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Low – Double Negative (2018 – SubPop)

di Daniele Gasparini

Pubblicato il

 

(La Bellezza) nel fondo del Male

VOTO: 5/5

 

Dopo tre anni di silenzio e ventiquattro di distanza dal brillante esordio di “I Could Live in Hope” (1994), i Low tornano sulle scene con il loro album più estremo, più intenso, più crudele e messianico, Double Negative.

La band di Duluth, un tempo cavallo di razza della scena slowcore ma dalla quale si è smarcata negli anni, ha abituato tutti a non confermare mai le aspettative; ma questa volta regala qualcosa di davvero fuori dagli schemi, un vero incubo deformato di cinquanta minuti.

Se con Trust (2002) si erano calati nelle atmosfere più cupe, con Drums and Guns (2007) e il penultimo  One and Sixes (2015) avevano spinto l’elettronica nel loro sound così “tradizionalista”,  con C’mon (2011) prima e The Invisible Way (2013) poi erano improvvisamente ritornati ad un sound più acustico, questa volta i Low decidono di fare un passo oltre la linea, e ci regalano uno degli album di certo più coraggiosi e innovativi del rock degli ultimi anni.

Double Negative è un imperdibile pugno nello stomaco, un album senza nessun compromesso, un’opera di coraggiosa decostruzione e distruzione di canzoni meravigliose, delicate e monolitiche come solo i Low sanno fare, ma devastate da un mixaggio intenzionalmente folle e violento.

Tutto il disco sembra come emergere da una parete invalicabile, insonorizzante e deformante, come una coltre di fumo acido attraverso la quale qualcuno sta gridando aiuto; tutti gli elementi dei Low, quantomeno degli ultimi quindici anni, sono presenti in tutta la loro forza, soltanto che sono tritati in una macchina distruttrice, che ce li restituisce decostruiti, da intravedere se non a tratti proprio da immaginare.

L’iniziale Quorum è un perfetto manifesto di quello che sarà il disco; pulsazioni sgranate da un bitcrusher, rumore bianco allo stato puro compresso all’inverosimile aleggia nelle orecchie per una decina di secondi sino all’inizio del brano, ma qui arriva la sorpresa: il brano è sotto a questo delirio acustico, non ha modo di prendersi il suo spazio, la pulsazione è incessante. A malapena affiorano le voci dei coniugi Sparhawk e se ne percepiscono le parole, sopra ad un timido tappeto di tastiera, ma al centro della scena ancora questa violenta pulsazione, forse innescata dall’onnipresente timpano di Mimi, ma nulla qui è decifrabile con sicurezza. All’improvviso arriva una schiarita:

I’m tired of seeing things
You put away the book
What are you waiting for?

Un pianoforte dolorante zoppica insieme alle voci come sempre sublimi di Alan e Mimi, ma sono come sussurri distanti e subito rincorsi dall’assordante pulsazione.

Non dà scampo nemmeno la successiva Dancing And Blood, che inizia con una pulsazione ancora più veloce, più pulita ma altrettanto compressa, che si porta via in una vibrazione tellurica la voce sempre evocativa di Mimi Parker che canta praticamente in assenza di qualsiasi appiglio armonico, sino a quando non arriva la voce di Alan e la sua chitarra, con un arpeggio wave minimale all’estremo, e nulla più.

What could I say?
Taken aback
All that you gave
Wasn’t enough

Il resto è un decadente e vertiginoso crescendo che non può non ricordare dei tamburi di guerra e le sonorità di alcuni lavori dei Death in June.

Se la delicata e rassegnata Fly concede una pausa dal frastuono e si muove su acque piĂą limpide, lo stesso non fa la seguente Tempest, brano meraviglioso e commovente letteralmente devastato da una distorsione e un vocoder senza pietĂ  alcuna; il tutto è a malapena percepibile, ma quello che è nascosto è davvero prezioso, l’orecchio saprĂ  riconoscerlo (“Look away, Away, look away, Even if you won’t”).

