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Festa del Grazie – 3 film e una serie tv (poco italiani) per celebrare la Festa della Repubblica

di Marco Frongia

Pubblicato il

Oggi, come ogni 2 giugno da dieci anni a questa parte, si celebra la Festa del Grazie.

Immagino già la scena: la famiglia riunita, la tavola imbandita, il profumino di quaglie che fa capolino dal forno – perché, del resto, che Festa del Grazie sarebbe senza le quaglie? – e quella grande e contagiosa allegria che ci permette, come ogni anno, di dire che “si sente l’atmosfera tipica della Festa del Grazie”.

Se non capite di cosa stiamo parlando, probabilmente non avete mai visto la terza stagione di Boris, la serie scritta e diretta da Giacomo Ciarrapico, da Luca Vendruscolo e dal compianto Mattia Torre. Tre stagioni, prodotte tra il 2007 e il 2010, che hanno contribuito ad arricchire il linguaggio di un’intera generazione con riferimenti di ogni tipo.

E la Festa del Grazie è uno di quelli.

Stanis di Boris celebra la Festa del grazie con le immancabili quaglie

Stanis La Rochelle della serie tv Boris celebra la Festa del grazie con le immancabili quaglie (Credits: Fox)

La nostra Festa del Grazie (o Festa della Repubblica, che dir si voglia)

Per evitare di rovinare la visione a chi stesse ancora recuperando Boris su Netflix, non ci dilungheremo sullo spiegare cosa sia la Festa del Grazie e perché si festeggi il 2 giugno. Concentriamoci piuttosto sul celebrarla degnamente.

E come, se non dedicandoci a qualche prodotto italiano che sia… molto poco italiano?

Su una cosa ha ragione Stanis La Rochelle, il vanesio attore de Gli occhi del cuore 2 interpretato da Pietro Sermonti: la provincialità di moltissime produzioni nostrane è innegabile. La necessità di essere “molto italiani” è spesso una zavorra tremenda per la qualità di un prodotto, troppe volte pensato e realizzato con poco coraggio, scarsa voglia di andare oltre i confini nazionali e nessuna intenzione di interessare (se non incidentalmente) un pubblico under 50.

Ma ci sono delle eccezioni. No, non stiamo parlando de I Medici, che sul piano tecnico è un ottimo prodotto ma è stata comunque scritta dagli sceneggiatori del Cucciolone.

Quelli che stiamo per presentarvi sono prodotti che, secondo noi, possono rappresentare al meglio le potenzialità delle produzioni nostrane.

Quelle cioè che riescono a rendere un pregio il loro essere italianissime.

Boris –  Molto italiano (per fortuna)

Come potremmo non cominciare dalla serie che per prima (a memoria) si è alzata in piedi a sbertucciare i difetti delle fiction italiane? Nel 2007, Boris è stata una vera sorpresa, ed è una delle pochissime serie tv del nostro Paese ad aver lasciato un segno così grande a livello culturale.

Il logo della serie Boris, che ci ha introdotto al concetto di Festa del Grazie (o Festa della Repubblica)

(Credits: Fox)

Il recente approdo su Netflix l’ha fatta entrare quasi subito nella top ten delle dieci cose più viste sulla piattaforma. Scoprirla (o riscoprirla) è il modo migliore che possiamo suggerire per celebrare la Festa del Grazie. Perché a noi, la qualità… non “ci ha rotto il cazzo“. Anzi.

Perché Boris è in grado di evidenziare così bene cosa non funziona nelle produzioni “troppo italiane” da farci capire come, spesso, potrebbe bastare poco per fare il salto di qualità. Il problema? Spesso, questo salto di qualità, non lo si vuole fare di proposito.

Il racconto dei racconti – Un fantasy dalla Campania

Il racconto dei racconti, di Matteo Garrone. Per una Festa del Grazie fantasy

(Credits: Rai Cinema)

Qualcuno potrebbe obiettare che il suo cast sia troppo internazionale per considerarlo davvero un film del nostro Paese. Ma se Il racconto dei racconti ha gli occhi rivolti (anche) all’estero, il suo cuore è italianissimo: basato su Lo cunto de li cunti del campano Giambattista Basile, il film di Matteo Garrone è un esempio di come si possano trattare temi cari alla nostra tradizione senza per questo scadere nel provincialismo.

Quello del 2015 è un tentativo riuscito solo in parte, come ci spiegava Lucia Pugliese nel suo articolo, ma vale la pena di vederlo. Anche solo per farsi un’idea di quante potenzialità narrative vengano spesso sacrificate per mancanza di coraggio.

Lo chiamavano Jeeg Robot – Roma, non far la “super” stasera

Lo chiamavano Jeeg Robot - locandina

(Credits: Rai Cinema)

Avremmo potuto citare altre grandi e oscure produzioni fatte di malavita, droga e sangue, come Romanzo criminale, Suburra, Gomorra, ZeroZeroZero o Don Matteo. No, forse Don Matteo no. Ma Lo chiamavano Jeeg robot incarna meglio di tutti il concetto che regge questa serie di consigli che stiamo snocciolando oggi.

Il film di Gabriele Mainetti prende la cosa più americana che ci possa essere (i film di supereroi), la svuota di tutta la patina di epicità di cui in genere è rivestita e la schiaffa in un contesto squallido e rabbioso.

Enzo e Fabio, ovvero Jeeg e Lo zingaro, si comportano rispettivamente come il classico antieroe e il villain à la Joker, e se le loro azioni si svolgessero sullo sfondo di una scintillante New York avremmo avuto soltanto l’ennesimo cinecomic. Ma tutto quello che succede non è ambientato negli Usa: accade a Tor Bella Monaca, allo stadio Olimpico e in una Roma che decisamente non è quella di Audrey Hepburn.

L’italianità più provinciale, unita a idee e qualità tecnica, diventa quindi non più un difetto, ma una spiccata qualità.

Addio, fottuti musi verdi – Farsi pagare, per un grafico, è pura fantascienza

Simone Russo aka Ruzzo Simone nei panni del Tenente Ruzzo Simone in Addio Fottuti Musi Verdi

(Credits: The Jackal/Cattleya)

Quando si parla di potenzialità del cinema italiano, non si può non citare il coraggioso Addio, fottuti musi verdi. L’esordio al cinema targato The Jackal non è del tutto riuscito, va detto: in termini di incassi si parla di circa 700mila euro, e non si può gridare al capolavoro neanche per quanto riguarda il film nel complesso.

Ma l’esordio di Ciro Priello, Fabio Balsamo, Ruzzo Simone e soci merita davvero. Originale, molto piacevole, rappresenta un’ottima prova di regia, fotografia, montaggio ed effetti speciali, e non è poco per gli standard del nostro cinema.

In più, mostra chiaramente quello che ci piacerebbe vedere più spesso in un film del nostro Paese: un linguaggio diverso dal solito, un montaggio in stile Edgar Wright e (non ultimo) un occhio sulla nostra generazione che sia davvero quello di un millennial.

Tutto questo, in Afmv, c’è: la gioia che esplode nella scena in cui Ciro percepisce il suo primo stipendio è una fotografia fedelissima dei trentenni impegnati in un lavoro creativo. Quella che il protagonista riceve è una paga finalmente commisurata alle sue capacità, e soprattutto arriva da qualcuno che riconosce il valore di un buon lavoro grafico. Non a caso stiamo parlando di un film di fantascienza.

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