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Donne da Oscar: Jennifer Lawrence in Joy

di Luigi Ercolani

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La scena ce l’hanno in mente un po’ tutti, tra gli appassionati di cinema o i semplici navigatori della rete. Notte degli Oscar, anno domini 2013. La Academy ha deciso premiare, nella categoria femminile principale, la performance dell’allora solo ventiduenne Jennifer Lawrence, che diventa così la seconda più giovane attrice a ricevere l’ambita statuetta, dopo essere stata la seconda più giovane candidata solo due anni prima. La giovane nativa del Kentucky, abito bianco e sguardo trasognato, si dirige verso il palco. Primo scalino, secondo scalino, terzo scalino e –bum!– caduta rovinosa per terra. In mondovisione. Per non avesse presente o non ricordasse, la trovate qui.

 

 

Vi starete certamente chiedendo perché un’introduzione del genere, se l’obiettivo primario di questo articolo è capire il motivo per cui, anche a questo giro, la Academy dovrebbe selezionare Jennifer Lawrence come vincitrice. Presto detto: perché, così come in quella caduta, anche nella protagonista c’è tutta Jennifer Lawrence. Tra poco spieghiamo anche come.

 

 

Joy to the world   

Rapido passo indietro. Partiamo dal film: Joy è la storia reale, trasposta sul grande schermo, di Joy Mangano, paisà di Brooklyn, stato di New York, che dopo essersi laureata in business administration alla Pace University e avere svolto una serie di lavori molto diversi si lancia in una brillante carriera imprenditoriale grazie alla sua prima invenzione, la Miracle Mop, un mocio in grado di non bagnare le mani a chi lo utilizza. Dopo una prima fase di insuccessi, il prodotto di miss Mangano comincia a divenire richiestissimo nel momento in cui convince QVC, l’emittente privata specializzata in televendite che la supporta, a mandare lei stessa in prima persona in onda a pubblicizzare il  prodotto: il suo aspetto acqua e sapone (e non vi è espressione più appropriata di questa), il suo rivolgersi in modo diretto e pulito agli americani della working class come era stata (ed era ancora) lei stessa in quel momento iniziarono a far breccia nel cuore degli spettatori, tanto che arrivò a vendere anche circa 18.000 pezzi in mezz’ora, risultato che nell’era pre-internet potrebbe tranquillamente essere considerato alla stregua di un miracolo.

 

joy-poster_612x380Si è accennato poche righe sopra al fatto che Joy Mangano e Jennifer Lawrence siano due figure simili, ed è verissimo, perché entrambe hanno saputo diventare le beniamine degli Stati Uniti attraverso la spontaneità, l’effervescenza, la famigliarità delle loro figure, e non ci spingeremo a parlare di sincerità solo perché, trattandosi di televisione, il concetto diventerebbe inevitabilmente (e a buon diritto, intendiamoci) un campo minato. Joy e Jen hanno prima toccato e poi conquistato il cuore dell’America da “mamma, giardino e torta di mele” con quel loro modo spontaneo ed entusiasta di porsi. L’interpretazione di Jennifer Lawrence trascende quindi il film stesso: lei stessa è diventata Joy, ne ha acquisito e magnificamente riportato l’essenza, tanto che la differenza tra le infomercial originali e quelle del film è pressoché invisibile. E se questo non appare una motivazione sufficiente basterà evidenziare la difficoltà che presenta l’interpretazione di una persona non solo realmente esistita, ma per giunta viva e una ancora presenza fissa delle televisioni americane anche nell’era del web, segno della forza e del carisma che Joy Mangano continua ad esercitare.  Di certo, non sono elementi secondari da tenere in considerazione.

 

Woman’s world

giphyNon va però trascurata la pellicola nel suo complesso, di cui l’interpretazione di Jennifer Lawrence è una delle singole parti, la somma delle quali, come ci ricorda il vecchio adagio, è ben diversa dall’intero. Ecco quindi che non diventa solo una questione di “chi” o “come” recita, ma di “quali messaggi” veicola l’intero film: le difficoltà dell’essere imprenditori partendo da zero o quasi, tema attuale vista la crisi mondiale che si sta attraversando dal 2008, e sempre caro in un’America che ancora insegue l’utopia della concorrenza perfetta; la forza, la determinazione e la tenacia di una figura femminile, in un mondo come quello imprenditoriale che continua a essere ingiustamente e paurosamente squilibrato a favore degli uomini; il saper distinguere, nei momenti in cui i progetti sembrano fallire, chi sarà disposto a darci una mano da chi approfitterà delle nostre fragilità; il dare libero sfogo alla propria creatività,  alla propria intuizione come avrebbe detto qualcuno, sempre tenendo presente che sono pur sempre l’iniziativa e il rischio a creare i momenti più significativi e i capolavori più importanti, certamente supportate dalle giuste dosi di razionalità e convinzione.

 

Quindi, alla fine di tutto, perché l’Oscar potrebbe finire a Jennifer Lawrence? Perché mai come in Joy ha saputo interpretare una figura tremendamente attuale e dinamica, fino quasi ad assumerne lei stessa l’identità, parlando al mondo del mondo stesso. Sempre con quel modo meravigliosamente dolce ed efficace allo stesso tempo di toccare il cuore degli spettatori.

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