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80 anni di Ringo Starr – (Ri)scoprire l’innovatore silenzioso dei Beatles

di Daniele Gasparini

Pubblicato il

Gli 80 anni di Ringo Starr in quattro foto, ispirate alla copertina dell'album 1 dei Beatles

Gli 80 anni di Ringo Starr in quattro foto, ispirate alla copertina dell’album 1 dei Beatles (Rielaborazione: Marco Frongia)

Ringo Starr è uno che il destino se lo porta dietro, da sempre, nel nome.

Anzi, è uno che ha scelto un nome che possa contenere il suo destino.

Ringo Starr nasce come Richard Starkey il 7 luglio 1940 a Dingle, Liverpool, una periferia operaia piuttosto problematica.

La sua infanzia, tra problemi polmonari, separazione dei genitori e un coma causato da una appendicite, non sembra preludere a un futuro brillante. Ma sarà proprio una lunga convalescenza in sanatorio ad avvicinarlo alla batteria, regalo del compagno della madre.

Da Richard Starkley a Ringo Starr

A questo punto, come nelle migliori storie, la vita del piccolo e fragile Richard cambia. Siamo nel 1957 ed entra a far parte dell’Eddie Clayton Skiffle Group, scegliendo ufficialmente il nome Ringo Starr.

Dopo cinque anni di gavetta nei locali, il nostro Ringo entra davvero nella storia nell’agosto del 1962. George Martin, produttore e arrangiatore degli studi di Abbey Road (a proposito: date un’occhiata in tempo reale al famoso attraversamento pedonale qui), decide di trovare un sostituto a Pete Best, deludente batterista di una giovane band di Liverpool, i Beatles.

Ecco dunque i Fab Four finalmente al completo: John, Paul, George e Ringo.

Ringo Starr White Album Session (Credits: Apple Records)

Oppure: Paul, John, George e Ringo

O ancora: Paul, George, John e Ringo.

Insomma, ognuno ha la sua combinazione, ma una cosa è certa: il nome di Ringo è quasi sempre relegato in ultima posizione, percepito come un elemento estraneo e folcloristico della band più popolare della musica moderna.

Anche all’ultimo festival di Sanremo, la band Pinguini Tattici Nucleari conquista il podio della kermesse con il brano Ringo Starr, inno ai gregari di tutto il mondo; ma Ringo, questa fama di eterna spalla, la merita davvero?

Ringo Starr nei Beatles

In effetti l’esordio nelle sessioni di registrazione di Abbey Road non è dei migliori. Dopo le prime prove, che non convincono né Martin né il manager Brian Epstein, il povero Ringo viene sostituito alla batteria da Andy White, session-man che lavorava agli studios, e relegato a maracas e tamburello per la registrazione dei primi due singoli della band di Liverpool: Love me do e P.S. I love you.

In realtà la coesione della band dopo l’entrata di Ringo si rafforza, il quartetto migliora la sintonia e inizia a sviluppare un sound più personale e granitico. Da questo momento in poi la formazione non cambierà più sino allo scioglimento nel 1970, eccezion fatta per il momentaneo e rocambolesco abbandono dello stesso Ringo nel 1968.

Ovviamente, a fianco di tre autentici genii della musica moderna, Ringo si pone da subito in una posizione subalterna in quanto a composizioni. È vero però che lascerà anche la sua piccola impronta con due pezzi scritti di suo pugno: Don’t pass me by e Octopus’s garden, contenuti rispettivamente nel cosiddetto White album e nel conclusivo Abbey Road, due brani divertenti e un po’ sopra le righe, scritti con l’aiuto dei compagni.

Partecipa inoltre per tutta la produzione dei Beatles come cantante di alcuni brani divenuti poi tra i più iconici del quartetto, tra i vari Yellow submarine e With a little help from my friends, dove regala interpretazioni un po’ incerte ma sicuramente divertenti e goliardiche, molto personali e caratterizzanti.

La sua personalità introversa – che gli fa guadagnare l’appellativo tra i fan di Beatle triste – non gli impedisce di rivelarsi anche un interessante attore e di intraprendere una serie di piccole partecipazioni in svariate pellicole, non solo all’interno dei film dei Fab Four. Sempre la sua attitudine e il suo carattere lo pongono poi spesso nella posizione di paciere nel periodo più teso della carriera dei Beatles, evidente nel documentario Let it be, dove la tensione strisciante (e molto anglosassone) è davvero palpabile.

Toccante poi la dichiarazione in memoria dell’amico George Harrison, contenuta nello splendido documentario a lui dedicato Living in the material world di Martin Scorsese. Ringo ricorda gli ultimi momenti con George interrompendosi per la commozione; sembrerebbe a tutti gli effetti l’unico Beatle che, dopo lo scioglimento, non ha mai interrotto totalmente contatti e collaborazioni con il resto della band.