All’improvviso uno spiraglio si apre per Always Up con il suo morbido pad di tastiere e il suo testo declamatorio e la successiva, più tesa, Always Trying to Work It Out dove il trio di Duluth ritorna per un attimo alle sue origini e si rende per un attimo accessibile: l’andamento rallentato all’esasperazione non è che il preludio a The Son, the Sun, un ambient di più di tre minuti che rimanda ai primi lavori dei Throbbing Gristle, in cui il testo si riduce a due parole, quelle del titolo, che sembra quasi l’ingrandimento di un frammento del disco.

Questa sorta di drone conduce alla parte conclusiva del disco, che parte dalla straziante Dancing and Fire, culmine “tematico” del disco:

I saw you dancing in the fire it up
Before your breath and barely audible
It’s more let it out than let it go
It’s not the end, it’s just the end of hope

Le chitarre e le voci lontane sembrano provenire da qualche remoto solco del disco, da una stanza in cui noi non siamo; la stasi tormentata della seguenter e Poor Sucker condita da parole in bilico tra gli esperimenti Bowiani di Outside e la disperazione alienata di alcuni lavori di Trent Reznor, mentre la “sporcizia” sonora ritorna in primo piano.

Arriviamo dunque al termine dell’opera con gli ultimi due episodi, l’apocalittica e meravigliosa Rome (Always in the Dark) dove per la prima volta si respira un’aria diversa dalla cupa rassegnazione del resto del lavoro, grazie al solito timpano che, questa volta con un tono epico, guida una coppia di voci filtrate e trattate fino a uno sgraziato intervento di chitarra che stupra l’andamento ondeggiante della canzone.

L’epilogo è infine affidato alla bellissima Disarray, annunciata ancora una volta da una pulsazione distorta, alla quale presto si aggiungono le due sempre magnifiche voci dei coniugi Sparhawk in quella che a tutti gli effetti è una canzone pop; è proprio questo brano il manifesto artistico del disco, l’intenzione più manifesta, che è quella di portare la canzone, attraverso trattamenti a posteriori utilizzati come strumenti creativi, in cui si innestano alla perfezione, nascoste tra le pieghe, accenni della spiritualità religiosa che da sempre fanno capolino nei lavori della band (i cui due leader sono mormoni).

Before it falls into total disarray
You’ll have to learn to live a different way
Too late to look back on apocryphal verse
And to be something beyond kinder than words

I Low riprendono un concetto già esplicitato negli anni ’60 nel momento delle grandi produzioni di The Beatles e The Beach Boys, quello dello studio di registrazione come elemento compositivo, e molto in voga dagli anni ’80 in poi nel variegato mondo del sample, dall’hip hop all’elettronica, e lo riversano senza nessuna pietà su un territorio, quello del rock, che ne è solitamente all’antitesi.

La band di Duluth non ribalta il suo stile compositivo, non stravolge il suo sound, ma affida al momento della post produzione una nuova fare creativa, in questo caso tramite la devastazione ruvida del sound di partenza, l’utilizzo crudele del rumore bianco, del disturbo, dell’imperfezione; elementi in realtà già presenti nel suono dei Low già almeno da Drums and guns, ma di fatto elevati al primo piano, ad essere barriera di separazione dalla canzone, che si trova invece immersa, da ricercare, da estrarre.

Il disturbo, l’errore, lo scarto portato ad emersione e moltiplicato senza pietà per le orecchie dell’ascoltatore, come fosse davvero lui il protagonista di questo splendido lavoro, un po’ come il pezzo di metallo difficilmente identificabile solitario al centro della minimalissima copertina del disco, lavoro che si pone sicuramente tra i migliori della band e certamente di questo 2018 ed ancora più certamente tra i più coraggiosi ed artisticamente ambiziosi degli ultimi anni nel panorama rock.

Nota a margine:

il vero compimento del disco, per i fortunati che hanno presenziato al concerto il 5 ottobre al Teatro Dal Verme di Milano, si è potuto cogliere nell’ascoltare i brani di questo album in quella che probabilmente è la loro forma primigenia dal vivo.

L’esperienza di godere della metamorfosi dei brani ha dato un senso ulteriore a questa impegnativa ma emozionante e profonda opera che è Double Negative.

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