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Tirzah – Devotion (2018 – Domino Recording)

di Daniele Gasparini

Pubblicato il

Scampoli di Devozione

 

VOTO: 4,5/5

 

Solitudine.  La prima parola che viene in mente con l’inizio del disco (Fine Again) è solitudine. Ma non quella condizione esistenziale di solitudine dalla quale non si vede via di uscita. Quella solitudine cercata, desiderata, nella quale ci si raccoglie e di cui ci si può cibare, in cui ci si ritrova e dalla quale ci si separa controvoglia perchè è allo stesso tempo intimità.

Un disco casalingo, ma nel senso di domestico, intimo e protetto, questo Devotion” di Tirzah, potentissimo disco d’esordio preceduto da alcuni EP con la sodale Mica Levi (in arte Micachu) e da collaborazioni nientemeno che con Tricky, dal quale si porta dietro un chiaro approccio Trip-hop, oltre che una grazia vocale innata che a tratti ricorda Martina Topley Bird.

Siamo proprio in una camera da letto, un po’ di fumo, in penombra nel pomeriggio; la voce di Tirzah è essenziale come un messaggio in segreteria, i testi rapidi, diretti ma delicati, come appunti ma centrati come chi, da giorni, pensa a cosa dire alla persona che ha di fronte.

I don’t want
To sound so serious
But you are taking me away from all this, hey
All it takes, all it takes
Is your arms, your smile

Si parla ad un amante, ad un’amica, è un disco di confidenze, di amore dichiarato, disilluso ma per questo sincero ed orgoglioso (la bellissim Gladly, la suadente Fine Again), di confessioni sulla separazione (l’onirica Affection) e di dialoghi segreti che solo due amanti possono capire (Basic Need).

I testi sono accenni, molto è dato per scontato, non si contempla un ascoltatore esterno, nessuna narrazione. A Tirzah non interessano premesse o cornici: vi è solo il messaggio, nudo e comprensibile solo all’interlocutore. Sono pennellate, non hanno pretese allegoriche ma ci calano completamente in un dialogo già iniziato.

Anche i videoclip che accompagnano l’uscita del disco sono delle istantanee, come frammenti estratti da una super 8, sequenze di immagini con una consequenzialità non necessariamente chiara; una serie di suggestioni che non potrebbe accompagnare meglio la logica dell’album.

La danzereccia Holding On è nuda, un paio di sample di batteria accompagnati soltanto da un synth costantemente in bilico, che a tratti oscilla su un tempo incerto, come non ci fosse occasione per ripetere l’esecuzione (o forse l’interesse per farlo); Say When ruota attorno ad un arpeggio di piano, sintetico e fugace, è uno degli apici del disco:

Say you wanna try make me feel better
But I ain’t say what you really mean
Say that you feel estranged
And I go on like nothing’s changed.

La canzone che da titolo all’album Devotion è il punto di snodo del disco, una richiesta di attenzione contenuto in una dichiarazione d’amore obliqua:

I just want your attention
I just want you to listen
I don’t want the solutions
I just want to explain things

Il lavoro si chiude con l’allucinata Reach, introdotta da un sample di batteria ancora una volta nuda e cruda e decadente, ma l’apice del disco è l’ipnotica Affection:

Don’t say you only want Affection
You threw it all away and
It can’t go on
I threw it away with all your Confessions

Un unico frammento di piano si ripete all’infinito senza evolvere mai, in un incedere che ricorda un disco rotto; rumore di fogli di carta mentre Tirzah accenna una melodia a bocca chiusa, è una vetta di intimismo apparentemente improvvisato che ipnotizza, in mezzo ad una leggera pioggia di ritagli di voce, sospiri, armonie spezzate che formano una nube di suoni appena percettibili.

L’esordio di Tirzah è un lavoro minimale ma mai laconico, ogni cosa è al posto giusto e non vi è traccia di incertezza; anche le imperfezioni vengono portate ad evidenza e sfruttate in modo sapientemente narrativo come un’arma espressiva all’indirizzo di chi la sa ascoltare. E a lei sembra non fregare nulla, questo disco è fatto per chi lo vuole ascoltare, come un messaggio nella segreteria telefonica.

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