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Reboot e remake: quando la tassonomia è (in)utile

di Luca Morellini

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Reboot e remake: quando la tassonomia è (in)utile.

Siamo all’ingresso di un multisala. Immaginiamo di osservare le locandine esposte. La nostra attenzione cade sul volto di un divo che si mostra quasi per caso, di profilo, senza ostentare nessuna forte presenza. È Sylvester Stallone a fianco di Michael B. Jordan nella locandina di “Creed”. Elegante, minimale, per certi versi potrebbe già ricordarci la famosa locandina del capostipite della serie, se non che se si va al cinema a vedere un film che si intitola “Creed” non ci si dovrebbe aspettare un film che si chiama “Rocky”, indipendentemente dalla forza con cui questo si è imposto nell’immaginario del “film sulla boxe”. È un discorso di aspettative, che è poi l’ambiente in cui si muovono le locandine; ma una volta entrati in sala e proseguendo nella visione, è sempre più chiaro come ci sia un problema di eredità, e come questo “Creed”, da spin-off dichiarato dal titolo, si avvicini più all’ennesimo vero e proprio sequel. Non che in questo ci sia un male, o che siamo gli unici ad esserci accorti che qualcosa del meccanismo stesso dello spin-off si stava inceppando, e che si stava scivolando lentamente nel territorio dei sequel di Rocky. Ci siamo interrogati di recente sulla natura dei nuovi sequel Hollywoodiani in relazione alla memoria dello spettatore contemporaneo. Meglio allora provare a soffermasi sul problema del confine fra le categorie. Come per l’indecisione nella collocazione di un tale spin-off, rinveniamo lo stesso problema nella tipologia del reboot. Accade che, dove ci si aspetta un sequel, ci si ritrova di fatto costretti a rimanere in una zona grigia, indecisa nella categorizzazione reboot/sequel. Se in un sequel la struttura narrativa può rimanere sostanzialmente quella del capitolo precedente con poche variazioni, mai come oggi il meccanismo è posto in evidenza. Se pensiamo a “Star Wars episodio VII: il risveglio della forza” saremo certamente d’accordo nell’affermare che si è palesemente voluto rispettare il canovaccio dell’originale uscito nel ’77. Siamo sicuri che su ogni singolo titolo si possano fare le dovute distinzioni, ma il problema della classificazione è radicale e permeerà anche il 2016. Invito a paragonare queste due foto:

ghostbusters rebootGhostbusters originale

Qui ancora si parla quasi ovunque di reboot, (la produzione esclude il sequel) quando però sembra assolutamente un remake che si diverte a cambiare alcune carte in tavola e a invertirle di senso mantenendo il contesto invariato (e un nome questa cosa ce l’avrebbe, si chiama parodia). Siamo sicuri che la produzione del nuovo “Ghostbusters” sa benissimo dove puntare e quale direzione prendere, ma è altrettanto indubbio che quando il film uscirà nelle sale, la parolina magica per dargli la giusta collocazione sarà ancora reboot e non remake. Noi però vogliamo complicare le cose. Prima fonte: Wikipedia. Secondo la debole ma altrettanto chiara definizione dell’enciclopedia online, il reboot «o riavvio è il termine con cui nell’industria mediatica si indicano prodotti (in genere film ma anche videogiochi) appositamente realizzati per tentare di dare un nuovo slancio a prodotti in calo di popolarità». E quindi «Il reboot prevede un nuovo inizio, con la totale o parziale riscrittura degli eventi avvenuti nella saga originaria»[1]. Questo modo di pensare ci prova solo ulteriormente come i film appena citati possono rientrare nella categoria di reboot e contemporaneamente in quella di spin-off (Creed) e di remake (Ghostbusters). Reboot sembra quindi una terminologia dovuta più al gergo dell’industria per giustificare un rilancio, una categoria operativa, che in parte si sovrappone ma non sostituisce pienamente il termine remake, che pare oggi in calo di popolarità o perlomeno in (falsa) competizione.

«Il remake può essere più o meno fedele all’originale: si può ad esempio cambiare l’ambientazione, qualche personaggio o attualizzare la trama. Tutto ciò a seconda delle esigenze che possono essere diverse da quelle del film originale. Solitamente maggiore è la distanza temporale tra le due pellicole, maggiori sono le differenze»[2].

D’altronde, ciò a cui tende per natura il remake dovrebbe essere la creazione (ideale) di un doppio (come ci insegnano “Psycho” di Gus Van Sant e “Funny Games” di Michael Haneke), mentre il reboot, che vuole coniugare le necessità produttive categorizzandole con una terminologia rinnovata, punta a mettere in luce gli elementi di novità. Differenza labile, fin troppo sottile e di comodo, che ci fa chiarezza solo se collochiamo il reboot nella nostra finestra storica e il remake come iper-categoria che lo comprende e lo ingloba.

