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Like a Natural Woman – Rivoluzione al femminile

di Daniele Gasparini

Pubblicato il

Giovedì 16 agosto 2018.

Il mondo della musica ricorderà questa data per due motivi, una ricorrenza felice, ovvero le sessanta candeline della signora Veronica Ciccone, in arte Madonna, e per la morte della leggenda della musica Aretha Franklin.

Questi due avvenimenti così opposti hanno una caratteristica comune: hanno come protagoniste due donne, certamente diverse, per certi versi antitetiche, che hanno però mostrato al mondo della musica quanto il maschilismo strisciante (quando non proprio evidente) fosse antiquato e miope, rispettivamente nel proprio ambiente musicale e nella propria epoca.

Lo hanno fatto in modo opposto: Madonna flirtando con il mondo zuccheroso del pop di massa come prima nessuna mai era stata in grado di fare, ma senza mai perderne il controllo e neppure diventandone vittima, Aretha con una reazione frontale, ruvida, con spirito di denuncia e con un’integrità ortodossa (Cosa vi richiama la parola Rispect?).

E proprio pensando a queste due icone della musica (l’aggettivo “femminile” che di solito si accosta loro in questo caso è riduttivo) ho deciso di dedicare questo articolo ad una parzialissima e assolutamente personale carrellata tutta al femminile delle musiciste che hanno lasciato un’impronta nella musica, oltre che naturalmente nella mia passione di musicofilo.

 

Nina Simone:

Pianista di eccellenza, voce inconfondibile, cruda e graffiante oltre qualsiasi canone dei suoi tempi, sopratutto per l’universo femminile, si muove per tutta la sua (notevolmente sofferta) vita e carriera tra jazz, blues, folk e la nascente black-soul.

Notevoli le sue esibizioni live, dove non risparmia una sola goccia della sua esuberante e ruvida personalità, ha regalato una lunga serie di interpretazioni rimaste nella storia della musica. Solo per ricordarne alcune: I Loves You, Porgy; I Put a Spell on You;Nobody’s Fault but Mine; My Baby Just Cares for Me;Plain Gold Ring.

La sua turbolenta esistenza viene ben fotografata in un interessante documentario dal titolo What Happened, Miss Simone? presente su Netflix, che ci mostra una diva, come poche altre possono meritare questo titolo, che porta avanti la propria difficile esistenza attraverso una comunque longeva carriera.

I numerosi estimatori, e spesso molti figliastri artistici, di Nina Simone hanno portato avanti a suon di cover il suo mito (da Nick Cave ai Muse, passando per Lana del Rey per arrivare al natalizio Michael Buble).

 

Patti Smith:

La sarcedotessa del rock inizia la sua parabola artistico-politica (i due termini in questo caso si fondono) nei primi anni settanta nella scena newyorkese del CBGB’s, insieme a Talking Heads, Television, Ramones e Blondie, tanto per citare alcune delle “resident bands” del locale.

L’esordio è una valanga espressiva, Horses (1975), prodotto dal padrino artistico John Cale (Velvet Underground), è una sciabolata di rock dalle tinte sciamaniche, punk e proto-wave, si mescolano a William Burroughs, Jim Morrison, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, da cui scaturisce un lungo rito tribale, febbrile e declamatorio, che darà un’impronta indelebile a tutta la successiva, e altalenante, carriera della Smith, oltre una vera sferzata alla già effervescente scena newyorkese di quegli anni; seguono altri grandi album come “Radio Ethiopia”, “Easter” e “Wave”, sino ai più recenti “The Coral Sea” e “Benga”.

Se esiste un emblema del punk al femminile e dello sdoganamento della donna nel rock di contestazione (rischiando comunque di essere riduttivi), questo è proprio Patti Smith, ideale madrina di una generazione di punk-rocker e riot-girls che periodicamente ripopoleranno le scene nelle decadi a venire.

 

Blondie/ Debbie Harry:

Mentre Patti Smith imperversa al CBGB’s tra sferragliate di chitarre e reading sulle orme della poesia beat, sullo stesso palco la sua nemesi inizia a farsi rapidamente strada, pur tra critici svogliati e pregiudizi: si tratta di Deborah Harry e i “suoi” Blondie. La Harry è bella, sexy e ama la moda, ha uno spiccato senso del Pop e soprattutto è… BIONDA! Tutto questo non può che portarla, come da copione, allo scontro con la sacerdotessa.

Epico è lo scambio di battute tra le due (non importa se sia avvenuto realmente oppure no) in cui la Smith intima alla Harry che “qui non c’è posto per tutte e due!”; la risposta della Harry ne mostra la costante vena sarcastica e pungente: “A New York non c’è posto per tutte e due?”.

I Blondie, una della band americane più sottovalutate e troppo presto dimenticate della storia, si muovono divertiti tra punk, wave, pop, elettronica e dance, districandosi a loro totale agio tra le contaminazioni più disparate: musicisti originali e capaci sorretti dalla personalità misteriosa della loro front-woman e dalle sue infinite maschere. Perennemente graffiante e provocatoria, sottile e contraddittoria, Debbie Harry traghetta la band fino al loro, purtroppo precoce, dissolvimento (fatta eccezione per le varie, differite, parziali reunion) nel 1982, con il pessimo “The Hunter”.