Ringo oltre i Beatles

L’inaspettata intraprendenza di Ringo Starr lo portà già nel 1970, anno ufficiale del divorzio dei Fab Four, ad avere pubblicato ben due lavori da solista. Si tratta di due album di cover: il primo di canzoni degli anni Trenta e il secondo dell’adorato repertorio country. Gli anni Settanta lo vedono poi nelle vette delle classifiche con l’album Ringo nel 1973 e il successivo Goodnight Vienna del 1974.

Negli anni successivi, alternando successi a periodi meno felici, Ringo Starr continuerà a produrre album sino all’ultimo What’s my name (Ringo Starr) del 2019, arrivando così a circa venti album in studio, escludendo le numerosissime partecipazione in album di altri, ex-Beatles compresi.

Da ricordare è soprattutto la presenza in John Lennon/Plastic Ono Band e nella monumentale opera di George Harrison All things must Pass, oltre che in varie registrazione del Beatle mancante, Paul McCartney.

Proseguirà anche la sua carriera cinematografica, soprattutto partecipando a documentari e firmandone in qualche caso anche la regia, oltre numerose piccole parti e cameo il film veri e propri.

Intensa sarà anche l’attività live (sia propria che suonando la batteria in altre formazioni) come intensa è anche la partecipazione in numerosi album.

Ringo Starr (Credits: Apple Records)

La parte debole dei Beatles?

Quello dei musicisti è un mondo crudele, una specie di giungla piena di animali feroci che non vedono l’ora di avventarsi sul primo malcapitato.

Le stroncature abbondano, i sostenitori cambiano velocemente schieramento e non c’è pietà per nessuno.

Ringo Starr per molto tempo è stato considerato la parte debole del sound dei Beatles, quello che è finito lì per fortuite coincidenze, senza un vero talento, che non meritava un palcoscenico così importante.

Nulla di più falso.

Il contributo di Ringo al mondo della batteria moderna

Ringo non è un batterista virtuoso, è noto per non fare mai assoli, essenziale sino all’osso, ma estremamente votato alla canzone e straordinariamente moderno.

Quando entra nel mondo della musica (come detto, alla fine degli anni Cinquanta) i batteristi derivano quasi tutti dalla scuola del jazz. Alcuni vi restano, altri si lanciano in un riadattamento del loro stile soprattutto all’interno del rhythm n’ blues.

Quando Ringo approda finalmente nei Beatles propone al contrario uno stile moderno, votato al ritmo ma anche al sostegno melodico, come del resto sono le canzoni del quartetto in quel periodo.

È mancino, ma suona con i pezzi della batteria posizionati da destro, pertanto i suoi fill (abbellimenti di passaggio e variazione tra le parti di una canzone) sono sempre originali e difficili da riprodurre, perlomeno se suonati partendo dalla mano dominante come vorrebbe la tecnica.

Ringo è poi uno dei primi batteristi, e il primo tra le band più influenti, a cambiare l’accordatura delle pelli dei tamburi, alla ricerca di un suono più rotondo e morbido.

Utilizza sordine improvvisate per rendere il suono dei tamburi e della grancassa più definiti; soprattutto, insieme ai tecnici degli studi di Abbey Road, è il primo batterista a sperimentare nuovi modi per microfonare la batteria, inventando sostanzialmente il metodo tutt’ora utilizzato nelle registrazioni.

È in buona sostanza il primo batterista moderno della musica rock. Essenziale, diretto, capace di trovare il suo spazio senza mai togliere attenzione alla canzone, granitico e originale. Per una panoramica sull’evoluzione della batteria di Ringo Starr si presti attenzione a brani come Paperback writerTomorrow never knows (dove la batteria sembra venire fuori direttamente dai Fatboy Slim), o ancora il famigerato groove di Come together.

Se poi vi interessa approfondire ancora vi consiglio questo bellissimo excursus sulla tecnica di Ringo Starr.

Ottant’anni di Ringo Starr

Riassumendo: ha fatto parte della band più popolare del pianeta, ha suonato con i più noti musicisti della scena, ha all’attivo più di venti album, ha partecipato a decine di pellicole, ha passato una vita sui palchi di tutto il mondo.

Molti davano per certo che, con lo scioglimento dei Beatles, Ringo Starr sarebbe stato l’unico che non avrebbe proseguito la carriera e invece, esattamente cinquant’anni dopo, si sta ancora parlando di lui.

Definito da batteristi come Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) e Stewart Copeland (The Police) “il miglior batterista di sempre“, quantomeno nel rock, e comunque fonte di ispirazione di altri insospettabili come Nicko McBrain (Iron Maiden), non ha mai perduto la sua autoironia e, soprattutto, il tuo caratteristico understatement. Riguardo le proprie capacità di compositore è lui stesso a dichiarare: “Andavo sempre da George per aiutarmi a finire la canzone. Non avevo il talento per finire una canzone”.

Insomma, ottant’anni non esattamente in seconda fila.

Buon compleanno Ringo.

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