È subito chiaro come ci stiamo impantanando in un terreno in cui tutti i termini possono essere ai limiti dell’intercambiabilità. E potremmo complicare ulteriormente la situazione con film come “La Cosa” (2011), prequel de “La Cosa” (1982) di John Carpenter, a sua volta remake de “La cosa da un altro mondo” (1951) e costruito quasi come calco. Fino ad arrivare a veri e propri giochi intellettuali, (il remake di un sequel di un film di cui è stato fatto un primo remake, e che a sua volta era un reboot della serie: vedi Halloween 2 di Rob Zombie).

thething-4 The-Thing-Theatrical-Still

Ha ancora senso continuare a operare in termini di tassonomia? Credendo che la risposta sia no, si deve puntare più alla comprensione delle ragioni sottese al rifacimento, partendo dal concetto di riattualizzazione. È in parte già la natura del blockbuster a portarci su questa strada. Il blockbuster si fa forte di una tensione che vede nel superamento dei propri limiti, nel sensazionale, nell’esaltazione della proprie capacità la possibilità di spostare l’asticella un po’ più in là, cercando contemporaneamente una base solida su cui operare per poter rientrare degli ingenti investimenti che questo comporta.[3] Appare ora ovvio che minimizzare i rischi della produzione significa anche proporre novità a fronte di prodotti altamente riconoscibili dal pubblico. Fare un remake può essere letto come una declinazione di questo imperativo:  «il remake nascerebbe da una paura del nuovo»[4] e dal processo di riattualizzazione tecnologica e culturale in senso ampio (i Ghostbusters sono ora tutte donne).

In definitiva, che si chiami reboot o remake, il termine sta assumendo ormai significati di comodo, intercambiabili, difficilmente opponibili proprio per la natura del prodotto culturale che tentano di descrivere. Pensiamo al fatto che nel videogame, settore che inizia ora ad avere una sua specifica voglia di riproporre titoli del passato con tecnologie più recenti, il remake di solito è, nella confezione del gioco stesso, venduto spesso come remaster. Rimasterizzare, da terminologia tecnica, si sovrappone a riattualizzare, che abbiamo capito essere una delle admiralHood-702x304componenti al centro del processo di remake. Quale miglior esempio se non proprio quello di questi software che si propongono di migliorare il titolo precedente, per l’appunto riattualizzandolo e non facendolo cadere nel veloce oblio della memoria dei videogiocatori.

Senza voler sconfinare troppo nel territorio dell’editoria, con le sue varianti, le sue edizioni (la sua tradizione, in gergo filologico), è però proprio la questione della variante che può più aiutarci. Esattamente come le versioni multiple dei videogame di oggi, e quelle dei primi anni del cinema sonoro in cui i film venivano girati e montati diversamente a seconda del paese e della lingua di destinazione, la chiave per non semplificare troppo e contemporaneamente vivere meglio l’infinita reiterazione è provare a comprendere definitivamente che «con il remake assistiamo alla valorizzazione della sceneggiatura, che diventa l’equivalente di un copione o di una partitura»[5]. Il rifacimento esprime la necessità di reinvestire di senso il classico, la voglia di rileggerlo, di economizzare sulla sua tenuta generazionale, di credere fino in fondo che quel mondo è ancora abitabile, infinitamente espandibile attraverso altri testi che possono timidamente accostarsi, sostituirsi violentemente o convivere con un’eredita che mai come nel cinema mainstream di oggi è celebrata. Se siamo convinti che «l’auctoritas non si costituisce tanto nell’opera stessa, ma è in qualche modo il risultato di un’attestazione esteriore»[6] potremo dire che più rifacimenti si producono, più classici si costituiscono. Contemporaneamente, parlare di riavvio di una serie avrà sempre piùthething un senso legato a quale sua porzione specifica noi decideremo di rivolgerci, mettendo da parte il criterio dell’originalità come proprietà privata e seguendo il luogo – mediale – che più sentiamo e viviamo come casa nostra. Fino alla prossima invasione di confine.

Concludiamo con un doveroso saluto al professor Eco citandolo sull’argomento: «Il vero problema è che ciò che interessa non è tanto la variabilità quanto il fatto che sullo schema si possa variare all’infinito»[7]

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Reboot_(mass_media)

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Remake

[3] Per questi argomenti confronta Roberto Braga, Cos’è un film di successo? Storia, economia e modelli del blockbuster contemporaneo, Archetipo libri, 2012.

[4] Leonardo Quaresima, “Amare i testi due alla volta. il remake cinematografico” in Visioni di altre visioni. Intertestualità e cinema, p. 147

[5] Ibidem, p. 144

[6] Ibidem, p. 157

[7] Umberto Eco, “L’innovazione nel seriale”, in Le nuove forme della serialità televisiva, p. 99.

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