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Un uomo e la sua bicicletta

di Laura Musso

Pubblicato il

GINETTACCIO                                  
La storia di Gino Bartali

Regia di Andrea Ferri
Con Matteo Malfetti

Lo spettacolo andrà in scena a Torino, allo Spazio Parnaso, il 31 gennaio 2020.

“Come può una bicicletta salvare una nazione?”

Da questa domanda parte il testo del monologo scritto da Andrea Ferri e Matteo Malfetti.

Il racconto ripercorre le tappe della vita del grande Gino Bartali. Dalle prime pedalate insieme al fratello fino alla conquista di importanti titoli, non solo nazionali. Momenti di vita che si intrecciano con  le travagliate vicende di quel periodo storico segnato da due conflitti mondiali.

Nel delicato periodo dell’immediato dopoguerra con le sue vittorie riuscì a focalizzare l’attenzione sugli avvenimenti sportivi di cui fu protagonista. Il 15 luglio 1948 Gino Bartali riportò la vittoria di una tappa fondamentale del Tour de France. Il 25 luglio ottenne il titolo di campione del Tour.

Gino Bartali: un campione per caso

Gino Bartali (1914 – 2000) detto Ginettaccio per quel suo carattere un po’ spigoloso, è stato uno dei ciclisti professionisti più stimati e amati.

All’età di undici anni per poter frequentare la scuola media, poiché la più vicina al piccolo paese natale di Ponta a Ema si trovava a Firenze, ebbe la sua prima bicicletta. Così pedalando sulle colline toscane, insieme al fratello minore Giulio, Gino scoprì una forte passione per il ciclismo e cominciò a sviluppare e raffinare le sue doti naturali di corridore. Nel 1931, all’età di 17 anni, vinse la sua prima corsa.

Una leggenda dello sport

Bartali diventò un corridore professionista nel 1935. Vincitore, tra le altre cose, di tre Giri d’Italia tra il 1936 e il 1946. Le sue leggendarie scalate sulle Alpi e sui Pirenei gli valsero il soprannome di Gigante delle Montagne.  

Durante gli anni della guerra

Per accrescere la reputazione del ciclismo italiano all’estero, la Federazione Ciclistica Italiana lo costrinse a gareggiare nel Tour de France del 1938. Una vittoria al Tour avrebbe dimostrato la superiorità del regime e della ‘razza Italiana’.

Bartali vinse il Tour de France, ma non condividendo l’ideologia del regime, non dedicò la vittoria al Duce, come sarebbe stato d’obbligo fare. Risultato: al suo ritorno in Italia, Gino non ricevette gli onori che gli sarebbero spettati.

Il 10 giugno 1940, l’Italia dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Bartali fu richiamato nell’esercito. Ma causa di un’aritmia cardiaca ebbe il ruolo di staffetta. Per tale compito  gli fu permesso di continuare a usare la sua bicicletta. Così riuscì inoltre a continuare ad allenarsi e a gareggiare.

Ciclista…ma non solo

Per quale motivo Ginettaccio è ricordato proprio in occasione della Giornata della memoria 2020? Perché durante la Seconda guerra mondiale non esitò a compiere una serie di rischiose attività in aiuto di ebrei perseguitati. Furono più di ottocento le persone che si salvarono.

Durante l’estate del 1943 la Germania occupò le regioni del nord Italia, inclusa la Toscana.

Il Cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, in segreto aiutava da tempo gli ebrei che avevano cercato rifugio in Italia. Nell’autunno del 1943 Dalla Costa chiese a Bartali  la sua collaborazione. Con la scusa dei suoi lunghi allenamenti in bicicletta, Bartali avrebbe potuto portare nel telaio della sua bicicletta i documenti contraffatti e le foto necessarie a completarli, per fornire una nuova identità ai perseguitati, consentendo loro di espatriare. E inoltre Bartali conosceva benissimo quelle strade.

Un corriere in bicicletta

Usando gli allenamenti alle gare come copertura, Bartali percorse centinaia di chilometri tra Firenze, Lucca, Assisi, Genova e Roma. Tra il 1943 e il 1944 fu infatti ‘corriere’ tra l’arcivescovado di Firenze e il convento francescano di Assisi.

In alcune occasioni con Gino si allenavano i suoi compagni di squadra. Questi però non conoscevano lo scopo segreto dei suoi lunghi percorsi in bicicletta. Talvolta venivano fermati a qualche posto di blocco. Bartali teneva occupate le guardie chiacchierando di ciclismo. Se poi qualcuno accennava a voler controllare la bicicletta con quella sua parlata toscana carica di simpatia, li convinceva a non farlo. Dicendo che le parti erano state assemblate in modo da adattarsi perfettamente alle sue caratteristiche di corridore. Smontare il telaio o i vari meccanismi avrebbe arrecato un grave danno.

Bartali accettò anche di nascondere una famiglia di ebrei che conosceva bene. Giorgio Goldenberg, con sua moglie e suo figlio, vissero nascosti nella cantina di casa Bartali fino alla liberazione di Firenze.

Nel frattempo, però, a causa delle condizioni difficili create dalla guerra, le corse ciclistiche professionistiche erano state cancellate. Di conseguenza, la copertura di Bartali divenne meno credibile. Nel luglio del 1944 Bartali fu interrogato perché sospettato di aver fornito aiuti agli ebrei. Fortunatamente ogni accusa decadde.

Riconoscimenti

Per molti anni, dopo la fine della guerra, Bartali non rivelò ad alcuno il ruolo avuto nel salvataggio di centinaia di persone. Condivise solo pochi dettagli con il figlio Andrea. Solamente dopo la sua morte si venne a conoscenza del suo contributo.

Per le sue imprese Gino Bartali fu insignito nel 2005 con la medaglia d’oro al merito civile dal Presidente della Repubblica. Nel 2013 il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni conferito dallo dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah dello Stato d’Israele. Nel maggio 2019, in occasione della partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme, ha ricevuto la nomina postuma di cittadino onorario della Città santa.

Dedicato a Ginettaccio

“La necessità, la ricerca di un’etica nel professionismo sportivo è tra i temi fondanti di questo testo, il quale allarga il discorso anche al mondo del lavoro in senso lato”, commenta Andrea Ferri, regista di “Ginettaccio”. Il riferimento riguarda anche il mondo del calcio, intorno al quale si mobilità una grandissima fetta di italiani. “Ma qual è la direzione di questo movimento, di quest’aggregazione?”, si chiede ancora Ferri. “Potrebbe, forse, essere più nobile?”

Gino Bartali con le sue vigorose pedalate ha impresso una direzione nuova non solo nello sport. Non ha esitato ad andare contro a tutto ciò che riteneva contrario al vivere civile nella società. E lo spettacolo a lui dedicato vuole rifarsi proprio a questa sua grande forza: “Il ritmo – conclude Andrea Ferri, parlando del monologo interpretato da Matteo Malfetti – è quello di una corsa in bicicletta: alterna tappe veloci e incalzanti a salite più cariche e sentite, fino ad arrivare al folle scatto finale”.

 

 

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