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Città per vivere, città per sopravvivere

di Elena Ramilli

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«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda» (Le città invisibili, I.Calvino)

Da futuro architetto quale sarò la mia visione di città è purtroppo, o per fortuna, legata all’architettura. E, siccome sono ancora una studentessa e poco ho avuto a che fare con la realtà delle cose, sono ancora profondamente influenzata dal sogno, dalle utopie dei grandi Maestri del 900, dalla storia, dai valori che l’architettura esprime in quanto tale, e non come mera costruzione.
Purtroppo oggi mi rendo conto che, nonostante le risorse a disposizione che vanno dalle tecnologie di ultima generazione alla marea di laureati freschi di studi, di architettura se ne vede ben poca. Più che di architettura, infatti, si parla di archistar: ciò che contano sono il nome e soprattutto i soldi, tutto il resto viene dopo.
Qualche tempo fa tutto era diverso. Non vi parlo di tempi lontani: basti pensare a L.I. Kahn, uno dei più grandi Maestri del secondo dopoguerra, che morì in miseria in una toilette della Penn Station di New York. Portò avanti i suoi ideali costruendo edifici affascinanti fatti di luce, mattoni, cemento e acqua, indebitandosi fino al collo pur di tradurre la propria idea di realtà in un’architettura “incommensurabile”. 
Gli anni Venti sono portatori di un’ambizione molto forte: quella di costruire il mondo in modo nuovo, ricominciare da capo. Come costruire città nuove?
Questo è l’interrogativo di architetti e urbanisti. Non posso non citare Le Corbusier con i suoi piani utopistici di città contemporanea, o Wright con la sua Broadacre City. Esistono innumerevoli esempi, ma ciò che mi preme sottolineare di questi piani urbanistici è lo sforzo comune di conciliare uomo e natura, campagna e città, di rispondere in modo funzionale ai bisogni dell’essere umano senza dimenticare che non è una macchina, ma necessita di emozioni, di poesia, di stimoli, di un’architettura che riflette le leggi della natura. Così Le Corbusier usava gli “ Object à Réaction Poetique”, Wright concepiva i suoi edifici come parti della natura, quanto lo sono gli alberi, i fiori e il terreno, A. Aalto osservava il paesaggio scandinavo per poi riportarlo nelle sue opere, Mies lavorava sulle proporzioni,sulla trasparenza e l’onestà dei materiali. «L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La costruzione è per terner su: l’Architettura è per commuovere» Così scriveva Le Corbusier, e credo fermamente che avesse ragione.

Forse la più grave malattia di questo tempo è il dominio del fattore economico su tutto: finchè guadagnare sarà l’obiettivo primo da raggiungere, le nostre città saranno in mano a speculatori edilizi che le trasformeranno in agglomerati di edifici privi di senso, piccionaie impossibili da abitare, spazi pensati come risultanti di altre costruzioni e non come luoghi concepiti ad hoc per l’uomo.
Dobbiamo riappropriarci delle nostre città
perchè non sono soltanto la quinta scenografica della nostra vita, ma si relazionano ogni giorno con noi, attimo dopo attimo, plasmano le nostra esistenza e possono, o meno, donarci emozioni. Oggi si può parlare, più che altro, di riqualificazione delle città, poiché sono rari i casi in cui vi è l’occasione di costruirne a partire da zero. Una città che non investe su questo non dà la possibilità ai cittadini di riconoscersi in essa. Non abbiamo più bisogno di speculazioni edilizie, né di architetture megalomani e aliene. Abbiamo bisogno di case in cui vivere e non soltanto sopravvivere, architetture pensate in armonia con la città e con la natura, a misura d’uomo, a misura d’ambiente. Necessitiamo di una città vivibile, con spazi ragionati e pensati per le emozioni e le percezioni umane, non esclusivamente concepiti per prezzo a mq.
Savignano sul Rubicone
è la mia città e la domanda che mi pongo, per prima cosa come cittadina, è se stia andando nella direzione giusta. Negli ultimi anni ci sono stati diversi concorsi per opere di riqualificazione, come quello delle sette piazze per il centro storico. I vincitori sono stati annunciati, ma già sono stati tagliati i fondi per la realizzazione di quattro delle 7 piazze.
La crisi econimica che sta investendo l’Italia di certo non aiuta questo tipo di interventi, ma quanto si sta facendo realmente per non piegare la città ai giochi di potere degli speculatori edilizi?

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