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Dedicato a Guido – Memoria, e quindi esistenza

di Laura Musso

Pubblicato il

27 Gennaio, per non dimenticare

“Guido, Camillo, Italo, Estella: io conosco i vostri nomi. Altri li conosceranno da me. È la sconfitta dell’oblio, della perdita, della morte”.

Aggiunge la voce fuori campo di un bambino:

“Secondo la tradizione ebraica il nome di ogni persona è sacro.
Il tuo nome è il ricordo piantato nel cuore di chi ti ama”.

Il Rapporto Italia 2020 – uscito alcuni giorni fa e curato dall’istituto Eurispes – ha mostrato come nel nostro Paese siano aumentati i negazionisti: se nel 2004 meno del 3% degli italiani affermava di non credere agli stermini di massa avvenuti durante il nazifascismo, oggi questa percentuale ha superato il 15%.

Il tutto mentre i testimoni di quell’orrore stanno scomparendo.

Certo, restano gli studi, che hanno introdotto l’idea di post-memoria, alludendo proprio al fatto che la memoria della Shoah non è ormai mediata esclusivamente dalla testimonianza diretta di chi ha vissuto quegli eventi. La voce del sopravvissuto che educa alla memoria è ora rielaborata in racconti, immagini, mostre, film, ipertesti e altro ancora.

Guido suonava il violino

Come vi abbiamo raccontato, il 26 gennaio allo Spazio Kor di Asti, ha debuttato la nuova opera teatrale dedicata alla Giornata della memoria 2020.

La pièce è nata dalla sinergia di Casa degli alfieri, Archivio teatralità popolare  e Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Asti.

 

Patrizia Camatel ha curato la regia e il testo, interpretato da Elena Formantici. Il lavoro è stato tratto dal racconto ‘Un violino’ di Nicoletta Fasano (uscito qualche giorno fa) a cura di Israt, Archivio teatralità popolare e Casa degli alfieri.

All’improvviso un violino

Naike Bellingeri è una ricercatrice, una donna dinamica, autonoma e decisa, e ha un fidanzato che però vede poco. È impegnata nel suo lavoro, è estremamente razionale e abituata al rigore scientifico. Una sera un corriere le consegna un pacco e la donna poco dopo riceve una strana telefonata dal mittente che le chiede di stimare l’oggetto che troverà all’interno. Un vecchio violino da bambino, uno strumento uscito fuori da chissà quale cantina, dove giaceva abbandonato da anni.

Foto di Piermario Adorno

Naike è infastidita dalla presenza di quel pezzo di legno. Evoca una presenza indefinibile. Quasi come se quello strumento volesse attirare la sua attenzione. O si diverte a perseguitarla? Visioni, voci, suoni. Tutto è evanescente ma è anche reale. Tutto accade in quel luogo tra sonno e veglia dove  si sente sospesa tra sogno e realtà.

Fissa lo sguardo su quel violino. Non osa toccarlo. Emana una forza magnetica, quasi magica. Naike rifiuta questo pensiero. Non è razionale né scientifico.

Eppure  qualcosa di strano stimola la sua curiosità. In Naike prevale la voglia di capire, di indagare e andare a fondo di quella strana faccenda. Sulla sacca che contiene il violino due iniziali (“GF“) e all’interno di essa trova un foglietto. È ingiallito, sbiadito, fatica a leggere le parole scritte. Una di esse è Hannukkah. C’è anche una data: 1942, o forse 1943. Dunque quel violino era un dono. Ma Hannukkah è una festa ebraica. Dunque GF era…? 

Foto di Piermario Adorno

Il violino le rivela una serie di indizi. È come ricomporre un mosaico. Piano piano tutte le tessere si incastrano al loro posto. Riuscirà a risolvere questo mistero simile ad un thriller? 

Il violino protagonista

Il violino che noi vediamo sul palcoscenico che ruba la scena alla protagonista – con la malizia di un consumato attore – non è un oggetto teatrale.

Nicoletta Fasano, autrice del racconto che ha ispirato la pièce, ci ha spiegato che quel violino è un pezzo autentico e originale. Arrivato un giorno presso l’Israt dove lavora.

Nicoletta si descrive come una persona razionale, abituata a lavorare con dati certi, con metodi scientifici. Eppure quando ha visto e toccato quel violino ha provato emozioni contrastanti.  Quasi come se emanasse delle vibrazioni e avesse una propria volontà e vitalità. La studiosa aggiunge che ha sempre e solo scritto saggi storici. Improvvisamente si è ritrovata a scrivere un racconto. L’autrice ha provato dentro di sé la necessità di scrivere quella storia. Seguendo la sua natura di ricercatrice, ha compiuto indagini approfondite su documenti storici ricavandone dati e legami attendibili. 

Perché quel violino chiedeva di avere un’identità e una storia che, purtroppo, non ha un lieto fine. Tuttavia era importante ricostruirla per dare memoria e dunque esistenza.

Foto di Piermario Adorno

Dal testo al palcoscenico

Nicoletta Fasano ha fatto leggere Un violino a Patrizia Camatel, attrice e regista, che ne ha subito compreso le potenzialità per una riduzione teatrale. “Faccio la proposta – ricorda la regista – ed ecco: è accettata, si parte”.

La messa in scena di un racconto è un lavoro complesso e delicato. Comporta giorni e notti insonni al fine di rispettarne l’intento e la natura.

“E così via, di proposta in tentativo, fino ad incontrare le assi del palcoscenico”, aggiunge Patrizia, e conclude: “Così prende forma questa nuova creatura  e, grazie al contributo di molti, dalla carta si trasferisce alla vita”.

Un testo che si sviluppa con un ritmo in crescendo. Luci, ombre, il buio assoluto con improvvisi suoni, rumori e voci. Un’esperienza sensoriale che coinvolge vista e udito. Attraverso la tecnica del flashback e della narrazione al presente si scoprono gli indizi che portano alla soluzione del mistero.

Una recitazione ininterrotta per circa un’ora e mezza, emozionante e coinvolgente. Elena ha dato la voce a Naike ma anche a tutti i personaggi che hanno popolato i sui sogni. Ha dato a essi consistenza, carattere e vita. Ha saputo trasmettere i loro sentimenti. E anche la sensazione di essere lì sul palcoscenico, partecipare e condividere le loro storie. Essi rappresentano il calore e la dolcezza di una famiglia. La gioia e l’ingenuità dell’infanzia. L’esperienza e la saggezza della vecchiaia che cerca di proteggere i più piccoli. Ma anche la cattiveria, la meschinità, l’odio e il tradimento.

Il racconto e l’opera teatrale sono dedicati a Guido Foa, che davvero suonava il violino. Guido aveva otto anni quando, il 22 febbraio del 1944, salì sul treno che lo porterà ad Auschwitz. Lui e la sua famiglia erano fuggiti da Torino dopo aver perso tutto a causa dei bombardamenti. Si erano rifugiati ad Asti, ma la mano della persecuzione razziale li raggiunse anche lì. Guido era il più giovane deportato da Asti. Su quel treno, insieme a lui, c’era anche Primo Levi.

Quando i vagoni si fermarono ad Auschwitz gli uomini validi furono radunati in un gruppo. Nessuno allora riuscì a capire cosa accadde alle donne, ai vecchi e ai bambini.

“la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”. (Primo Levi, Se questo è un uomo)

Da sinistra Patrizia Camatel, Elena Formantici e Nicoletta Fasano

 

 

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