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I passati del futuro

di Nicola Dellapasqua

Pubblicato il

Chiedersi quante idee di futuro abbia prodotto il Novecento appare una riflessione talmente complicata da poter essere accostata soltanto a un’altra domanda: perché il nostro secolo non riesce a produrne più alcuna?

Eppure anche il secolo passato si aprì sotto il segno del ‘’funerale’’ di un futuro. Si portava a compimento quel processo secolare che Hegel aveva definito ‘’la morte di Dio’’. L’escatologia religiosa usciva definitivamente dall’orizzonte umano, le trombe del giudizio universale divennero una vaga leggenda metropolitana;  nel mondo delle città, della velocità, della comunicazione globale  e dei nuovi stili di vita, la vigoria dell’uomo moderno era troppo forte per continuare a credere che quel mondo sarebbe potuto finire.

Ciò che però più ci colpirà, comparando il vecchio Novecento alla nostra epoca, è come quest’umanità secolarizzata corresse subito ai ripari rimpiazzando l’idea di futuro della religione millenaria con altre, forse laiche o materialiste, ma non meno fideistiche.  Dagli albori del secolo fino all’ultima grande crisi economica  si rincorsero i mondi futuri della nazione, del comunismo, del progresso e del mercato autoregolato. Ognuna di queste ‘’idee-mondo’’ pretendeva di organizzare il presente in funzione di una prospettiva futura non meno distante e intangibile di quella della religione millenaria. A ben guardare l’esercizio di fede, nell’immaginare il futuro dell’umanità, di un seguace di Lenin , di una camicia nera a piazza Venezia o del presidente statunitense Hoover all’alba del 29 non era tanto diverso da quello di un monaco amanuense del IX che tramandava l’apocalisse di Giovanni.

Il Novecento fu però anche il secolo della dissoluzione di questi futuri immaginati. Ogni crisi economica o sociale, ogni conflitto rendeva il presente insostenibile e il futuro, sulla base del quale esso era disegnato, un’utopia irraggiungibile.

Quel processo di razionalizzazione del futuro che per la religione era stato secolare, nell’autunno del Novecento, assumeva cadenze ora ventennali, ora quinquennali, ora annuali. Eppure un carattere antropologico insito nella natura umana, continuava a spingere il nostro mondo alla ricerca di un futuro a cui credere.

Finché  non giungiamo all’oggi.  Finché  tra una crisi economica ed una morale non ci rendiamo conto di non avere più futuri disponibili. Ci troviamo immersi in un mondo che non abbiamo la forza di ripensare, non per mancanza d’immaginazione o per la frustrazione di quella nostra natura antropologica,  ma perché è proprio il soggetto dei futuri immaginati ad essere venuto a mancare. L’unica eternità insita nell’individualismo del disincanto al quale i nostri tempi ci hanno condannato sembra essere l’ossessione compulsiva per il consumo, che si dilata in una sorta di presente progressivo.

La prospettiva per quest’uomo contemporaneo? Voglio concludere parafrasando un grande cantore dei nostri tempi: tutti noi sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge, nel mondo che faremo, il plurale si deve riferire oggi alla ricostruzione dal basso della comunità attraverso la sociabilità umana, Dio è risorto.

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