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Ricetta per pensare meglio: disconnessione da social network (e non solo)

di Giovanni Sommavilla

Pubblicato il

Più o meno recenti tribolazioni si sono riversate su alcuni popolari social network e sistemi di messaggistica. Colpiscono in particolare quelle voci dei così detti “manager dei social pentiti” arrivate dal CES di Las Vegas (Consumer Electronic Show), uno dei più blasonati appuntamenti dedicati al tech andato in scena a gennaio 2018. La parola d’ordine? Disconnettersi, tanto online quanto, va doverosamente aggiunto, offline da una generale “socializzazione” totale.

E la ricetta parte da qui: prepararsi alla disconnessione e al ritagliarsi del silenzio, fare cut off, perché è da qui che si concima il terreno per far nascere idee, innovazione e una più generale, benefica consapevolezza sul mondo e sulle cose.

Disconnessione: l’online e i social media

Dal CES, dicevamo, sono partite alcune preoccupazioni condivise sull’arcinoto Facebook: da Robert McNamee, grande investitore agli albori della creatura di Zuckerberg, a Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente di Facebook. Dalla bulimia di conversazioni, chat, parole, chiacchiericcio e dibattiti sulle piattaforme social, gli chef del digitale rispondono a modo loro, con la raccomandazione a tutti di prendersi una bella pausa di riflessione dai social media.

Si tratta dell’ ormai nota dipendenza social, un’overdose di tempo trascorso sulle varie piattaforme digitali. Un cordone ombelicale che si stringe con iniezioni di dopamina a colpi di like, shares, richieste d’amicizia, commenti, fino all’anatema delle fake news.

Social addiction

Nonostante tutto, attenzione: la questione non è una faida tra “NoTech e SiTech”.

Disconnessione: l’offline e l’eccesso di “socializzazione”

Alla social network addiction si parcheggia anche una cosiddetta “dipendenza da socializzazione”.
A casa, a scuola, all’università fino al lavoro – un contesto questo sempre più caratterizzato dall’assenza di pareti e da una sovrastima di pratiche di lavoro in team -, la quotidianità e la prassi culturale ha cotto a puntino abitudini sociali volte al costante contatto, dialogo e conversazione con l’altro.

Iperconnessione quotidiana: dal lavoro, alla scuola, università e privato

Siamo animali sociali, affermava Aristotele, non sopravviviamo senza l’altro. Ma è vero altrettanto che il rischio è, come con tutti gli eccessi, che si inneschino cortocircuiti a catena, una dieta di informazioni, messaggi ed emozioni difficilissimi da digerire se costantemente in interazione con qualcuno.
Manca la calma piatta, quel regalo di silenzio e monologo così prezioso per rielaborare, scardinare e ricomporre i pezzi delle news ascoltate, di un racconto di un familiare, di un pensiero abbozzato mentre si camminava verso l’ufficio.

Ispirarsi coi casi di successo: la disconnessione social degli introversi

Ragionare sugli avvenimenti, farsi creativi, sviluppare un’idea, costruirsi un pensiero critico sulle cose – elemento di cui abbiamo un bisogno enooooooorme, soprattutto sui social media – nell’attuale quotidianità bombardata di conversazioni, è facile come preparare una torta senza strumenti di misurazione, con un figlio appeso ad un braccio, un gatto che si struscia sulla gamba mentre un amico racconta della sua frustrante disoccupazione e la mamma che chiama insistentemente dall’altra stanza. Chi ci riesce comunque alzi la mano…

E per quanto sia doveroso ammettere che non siamo tutti uguali, che categorie di persone cosiddette “estroverse” trovano linfa emotiva, creativa e produttiva principalmente dal contatto e contaminazione sociale con gli altri, non si può dire altrettanto degli “introversi”. Ma la sostanza, tutto sommato, non cambia.
cut off e "disconnessione" anche contemplativa

Ad ascoltare il fiume di TED Talks sul tema dell’introversione, balzano alle orecchie un paio di provocazioni che suonano come “casi d’ispirazione” da mettere nel ricettario di una giornata tipo:

  • che si sia introversi o estroversi, un equilibrio tra iperconnessione sociale e comunicativa (offline oppure online non fa differenza) è il toccasana di quello che lo storico Carlo M. Cipolla chiama “equilibrio psicologico e benessere fisiologico”: dosare nella giornata parole e silenzi, dibattiti di opinioni ed eremitismo per farsi le opinioni, allargare lo sguardo e approfondire l’ascolto;
  • combattere la stigmatizzazione e repulsione alla solitudine, al silenzio, all’osservazione muta: non sono sinonimi di un complotto antisociale, anzi, sono i germi di un processo che può influenzare il modo di vedere, fare e capire le cose, arrivando a soluzioni che il brusio di parole non faceva emergere.
    Cos’hanno in comune Gandhi, Bill Gates, Mark Zuckerberg e Marissa Meyer? Sono leader che hanno avuto l’abitudine di “disconnettersi”, per poi tornare in mezzo agli altri e creare qualcosa di straordinario.

Timer della disconnessione sociale: a piacimento

Si può far parlare la tecnologia dopo un attimo di respiro, di led spento, modalità aereo inserita nello smartphone, perché si possa limare la superficie delle cose, e scoprirsi innovatori della realtà, senza paura di andare a fondo in una tragedia sociale, un pasticciaccio politico, una delusione sportiva.
Una passeggiata in solitudine, una “auto-riunione” in solitaria in ufficio, uno studio matto e disperatissimo in un’aula deserta non ci inseriscono nella lista degli indagati.

Come per tutte le cose, non ti resta che provare questa ricetta per la disconnessione. Hai qualche ingrediente da aggiungere?

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