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Le favelas dei bambini

di Giada Magnani

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img_20161017_155648“Questi bambini bisogna toccarli, accarezzarli, farli giocare, strapazzarli, baciarli. Bisogna far loro sentire che esistono. Il contatto fisico è fondamentale.” Così mi ha detto suor Rosetta appena entrate nel cancello dell’asilo, confidandosi per mezz’ora nella macchina spenta. Lei ha perso il padre quando era piccola e sin dalla fondazione del primo asilo, ha voluto dare a questi bambini tutto ciò che lei non ha ricevuto. Il contatto è la chiave per arrivare a loro. Un contatto che a molti di questi bambini  è mancato, è arrivato violento o in maniera sbagliata.  E io, che in genere sono fisica quanto un palo della luce spento, ho dovuto imparare una nuova affettività.  Tornata in Italia, una delle cose che mi mancano di più sono proprio gli abbracci, i baci, le carezze che ho imparato a dare e ricevere in questo mese. A volte mi spavento di come si impari e disimpari velocemente ciò che ci fa star bene, per il semplice fatto che l’ambiente ci condizioni. Tengo però nel cuore i visi di questi bimbi, ricchi di emozioni luminose, a volte scure, profonde e dure, quasi sempre contrastanti.

img_20161018_084341Davi Bernard parlava soltanto con i bambini, mai con gli adulti. E io, nonostante indossassi una maglia a cuoricini, avessi l’acne e un sorriso gioviale, appartenevo alla categoria col quale non avrebbe comunicato. La prima volta che gli ho accarezzato la testa mi ha guardato come si fa con il primo fiocco di neve nella vita. E quando gli ho appoggiato una mano sulla spalla si è sciolto pian piano. Non mi ha mai parlato, anche se un po’ ci avevo sperato. Ma sono convinta che se fossi rimasta più tempo con lui sarei riuscita a sentire la sua voce. Perchè lui era come un cucciolo da addomesticare, un raro esemplare di cui prendersi cura. Davi Bernard mi ha insegnato che non si può forzare nulla, solo accogliere e aspettare. Se poi il risultato era trovarmelo sulle ginocchia a fissarmi, piuttosto che recitarmi il 5 maggio in portoghese, andava bene lo stesso. Stava lì ad aspettare una carezza sulla testa. Solo accogliere e aspettare, dirgli  col mio corpo “sono qui”. 

Caio, il bambino più anonimo dell’asilo, sarebbe stato evitato persino da Tizio e Sempronio se fossero stati in quelle aule. Se tutti giocavano a palla, lui al massimo avrebbe ricevuto uno spintone. Se tutti correvano a destra, lui rimaneva nel mezzo. E appena iniziava a correre a destra, veniva travolto dalla stessa massa di bambini che stavolta correva a sinistra. Caio aveva come un’aurea opaca che non piaceva ai suoi coetanei. La testa grande quanto una palla da basket, Caio fissava qualsiasi cosa a bocca aperta, con quella caccola gialla che gli colava dal naso. Dal giorno in cui ho preso le sue difese per un bicchiere che gli avevano rubato e nascosto, ha iniziato a girarmi intorno come un satellite incuriosito.  “Sei la mia amica speciale” sembrava dirmi  “ma solo io e te, lascia perdere tutti gli altri energumeni che si divertono a mangiare terra”. Se stavo giocando coi suoi compagni, Caio mi prendeva la mano per trascinarmi a vedere l’ultimo sasso che aveva raccolto. Il sasso più anonimo e inutile del mondo, giuro. E quando lo trascinavo in mezzo agli altri energumeni per giocare, quelli gli tiravano via qualsiasi cosa dalle mani. Oppure era Caio a fissare tutti quanti con l’aria di chi non ha nulla a che spartire con quei giochetti del cavolo. Ma è grazie a Caio che ho riscoperto la mia passione per gli sfigati. Mi ha costretta a rispolverare nei miei ricordi le centinaia di pomeriggi trascorsi con le amiche di mia sorella, tutte più grandi e in gamba di me. Un pomeriggio di anarchia l’ho visto  correre dietro a dei bambini che scorrazzavano in bicicletta. Erano biciclette nuove di zecca, la novità del pomeriggio. Caio sgambettava dietro a quelle ruote, aspettando il proprio turno che non arrivava. Quando finalmente ho intercettato una bicicletta libera e gliel’ho portata, ho temuto che si facesse la pipì addosso dall’emozione. Non l’ha fatto, ma si è bloccato come se il cuore gli avesse fatto un triplo salto mortale. E si è innamorato di me, ne sono sicura, mentre lo spingevo usando i suoi compagni come paletti da slalom. Con lui che con un piede nudo e l’altro con un sandalo di due taglie più grandi, gridava come un gabbiano isterico e stava a gambe aperte come due ali. Con Caio ho imparato a guardarli i bambini, non solo farli divertire. Caio mi ha insegnato che uno sguardo può farti esistere. img_20161018_140610

