappiamo cosa successe. La golden age dell’occidente sfiorì. Shock petroliferi, inflazione, crescita zero e disoccupazione, questo era il nuovo mondo in cui l’Italia doveva ripensarsi.

Tutti sappiamo come Scampia divenne un incubo.

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