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Vittorino Andreoli: giovani e futuro

di Filippo Urbini

Pubblicato il

Intervista allo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli

Lei ha sottolineato come il concetto di futuro sia strettamente legato a quello di desiderio, ovvero il pensarsi diversi in una fase successiva della propria vita. E’ ancora possibile desiderare qualcosa in una società che ci spinge a vivere tutto e subito?

Ascolta il prof. Andreoli che risponde alla prima domanda

Innanzitutto permettimi di fare una precisazione: meglio parlare di percezione del futuro e non di concetto del futuro, perché quando si parla di concetto si fa un’operazione di tipo simbolico, cioè di tipo concettuale. La percezione va distinta dalla sensorialità; quest’ultima significa “toccare con le mani”, mentre la percezione è qualcosa che si lega all’io, che trascende i sensi ma allo stesso tempo permette di avere, di scoprire, di sentire una dimensione. La dimensione di cui parliamo è il futuro. Certamente guardando oggi al mondo giovanile la percezione del futuro è piuttosto miope. Il tempo futuro si limita a stasera, al prossimo weekend, forse all’estate, mentre la percezione del futuro può andare fino all’eterno. Può coprire tutto l’arco di un’esistenza e persino andare oltre. Se ci si pone il problema di cos’è il futuro dopo l’essere, si ammette che c’è un tempo che non scorre più, tematica cara a Sant’Agostino. Il problema del mondo giovanile attuale è che manca la percezione del futuro; i giovani di oggi sono stati espropriati dal futuro, che è stato ucciso. Essi vivono in una società che guarda all’iperconcreto, a quello che sei oggi, al successo, alla fortuna, cioè a qualcosa che è legato all’immediato. Di conseguenza non si fanno più progetti, è meglio incontrare il direttore della RAI che cerca una velina, per cui non devi fare niente, ma devi solo spogliarti, piuttosto che costruire qualcosa sul piano della personalità. In una società del “tutto e subito” è chiaro che a poco a poco muore il futuro. Dall’altra parte bisogna tener conto della grande scoperta del mondo digitale, il quale ti dà tutto e subito. Il computer non si occupa del futuro. Se chiediamo a Google cosa sarà domani, non capisce; se gli chiediamo “dimmi oggi chi è Ilario  Fioravanti” lui te lo dice. Effettivamente c’è stata la morte del futuro, una percezione oggi scomparsa. Questo ha conseguenze drammatiche, perché senza la percezione del futuro non si può desiderare. Il desiderio è la capacità che ognuno ha di immaginarsi diverso domani rispetto a come è oggi, ma se domani non c’è… I giovani di oggi vivono come se il mondo finisse domani e come se quel mondo fosse nato quando sono nati loro, perché hanno perso anche il concetto della storia. Allora è su questo nodo che bisogna calcolare come educare i giovani e come far loro scoprire il futuro.

La seconda domanda riguarda proprio il concetto dell’educazione: spesso la società accusa i giovani di essere fin troppo passivi nei confronti del futuro. In realtà, a suo modo di vedere, questo non è imputabile ad un fallimento educativo che riguarda la scuola come la famiglia? Queste istituzioni non sono state in grado di dirci che esiste un futuro per noi, che i nostri desideri possono realizzarsi.

Ascolta la risposta alla seconda domanda

Quando analizziamo il problema tra chi educa e chi deve essere educato, è fuori dubbio che la responsabilità – piuttosto che la “colpa”, termine che si addice più a un giudice – è un frutto dell’educazione. La percezione del futuro non è un fatto biologico, tantomeno è iscritto in un  gene, ma fa parte dell’educazione, di ciò che si apprende. Non si tratta però unicamente dell’educazione intesa come riferimento classico, ovvero quella di papà e mamma e del contesto famigliare; l’educazione risente oggi di un ambiente ben più ampio. Ci può essere un padre o una madre che tenta di promuovere il futuro, ma non lo fa la scuola , non lo fa la società,  perché la società oggi vuol dire televisione, vuol dire persino buono o cattivo governo. Per dimostrare quanto questo concetto di “vittima” sia vero, bisogna sottolineare come tutti i desideri di cui parla la società odierna sono desideri dell’hic et nunc: essa ci dice cosa dobbiamo comprare e possedere. Se non abbiamo questa o quella cosa, siamo dei falliti, non esistiamo. Allora è impossibile pensare, non ci sarà mai un messaggio pubblicitario che parlerà di futuro, perché la logica del mercato è qualcosa di immediato. Il desiderio è sempre stato legato al singolo, perché deve radicarsi su chi sei tu, e tu sei diverso dal tuo amico, nonostante possiate avere obiettivi e pensieri comuni. Il desiderio è qualcosa di fortemente individualizzato.  Ebbene voi giovani siete stati espropriati di questo desiderio individuale, di ciascuna persona, perché vi sono stati somministrati i “desideri spot”.  Uno spot deve rivolgersi a tutti, perché per vendere gli occhiali griffati non posso rivolgermi soltanto al singolo: quindi lo spot mi dirà “ voi tutti avete questo desiderio: il paio di occhiali che ha questa griffe”. Il termine desiderio è rimasto ancora, ma al desiderio individualizzato si è sostituito il cosiddetto “desiderio spot”, quello che un tempo si chiamava di massa, ma oggi è preferibile chiamare desiderio del mercato, ovvero quello che risponde alla concezione del mercato.