Debbie e i Blondie ci lasciano però per lo meno quattro album davvero notevoli, pieni di intuizioni e con lo sguardo costantemente rivolto al dopo-domani: “Blondie” (1976), “Plastic Letter”(1977), “Parallel Lines”(1978) e “Eat to the Beat”(1979).

 

 

Bjork:

Siamo nel 1977 quando, in Islanda, arriva alla radio quello che diverrà uno dei più inconsueti casi discografici della storia della nazione: una bambina di undici anni che canta canzoni tradizionali e filastrocche per l’infanzia, il suo nome è Bjork.

La stessa bambina, negli anni seguenti, passando attraverso punk, goth, rock, approda prima negli Sugarcubes, che diventano in breve tempo la più famosa band islandese all’estero, per arrivare, nel 1993, alla pubblicazione del suo secondo album solista. Curiosamente si intitola “Debut” nonostante le molteplici esperienze e nonostante non sia neppure il primo.

E’ l’inizio di una incredibile e rivoluzionaria carriera: Bjork parte da una reinvenzione del tecno-pop dei primi anni 90’ passando dal trip-hop, il folk nord europeo, l’elettronica, la musica sinfonica, senza mai realmente approdare a nessun genere specifico. In tre meravigliosi album, il già citato “Debut”, il secondo rivoluzionario “Post”(1995) ed il terzo sontuoso “Homogenic”(1997), raggiunge le vette delle classifiche mondiali, l’amore incondizionato della critica e degli addetti ai lavori, ed anche l’attenzione del mondo del cinema. Storica la sua partecipazione come protagonista al musical di Lars Von Trier “Dancer in the dark”, del quale compone anche la colonna sonora (“Selmasongs”, 2000).

A questo punto arriva “Vespertine”(2001) che segna l’inizio della svolta artistica radicale del folletto irlandese, che la porta, passando per “Medulla”(2004) e “Volta”(2007) ad un percorso di decostruzione armonica e ritmica e ad una ricerca senza limiti sul suono, che ha, al momento, raggiunto l’apice in “Biophilia”(2011) e “Vulnicura”(2015), album per stomaci forti.

Caso più unico che raro di trait d’union tra il mondo mainstream e le istanze più avanguardiste, si può considerare l’angelo custode di una lunga serie di artisti che stanno tutt’oggi rivoluzionando la musica elettronica, da Arca (di cui si può ritenere quasi madrina) a Oneohtrix Point Never, passando per Matmos e Alex Zhang Hungtai.

 

Pj Harvey:

All’anagrafe Polly Jean, sul palco PJ,  vede i propri natali artistici nei primi anni novanta, in piena ondata grunge, sulle ceneri della golden age del pop sintetico; cresciuta nelle campagne del Dorset, da subito propone un sound palesemente ispirato alla maestra Patti Smith, ma al quale aggiunge liriche ambigue, torbide e spesso smaccatamente sensuali (e sessuali). Con l’esordio forsennato di “Dry”(1992) e le crudezze di “Rid of Me”(1993), si impone immediatamente sulla scena per un’ortodossia sonora rabbiosa, una sorta di intransigenza artistica che tenderà, molto gradualmente, a smussare con il successivo e definitivo “To Bring you My Love”(1995). Qui è Nick Cave il riferimento più evidente (di cui diventerà anche compagna nella vita per un periodo) e le tematiche nere il fulcro del lavoro; il seguente “Is this Desire?”(1998), per molti l’apice artistico della cantautrice inglese, vede un’ulteriore virata verso suoni più avvolgenti, ritmiche calde, ma sempre venate di un’inquietudine obliqua che resta tutt’oggi una delle linee caratterizzanti della sua intera opera.

Da questo punto nasce un percorso di riduzione costante, una introversione che si fa estrema nell’altro cardine della sua carriera artistica: “White Chalk”. E’ il 2007 e Polly Jean attraversa una profonda crisi personale che la porta, musicalmente, all’album più intimo e minimale del suo percorso: undici brani quasi interamente suonati con pianoforte e voce, con il crepuscolare intervento dei suoi fidi collaboratori a colorare quasi impercettibilmente le delicate ma soffertissime istantanee della Harvey.

Un parziale ritorno alle origini poi nel successivo “Let England Shake”(2011) e nel  meno compiuto “The Hope Six Demolition Project”(2016), dove la nostra si prodiga adesso in una costruzione musicale più raffinata e elegante; totalmente distanti dagli esordi invece le liriche, imperniate ora sulla denuncia antibellica, antigovernativa e sociale.

Artista estremamente coerente e lontana dalle correnti, PJ Harvey non è più da tempo considerata l’emule di Patti Smith degli esordi, ma ha saputo ritagliare un sound concettualizzato e riconoscibile che ha generato una notevole quantità di discepoli.

 

Come premesso, l’elenco potrebbe essere pressoché infinito, e il fascino della musica sta proprio nel suo magmatico mutare e superare il passato; ma tutta la musica è un legame, un nastro che lega, più o meno consapevolmente, linguaggi, messaggi ed estetiche. Alcune ci colpiscono, altre meno.

E chiunque potrebbe portare avanti questo articolo fino a farlo diventare un elenco sterminato; tanto di donne che cambiano il mondo ne nascono in continuazione..

…Ma ogni tanto qualcuna ci saluta: ciao Aretha.

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