Nicolly, mi sono accorta solamente l’ultima settimana di non aver fatto amicizia con lei. Nicolly mi ha sempre girato alla lontana, in tutti quei momenti in cui il mio narcisismo veniva sfamato dalle bambine più affettuose.  Un giorno però mi è capitato di incrociare il suo sguardo, iniettato di odio seguito dalla più totale indifferenza. Mi sono quindi avvicinata per chiederle se potevo giocare con lei. Le avrei sorriso, stretto la mano, mi sarei messa a giocare con la sua bambola bionda. Ma mentre mi stavo sedendo, lei mi ha guardata dritta negli occhi. “Nao!”. Oddio, mi aveva appena rifiutata. Stavo per correre in lacrime dalla maestra per dirle che la Nicolly non mi voleva. Ho mandato giù quel mattone e ho sorriso. Nicolly deve aver intravisto l’incurvarsi delle mie labbra, “Nao!”. Blocca quello stupido sorriso stronza, non mi freghi. Ok, calma Giada, inventati qualcosa di più. Ho provato ad allungare la man verso la bambola e sorriderle, lei ha scosso la testa e mi ha voltato le spalle, si è messa a giocare con un’altra bambina. Insomma, indossavo una T-shirt coi cuoricini e poi come poteva dire di no alla volontaria nuova, simpatica e così sorridente? Il mio orgoglio ha ruggito, mi sono gettata su di lei a braccia tese l’ho tirata su da terra, le ho fatto fare un giro su se stessa. Lei mi ha guardato incredula e proprio mentre stava per urlare “Nao”, le ho dato il bacio più lungo della storia sulla guancia e l’ho lasciata lì. Credo che questa tecnica la testerò anche sul prossimo ragazzo che mi disdegnerà. Dopo pranzo, mi sono trovata Nicolly di fianco, che faceva sgambettare la sua bambola sulle mie ginocchia. Le ho intravisto un sorriso ma quando se n’è accorta ha assunto un’aria arrabbiata e ha urlato Nao. Capito.  Se le sorridevo mi allontanava ma se ero impulsiva cedeva a quegli abbracci inaspettati. Tuttavia ogni volta che mi avvicinavo veloce mi guardava con terrore, come se la stessi per picchiare. Io ci ho riflettuto una sera intera su quello sguardo e ho deciso che  le avrei dato mille spaventi per poi baciarla e abbracciarla. L’approccio duro era la chiave, ma volevo rompere quella paura, almeno nei miei confronti. Volevo farle sapere che un contatto può essere anche buono. Quella sua paura è diventata pian piano sempre più piccola, almeno nei miei confronti. E ha continuato a dirmi Nao, ma restava lì ferma a trattenere un sorriso, in attesa che la facessi volare su se stessa. Nikolly è stata l’ultima ad avermi salutata prima che chiudesse l’asilo l’ultimo giorno, mi ha tenuto la mano fino alla fine, fissandomi dritta negli occhi come solo lei sapeva fare.

