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Il primo incontro – “Tipaccio mozambicano”, ti presento i miei

di Carola Astuni

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Il primo incontro: ti presento i miei (Credits: Carola Astuni)

Dicembre 2016. Il cuore a pezzi per un lontano amore naufragato. Seguito da un’altra grande delusione.

Quando avevo deciso di non aspettarmi nulla dalla mia vita sentimentale, è cambiato qualcosa.

“Mamma, non avrei mai pensato, ma ieri ho conosciuto un mus…”
“…Un MUSULMANO?!!”
“Un musicista, mamma!”

Quel mus…icista è diventato mio marito.
Ma facciamo un passo indietro.

Mia mamma non ha nulla contro i musulmani, anzi. Da cristiana (vera, non quelle della domenica) ama davvero il prossimo suo senza fare distinzioni. Per mettere alla prova questa sua attitudine da buona samaritana, devo ammettere di essermi parecchio impegnata.

Nel 2013, tornata dal mio secondo viaggio in Rwanda, annunciai che mi ero innamorata – un amore corrisposto – di K., un maestro della scuola dove prestavo servizio come volontaria. Un mio collega, insomma.

Nero, più grande di me, musulmano (in Rwanda, gli islamici sono il 2%. L’avevo cercato col lanternino).

I miei genitori non hanno mai mostrato avversità nei confronti di una persona che ancora non conoscevano, ma che racchiudeva in sé diverse caratteristiche che avrebbero potuto impensierirli: da normali genitori, ovviamente, nutrivano i loro dubbi.

Ma non lo hanno dato a vedere.

Volevano che fossi libera di capire con le mie sole forze se quella, effettivamente, poteva essere una storia importante.
Se pensiamo al famoso Indovina chi viene a cena, o al più moderno Non sposate le mie figlie, incontriamo genitori che si trovano a interfacciarsi con una situazione normale in una società multietnica: ma erano davvero pronti a pensare alle proprie figlie in una relazione con un partner di origini straniere?

Certo, nel mio caso specifico lui viveva a 10mila km di distanza: ma sì, in fondo poteva finire in poco tempo, considerato il fatto che per vederci dovevamo prendere due aerei, richiedere un visto ai nostri rispettivi governi con mesi di anticipo e sperare che ce lo concedessero.

Tre anni.

Siamo stati insieme tre lunghi anni di progetti fatti insieme, di angosce e costose telefonate (non c’erano ancora le videochiamate di WhatsApp!).

I miei genitori l’hanno conosciuto, ospitato in casa, si sono sinceramente affezionati. Lui e mia mamma leggevano insieme la Bibbia e lei gli faceva mille domande per confrontarsi, per capire.

Nelle relazioni a distanza, i nodi vengono al pettine con un’intensità diversa dal normale: così è accaduto fra me e K.
Complice un anno intero di lontananza fisica, di rigidità createsi di conseguenza e difficoltà oggettive nel rivedersi.

Quando ci siamo lasciati, ero sicura di una cosa: non ne volevo più sapere di relazioni a distanza!

Parlo di vere relazioni a distanza (non Milano-Genova per intenderci!).

Sebbene sia stata una storia molto sofferta, ho potuto vedere con i miei occhi nuove realtà che non avrei mai constatato altrimenti.
La prima, più importante, ho avuto l’ennesima prova che i miei genitori non sono degli ipocriti: mi hanno sempre insegnato che la diversità è un bene prezioso che arricchisce tutti. Sebbene i loro timori, la paura di veder soffrire la propria figlia (ora che sono madre, sto cominciando a capire il senso di angoscia), non mi hanno mai imposto alcuna decisione. Ed è stata la migliore scelta genitoriale che potessero mai fare su di me.
(Sia chiaro: non è stata anarchia. Abbiamo sempre parlato, discusso, ci siamo sempre confrontati con criterio. Ma senza alcuna imposizione da parte loro).

Se si fossero messi contro la mia relazione senza aver mai conosciuto K., credo ci sarebbe stata una netta spaccatura nel nostro rapporto. Non l’hanno mai fatto, sebbene avrebbero tranquillamente potuto.
Quel “MUSULMANO?!!” di mia mamma voleva dire

“Figlia mia, aridaje? Devo riprendere a leggere il Corano?!”