Oggi più che mai nel mondo giovanile la costruzione del proprio futuro viene spesso percepita come qualcosa di difficoltoso. In che modo secondo lei noi giovani dovremmo approcciarci alla difficoltà in modo che essa diventi opportunità per una crescita personale?

Ascolta la risposta alla terza domanda

C’è qualche cosa che è difficilmente accettabile del mondo giovanile di oggi, cioè di te dei tuoi coetanei. Nonostante io sia fortemente dalla parte dei giovani, ovvero dalla parte di coloro che devono essere educati, penso che sia  insopportabile questa specie di infantilismo giovanile per cui l’aspetto che sembra più importante è il riconoscere di essere vittime, il riconoscere che non si hanno avuto gli stimoli nel momento adatto. Questo vittimismo è insopportabile perché noi oggi viviamo in una società disastrosa, forse addirittura nella fine di una civiltà. Mi piacerebbe che tu leggessi questo mio libro che si chiama Requiem, uscito in questi giorni, che è una specie di Decamerone sul tema della fine di una civiltà e tra i sette che discutono c’è un’adolescente, una ragazza, che esprime quelle che sono le proprie delusioni. Però nelle sue parole c’è una specie di rivolta. Oggi i giovani devono guardare non tanto al vittimismo, ma al prendere in mano questa società di imbecilli, ed è tempo di farlo senza rimpianti. Direi che bisogna assumere lo stesso atteggiamento impositivo di quella che era la condizione dei diciottenni e sedicenni che andavano in guerra nel passato. Ricevevano un cartolina che diceva loro dove sarebbero stati mandati, impugnavano un fucile, un paio di scarponi di cartone, e andavano a combattere. Oggi c’è da combattere ugualmente, solo che c’è da combattere in positivo per  fare una “guerra” verso chi questa società l’ha rovinata, perché noi adulti l’abbiamo rovinata e inoltre non stiamo lasciando più niente, nemmeno Pompei. Io ho visto più volte la stupenda casa dei Gladiatori, tu non la vedrai mai. Quindi non c’è più tempo di lamentarsi. Devo dire che io vi voglio bene, ma siete insopportabili. Siete delle persone che non sanno rendersi conto di quale dovrebbe essere il vostro ruolo, e allora la disperazione diventa droga, diventa tempo perso, diventa alcol, vino bevuto “a botta” come si dice. E’ necessario che con un atto di coraggio vi poniate il problema del vostro futuro perché oggi non c’è nessuno che ve lo sostituisce.

Un detto cinese dice: “Fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce”. A nostro parere esistono giovani impegnati nella costruzione del prorpio futuro e  attivi nella società; tuttavia l’immagine che viene data del mondo giovanile è estremamente negativa. A suo parere come si può spiegare questo fenomeno?

Ascolta la risposta alla quarta domanda

Direi che questo è coerente con una società che non ha educato i figli, con una società che ha guardato solo al potere, ma al potere del denaro, non al potere del sapere della cultura, dell’impegno, del merito. È coerente: i padri “di superficie”, come li chiamo io, cioè coloro che hanno solo l’aspetto esterno, è chiaro che non fanno nulla per mostrare ciò che di positivo hanno i giovani. Però è ora di finirla! Bisogna decidere di fare qualcosa, e allora non conta più nessuno, contano solo i giovani che si rendono conto di uno specifico ruolo e lo svolgono. Allora c’è un grande insegnamento, bisogna leggere “L’uomo in rivolta” di Camus, e se non l’hai letto ti consiglio di leggerlo. L’uomo in rivolta – dice Camus – è l’uomo che sa dire di no. E il dire di no non è come fanno i giovani rispetto ai loro padri, ovvero il padre chiede A e loro dicono no, B. (e se il padre chiedesse B loro direbbero A). Questa è l’ opposizione, che è una forma di dipendenza ribaltata; il dipendente è tutto quello che gli chiede la persona da cui dipende. L’opposizione è la stessa cosa, ma opposta. Non serve l’opposizione, la trasgressione, ma la rivolta, che è una grande dignità, è la capacità ce l’uomo ha di dire di no, dopo aver valutato la richiesta, e aver considerato che non è compatibile con tutto ciò in cui si crede. Basta. Bisogna dire di no. Poi certo se da “L’uomo in rivolta” passi alla “Peste”, allora ti accorgi anche che quel medico, si oppone dicendo di no persino alla peste. Se vuoi è quasi un no impossibile, però indica la decisione. Oggi c’è bisogno di giovani in rivolta che non significa in contestazione, che non vuol dire legati a partiti che sono tutti identici. Questi sono  lo schifo di questo paese! Si pensi soltanto a quanto costano i partiti e già si vede che non funzionano. Si chiedono: “ma perchè i giovani non vanno nei partiti?” E io dico:” Per fortuna!” Ecco, questo è quello che secondo me i giovani devono fare. Naturalmente molti di voi sono cattolici e questo mi sembra positivo. Perchè un certo signore che si chiamava Cristo ed era giovane, ha detto di no, ha detto di no a tutti. Ha detto di no ai sacerdoti nel tempio, non perché contestava; Cristo non ha mai contestato nessuno. Ha detto di no perchè quella non era la Verità, ha detto di no perchè quella non era l’interpretazione della legge, non era l’interpretazione la parola di Dio. Cristo non era un oppositore, né un trasgressivo, ma un uomo in rivolta, e se fosse anche Dio mi piacerebbe di più. Io questo non ho l’autorità per dirlo. Però pensare che anche Dio è in rivolta verso questa società di imbecilli mi farebbe un grande piacere.

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