img-20161103-wa0003Anna Klara la bambina bella, sorridente,  buona e coccolosa. Dal momento in cui ho varcato la soglia, le sue pupille sono diventate a forma di cuore. Col vestito a fiori, le calze con le fragole e le scarpette delle Winx, si è attaccata alla mia coscia come un koala innamorato. E’ stata la mia salvezza durante i primi giorni di assestamento, perché non mi avrebbe mai abbandonata in balia delle mie paranoie mentali. Annaklara usava le mie gambe come limbo, si attaccava alla mia mano per accarezzarsi la faccia e usava la mia schiena come scala per arrivare ai miei capelli e farmi le treccine. Mi ha presentata al suo gruppo di amichette e per un pomeriggio sono diventata loro figlia, cliente del loro negozio di parrucchiera, addetta al loro supermercato e cavallo galoppante per le loro escursioni in giardino. Mi sono dovuta nascondere con i capelli fradici dopo che le avevo viste avvicinarsi con le forbici. Annaklara mi ha dato un sacco di consigli sugli abbinamenti di vestiti e storceva il naso vedendo che la mia t-shirt era sporca di terra e caccole. Ogni volta che mi sedevo a gambe incrociate, me la trovavo sopra ad abbracciarmi e a baciarmi il naso. La cosa è diventata più difficile quando ho iniziato a farmi altri amici.  Lei mi seguiva saltellando e ripetendo “E eu?” E io? Se davo un abbraccio a Felipe, lei me ne chiedeva due in cambio. Se Maria mi saliva su un ginocchio, Annaklara si arrampicava sull’altro  e casualmente scivolava su Maria facendola cadere. Annaklara mi ha ricordato che i bambini chiedono, e questo anche quando crediamo di ricevere, a volte bisogna interpretare una loro richiesta nascosta. Ho imparato che essere grandi significa dare anche quando non ci sentiamo all’altezza della situazione. Dare a tutti quanti allo stesso modo? Davanti a tutti questi bisogni e grovigli di relazioni, in tre settimane non potevo puntare sull’equità. Eh no bella, ti sorrido solo una volta perché anche al tuo amico ho sorriso solo una volta. Ho dovuto impegnarmi a dare a ciascuno quello di cui aveva bisogno, in ogni istante capire cosa chiedeva ciascuno di loro. Imparato questo, la sera mi guardavo indietro e sentivo che ogni minuto avevo ricevuto molto più di quanto avessi dato. Bastava aprirsi a ciascuno di loro, singolarmente. img_20161018_084548

 Mayra mi ha lasciato l’amaro in bocca la prima volta che l’ho vista. Non erano bastati la storia della rana indecisa, il canto dell’astronauta, il ballo del coccodrillo, il momento del disegno, il pranzo condiviso, i salti sul prato per farla sorridere. Guardava sempre in basso, ma non per timidezza. Era come assorta in un problema più grande di lei, una bolla di negatività che le impediva di respirare. Nei giorni successivi l’ho vista pian piano addolcirsi. Chiamandola per nome, accarezzandole la treccia e massaggiandole la pancia Mayra alzava la testa. Mi vedeva oltre quella bolla, riuscivo ad attaccarmi al suo sguardo. C’erano momenti in cui respirava e lasciava quel fardello ad un angolo del cortile, riuscendo a giocare spensierata.  Mayra era una bambina dolce e un’adulta dal cuore sapiente, lo sguardo un po’ vissuto. Però quando era ora di mettersi la cartella in spalla in attesa dei genitori, Mayra tornava a fissare in basso. Come se le sue scarpe fossero troppo pesanti per la sua età.  Come se il pavimento che avrebbe dovuto sostenerla potesse crollare da un momento all’altro. Quando ho chiesto all’assistente sociale il perché di quel pozzo di tristezza, mi ha spiegato che il padre di Mayra era violento. “Una volta è venuto ad una festa in asilo, e anche quella volta ha trovato da litigare con altri genitori, stava arrivando alle mani”. Chissà com’è avere un vulcano in casa da cui difendendersi, ritrarsi per non essere bruciati dalla lava, vedere ogni volta la minaccia di una perdita. Vedere la propria mamma bruciarsi, ogni sera e sentirsi le scintille addosso. Mayra mi ha insegnato che i bambini assorbono tutto. La lava incandescente e i raggi del sole. Che la responsabilità di noi adulti è quella di cercare di proteggere i bambini dal mondo ma anche da noi stessi, a volte. Dalle nostre lave incandescenti, che siano ansie o violenze, qualsiasi.img_20161019_151344

Quello che fai ai bambini conta. E loro non lo dimenticano più

Se te la senti di fare la differenza, prova così http://www.amicidirosetta.org/cosa-puoi-fare-tu/sostieni-un-bambino/, io l’ho fatto. Uno dei quattro asili a breve sarà costretto a chiudere per mancanza di finanziamenti (Il Gilmara Iris, proprio dove ero io). Puoi prenderti cura di uno di questi bambini e loro te ne saranno grati per sempre, sapranno che qualcuno dall’altra parte del mondo li ha a cuore. E’ una grande responsabilità ma una bellissima scommessa.

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