Dicembre 2016, dicevamo. Il cuore a pezzi per un amore naufragato. La speranza dei miei nonni di vedermi sposata con un caucasico, però, si era riaccesa dopo la rottura con K.

(..)
“…Un musicista, mamma!”
“…ma è musulmano?”
“No mamma, è africano ma non credo sia musulmano”
“Credi? Non gliel’hai chiesto?”
“La religione non rientra nelle prime 30 domande durante la prima uscita, che dici?”
“…”
“Con le birre che si è bevuto, dubito fortemente lo sia…”

Il fattore religioso, in una coppia mista, è/può essere al centro di forti e importanti discussioni.

La religione, in quanto tale, non rappresenta a priori un ostacolo: anche se ci sono persone che lo sostengono e che sono fortemente in opposizione alle coppie interreligiose (senza averne mai avuto esperienza), io non trovo corretto generalizzare.

Chi non conosce delle famiglie che condividono più di un credo?
Io ne conosco diverse,  anche solo coppie con un partner credente e uno agnostico: non è forse complicato convivere con opinioni differenti?

(Io, ad esempio, avrei gravi problemi a vivere con chi non condivide le mie idee politiche!)

Ma tutto dipende dalla flessibilità dei suoi componenti: come ho già raccontato il mese scorso, essere pronti al dialogo è un passo fondamentale per far funzionare una famiglia. Qualsiasi tipo di famiglia: omogenitoriale, mista, interreligiosa, etero… vegana!

Ad ogni modo, musulmano o no, Jo viveva e studiava in Italia da dieci anni: parlava benissimo la lingua, studiava per diventare assistente sociale, era riuscito addirittura a farsi conoscere come musicista in una città chiusa come Genova. Girare per strada con lui, significa non poter fare un passo senza che qualcuno lo fermi per salutarlo, per chiedergli della sua musica e dei suoi continui progetti.

Come accidenti aveva fatto, un giovane studente africano, solo, senza una comunità, a creare intorno a sé una così fitta rete di amicizie?

Affascinante, sfacciato al punto giusto, sognatore incontenibile, intraprendente e bello come il sole (ok, ora la smetto).

Ero sicura che i miei lo avrebbero adorato: almeno, questa volta, i problemi legati alla distanza geografica erano ampiamente superati.

Il primo incontro, tuttavia, è stato un momento… memorabile.

Ci frequentavamo da tre mesi e Jo doveva andare in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno (prossimamente su questi schermi “Modulistica per coppie miste: manuale di sopravvivenza”).

Ecco, dovete sapere che mio marito è un gran mattacchione.

Ha ben pensato di dirmi al telefono che non gli avevano rinnovato i documenti, che non avrebbe potuto laurearsi e che gli avevano consegnato il foglio di rimpatrio.

…cosa avevo appena detto delle relazioni a distanza?

Mentre mi veniva un attacco di panico, con tempismo impeccabile, mia madre e Nini (mia nonna materna) stavano arrivando a casa mia per portarmi delle cose del trasloco.
Mamma, vedendomi con le lacrime agli occhi, ha cercato di tranquillizzarmi – invano.

Nel mentre, nelle scale, Nini incontra un tipo giovane, nero, coi rasta: doveva essere lui per forza!

“Sei tu Joao? Carola ci ha detto della tua situazione, non si può fare davvero niente?”
“Ma signora, era uno scherzo! Ci ha creduto per davvero?!”

Mia nonna, furente, gli ha fatto una lavata di capo che se la ricorda ancora adesso… Ma lo ha perdonato perchè mi aveva portato dei fiori.

Per la mia famiglia, dopo questo primo incontro de fuego, nulla di diverso da una relazione come un’altra: ecco, forse Nini ha faticato un po’ ad abituarsi ai dread. Quando Jo se li è tagliati due mesi fa, nonna era la gioia fatta persona…

Nini e i dread (Credits: Carola Astuni)

Ma la sorpresa più grande l’hanno mostrata i miei nonni paterni: coppia mista pure loro, lei lombarda e lui napoletano.
Negli anni Sessanta, quando si sono sposati, il nonno di mia nonna le disse:

“Guarda che loro hanno una cultura diversa dalla nostra…”

Tuttavia, forse anche per le difficoltà che hanno dovuto affrontare in prima persona, non erano propriamente entusiasti che io fossi stata legata a un africano, oltretutto musulmano.

