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Cavoli e buco dell’ozono: istruzioni per l’uso

di Camilla Tuccillo

Pubblicato il

Lo strato di ozono si trova oltre l'atmosfera in cui viviamo. Vista dallo spazio, l'atmosfera appare come un sottile anello intorno la Terra

Terra vista dallo spazio (Credits: Pixabay)

Cavoli amari per il buco dell’ozono. Letteralmente. I cavoli e tutta la loro famiglia (di piante), grazie alla loro attività disinfettante, hanno sostituito nel tempo alcuni pesticidi minacciosi per il buco dell’ozono.

Sì: sono proprio quelle verdure che puzzano quando le cucinate! È il caso di dire però che non tutti i mali vengon per nuocere. Ma procediamo con ordine…

Come nasce il buco dell’ozono

A partire dal 1° gennaio 1989 con il protocollo di Montreal è stato bandito l’utilizzo di molte molecole dannose per l’assottigliamento dello strato di ozono. Questo strato – o ozonosfera – si trova a soli cinquanta chilometri dalla superficie terrestre e svolge un compito fondamentale per la vita sulla Terra. Le molecole di ozono, composte da tre atomi di ossigeno (O3), sono in grado di assorbire le radiazioni Uv provenienti dal sole, tanto potenti da poter danneggiare il Dna di tutti gli esseri viventi.

Fin qui, tutto bene quel che funziona bene: le radiazioni sono per la maggior parte bloccate lassù e non possono raggiungerci.

Purtroppo (o per fortuna) nel 1974 gli scienziati Frank Sherwood Rowland, Mario Molina e Paul Jozef Crutzen hanno scoperto che lo strato di ozono si stava riducendo e ne hanno individuato i colpevoli: i clorofluorocarburi (o Cfc), molecole a base di cloro, fluoro e carbonio. Per questa scoperta nel 1995 riceveranno un premio Nobel per la chimica! Da allora, la lista nera degli Ods (Ozono depleting substances, ovvero “sostanze ozonolesive”) si è allungata e comprende tutte molecole con almeno un atomo di cloro o di bromo. Questi composti hanno una vita media molto lunga e riescono a oltrepassare indenni la troposfera – lo strato di atmosfera in cui viviamo – fino ad arrivare all’ozonosfera. Qui vengono scomposti dalle radiazioni solari e il cloro – o il bromo – viene liberato! Una volta libero, reagisce con l’ozono e lo distrugge.

Molti dei prodotti usati per la difesa delle colture dai patogeni si sono rivelate dannose per il buco dell'ozono

Coltivazioni in serra (Credits: Pexels)

Non finisce qui: dopo aver distrutto una molecola di ozono, il cloro può rigenerarsi e attaccarne un’altra. È stato stimato che un atomo di cloro, da solo, può distruggere fino a diecimila molecole di ozono. Sopra i ghiacci dell’Antartide questo ha provocato un assottigliamento tanto pronunciato da essere chiamato buco dell’ozono.

La questione è parsa a tutti piuttosto delicata e urgente, tanto che il protocollo di Montreal è stato il primo trattato internazionale a essere ratificato da tutti i Paesi del mondo. Tra i prodotti vietati ce n’è uno, il bromuro di metile, particolarmente importante nella difesa delle colture alimentari dai patogeni. La tecnica di cui era protagonista si chiama fumigazione: essendo un gas viene disperso sul terreno dove avvelena funghi, insetti, batteri e nematodi (alias vermi) pericolosi per le piante.

E dopo il 1989? Quando il bromuro non c’è, i vermi ballano? Va innanzitutto detto che la scomparsa del bromuro di metile dalla scena non è stata immediata: ad esempio in Italia (secondo consumatore a livello mondiale) la produzione è stata completamente vietata solo dal 1° gennaio 2005.

Ma che cavolo!

Le brassicaceae, opportunamente lavorate o formulate, vengono usate per la biofumigazione: una tecnica di disinfezione del suolo

Cavolfiore (Credits: Pixabay)

Nel frattempo di soluzioni alternative ne sono state cercate e trovate! Ecco salire sul palco i nostri protagonisti: i cavoli e la loro famiglia, quella delle Brassicaceae. L’odore pungente tipico di queste piante è dovuto ad alcune molecole che contengono zolfo, gli isotiocianati (Itc per gli amici), che hanno anche un’azione disinfettante. Derivano da altre molecole contenenti zolfo, i glucosinolati (se volete essere anche loro amici, Gls andrà bene): nelle piante ci sono degli enzimi, chiamati mirosinasi, che grazie a una molecola d’acqua tagliano i Gls liberando gli Itc. Quando la pianta è sana, Gls e mirosinasi si trovano in cellule diverse e quindi non sono in contatto tra loro. Quando invece viene danneggiata – ad esempio macerata o messa in acqua bollente – le cellule si rompono e… zac! Le mirosinasi, pronte all’attacco, tagliano i Gls. Gli Itc sono stati finalmente liberati!

Queste molecole sono abbastanza volatili da penetrare negli spazi presenti nel terreno. Qui risultano tossiche per alcuni microrganismi del suolo, soprattutto funghi patogeni e nematodi: reagiscono con le loro proteine e ne impediscono le attività vitali. Insomma, dei veri e propri pesticidi vegetali.

E se questi famigerati, oltre che disinfettanti, fossero anche innocui per l’ozono? Pare che sia proprio così: nel corso della loro breve vita non riescono a percorrere i dieci chilometri necessari per raggiungere l’ozonosfera. Ecco che nasce la biofumigazione: una tecnica simile alla fumigazione ma che sfrutta materia organica. Inizialmente, scarti di brassicacee venivano prima macerati e poi interrati in modo da rilasciare nel suolo gli Itc e fare piazza pulita di patogeni. Purtroppo il rilascio si esaurisce dopo 48 ore, quindi il tutto doveva avvenire molto rapidamente.

Di recente sono nate formulazioni secche, pellet o farine, da spargere sul suolo. Funzionano così: in questo caso mirosinasi e Gls non sono separati, ma il taglio non avviene finché non viene data acqua al terreno – ricordate che serve una molecola d’acqua? L’efficacia di questi prodotti contro i patogeni è di circa il 90% e, in più, arricchiscono il suolo di elementi minerali che fanno (quasi) sempre bene.

Più brassicacee per tutti, quindi: oltre che per le colture alimentari funzionano anche contro i patogeni che attaccano gli alberi dei boschi, come querce e castagne.

Insomma: grazie alla progressiva diminuzione di molecole tossiche nell’aria, il buco dell’ozono è in via di guarigione, tanto che quello del 2019 è il più piccolo mai registrato dalla sua scoperta. Non sarà tutto merito loro, ma un piccolo grazie anche ai cavoli forse va detto!

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Tags: ecologia

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