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Necessità di manifestare e svantaggi dell’autoreferenzialità

di Lorenzo Gasperoni

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Fra le tante frasi demagogiche che pronuncia continuamente il nostro premier ce ne è stata una che mi ha costretto a soffermarmi sulle sue possibili implicazioni. Commentava le proteste studentesche di questi giorni: ”Proteste? Gli studenti veri sono a casa a studiare. In piazza ci sono quelli dei centri sociali fuori corso. È una buona riforma e deve passare. Favorisce gli studenti, meglio di così non si poteva”.
Non mi interessa disquisire sulla riforma, lo faranno egregiamente i miei colleghi in altri articoli. Quello su cui vorrei invitarvi a riflettere è la prima delle tre frasi somministrateci dal Berlusca.

Se andate in via Zamboni ai raduni dei cosiddetti “centri sociali” o, come a me piace definirli, del popolo di sinistra, scoprirete un mondo variegato, interessante, con un enorme potenziale sociale. Un mondo in realtà composito e non fatto solo da coloro che effettivamente vivono quotidianamente la protesta attivamente, ma anche da tanti studenti che si avvicinano più timidamente alla rivendicazione dei propri diritti e che vedono con diffidenza certe forme di estremismo.

È singolare notare come in queste occasioni ci si immerga in una sorta di mondo parallelo, dove il tempo pare essersi fermato in qualche serata fra il 1968 e il 1970. L’atmosfera è bellissima, gente con i capelli lunghi, ragazzi con “l’eschimo innocente”, artisti di strada e qualcuno che con un microfono sollecita la folla a inneggiare contro il potere. Ammetto di trovarmi bene in questo clima pregno di simboli che, a costo di scontentare qualcuno, io continuo  a definire di sinistra. Dopo qualche ora però l’incanto svanisce e ci si accorge purtroppo che si è solo vittime dell’ennesima estetica esasperata (beninteso, meglio questa di tante altre) che porta all’autoreferenzialità.

Cosa c’entra questo con le dichiarazioni del nostro caro premier?

Gli studenti veri ai quali si riferisce suppongo siano quelli che sono in pari con gli esami (non parlo di voti, argomento quanto mai scivoloso) e che magari frequentano facoltà considerate “produttive” in senso lato. Io rifiuto una classificazione di questo tipo, ma capisco che l’interfaccia con l’istituzione e con l’opinione pubblica dei movimenti studenteschi abbia assunto una sagoma stereotipata e sfortunata. Voglio dire che il clichè dello studente di trent’anni con un microfono in bocca che sciorina una serie di luoghi comuni su una folla urlante è tanto bello e suggestivo quanto ormai inadatto alla concreta proposta di istanze. Certo è parte integrante di una manifestazione, ma non basta più. Perché non mettere al suo posto un ingegnere laureato alla triennale con il massimo dei voti, magari sbarbato e con una camicia addosso? È un esempio estremo, una provocazione, ma servirebbe per mettere a tacere chi strumentalizza certi simboli per farci credere che gli studenti che manifestano siano un branco di nullafacenti. Sì, una parte probabilmente lo è, forse la maggioranza? Non importa. Sono a manifestare anche per il biotecnologo che se salta una settimana di laboratorio deve ripetere l’anno.

Vorrei farvi quindi notare che con la serie di manifestazioni contro la riforma Gelmini di questi giorni, per quanto ne dica il premier, si sta andando in questa direzione. A partire dagli ingegneri di Padova a quelli di Bologna di Terzo Millennio.È importante che si “pubblicizzi” questo volto dei movimenti studenteschi, ma non perché sia un volto migliore in sé, quanto perché serva da demolitore di luoghi comuni propagandati con scelleratezza da chi osteggia a priori questi movimenti o non ne se ne è mai interessato.

Ci tengo tuttavia a muovere una critica nei confronti dei collettivi studenteschi, o almeno ad alcuni. Non siate autoreferenziali. Le categorie da usare sono quelle che permettono l’inclusione nella protesta di quella parte di studenti che si approcciano a questi argomenti con oggettività e a cui non piace scadere nel qualunquismo, né estendere il discorso al Marxismo. Voglio dire che non bisogna rovinare la forza delle istanze con l’esasperazione dei temi, nel 2011.

Quello che è successo giovedì nella trasmissione di Santoro è stato un perverso e triste esempio di intolleranza del potere nei confronti degli studenti, il cui autore e ministro della Repubblica è stato a mio avviso coerentemente definito, da Di Pietro, un fascista.

Tuttavia quegli studenti non sono stati capaci di condannare gli atti di violenza dei manifestanti del 14 dicembre, contro la polizia. È vero che quando la massa protesta la probabilità che in qualcuno insorga un intento distruttivo è più alta, è vero che non manifestavano solo gli studenti, è vero che non si deve permettere che l’attenzione si sposti dalle nefandezze del governo al singolo atto violento, però giustificando implicitamente l’accaduto, si espone il fianco alle critiche, forse strumentali, di estremismo e odio nei confronti delle istituzioni. Ciò ha un duplice effetto negativo: da un lato incrina la credibilità degli studenti stessi esponendoli alle strumentalizzazioni della politica, dall’altro scoraggia chi vorrebbe manifestare, diciamo così, più moderatamente.

Credo inoltre, anche se so che non è di facile di realizzazione, che l’informazione su questi temi che riguardano il nostro futuro, debba essere portata alla conoscenza delle facoltà un po’ più “chiuse” in se stesse con maggiore capillarità. Un ponte esiste già: sono le associazioni studentesche che, benché giustamente apartitiche, non possono essere apolitiche e devono combattere quindi su questi fronti sociali importanti. Questo viene in parte già fatto, si deve proseguire.

Permettetemi infine di dire basta alle generalizzazioni e che bisogna ringraziare chi collettivizza positivamente i problemi e va a protestare al posto nostro contro lo sfascio della socialità,  perché nel farlo rende anche il nostro futuro un po’ meno freddo e un po’ più umano.

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