Per questo motivo, sapevo che non sarebbe stato semplice raccontare loro di Jo.

Aprile 2017, un tranquillo pranzo dai nonni:

“Volevo farvi ascoltare questa canzone!”
“Che musica, che ritmo! Bellissima, mi piace molto!” – “Davvero bella. Chi la canta?”
“Il mio nuovo ragazzo, l’ha scritta lui”
“Ma pensa te! Ed è portoghese quindi?”
“…Ehm. Mozambicano”
(Si chiude il sipario su sguardo terrorizzato)

Ora ci rido sopra, ma posso assicurare di aver seriamente temuto che a mio nonno prendesse un infarto!

Genitori, fratello, nonni, amici: ormai tutti conoscevano Jo. Si è fatto apprezzare anche da quel sospettoso del nonno, chi l’avrebbe mai detto!

Jo non sapeva ancora di avere un ultimo, importante e durissimo scoglio da superare: zia Laurence.
Lau non è mia zia biologica, ma è una fondamentale parte della mia famiglia. L’ho conosciuta mentre facevo ricerche per la mia tesi nel 2012. Amore a prima vista.

L'autrice abbraccia la zia Laurence

Marzo 2015: con zia Laurence la mattina del suo giuramento per l’ottenimento della cittadinanza italiana (dopo “soli” 20 anni)

Lei, rwandese scappata dal genocidio, arriva in Italia come rifugiata nel ’94,  dove si è laureata in psicologia e teologia: ha lavorato con bambini e ragazze di strada, si è sempre occupata di sociale e di sofferenza altrui, mentre curava le sue, di ferite.
Soprattutto (nessuno potrebbe immaginarlo vedendola) zia Lau è una suora. Ma non una suora come le altre: Whoopi Goldberg in Sister Act, in confronto, è una tipa tranquilla.

Quando le avevo racconto di K., mi aveva aperto il libro dei rwandesi poco raccomandabili, che il suo Paese era stato devastato da un dolore incommensurabile e che nessuno poteva essere più in grado di amare (insomma, palesemente favorevole).
Dopo averlo conosciuto, averlo scansionato in lungo e in largo, alla fine, aveva capito che era davvero una brava persona e che meritava il beneficio del dubbio: è stata la nostra mediatrice in tante situazioni difficili e non sarei riuscita a capire tante cose senza il suo aiuto prezioso e il suo affetto sconfinato.

 

Il giorno che l’ho chiamata per raccontarle di Jo, però – all’epoca stava a Roma – pensava le stessi facendo uno scherzo…

Mi prendi per i fondelli? Che ci trovi in questi africani?”
“Ma quali africani, zia, io amo Jo”
“Ma lo sai che in Mozambico ci sono tanti ladri e criminali?”
“Ah, non sapevo che in Italia ne fossimo sprovvisti!”
“Spiritosa. Se quando arrivo ci stai ancora insieme, vediamo di conoscerlo, questo tipaccio

Come è andato il loro primo incontro?

Jo non è uno che si scoraggia facilmente, anzi. Questa situazione surreale (una zia africana in una famiglia bianca) lo aveva messo di fronte a una bella sfida che non vedeva l’ora di affrontare.

Aveva capito con che tipo di donna avrebbe avuto a che fare e si è lasciato torchiare col sorriso sulle labbra… Dopo avergli fatto il terzo grado sul suo passato, sul Mozambico, il cibo del Mozambico, il clima del Mozambico, le danze del Mozambico e le donne mozambicane, finalmente zia Lau ha gettato la spugna.

Per chi conosce un po’ i rwandesi, sa quanto siano notoriamente sospettosi: al suo interrogatorio mancava solo un faro puntato negli occhi. Ma quando gli ha abbozzato il primo sorriso… sapevo che aveva ceduto al fascino di quel tipaccio mozambicano dai rasta musicali.

Dopo un lasso di tempo (che mi era sembrato infinito!) si è tolta la mantella da Inquisitrice ed è riuscita a vedere ciò che le mancava per sapermi felice: due sguardi sereni e innamorati, nonostante le differenze.

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