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Laika: l’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini

di Alessandra Modica

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maxresdefault“L’umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione; è come un’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta”, spiegava Pirandello. E proprio questa è la sensazione che si ha nel vedere gli spettacoli di Ascanio Celestini.

Così anche Laika, l’ultimo lavoro dell’attore romano, non delude il pubblico, che ride, sorride, si rattrista, e si sente scavare dentro da storie comuni (forse tanto comuni da essere diventate invisibili?) che, una volta sul palcoscenico, diventano uniche, speciali, in grado di far riflettere e di descrivere la realtà. Una realtà che spesso è cruda, crudele, ironica, come le parole di Celestini, mai scontate, mai politicamente corrette, mai edulcorate.

Nella sua Laika ci sono “vecchi, barboni, negri, prostitute, signore con la testa impicciata”, ci sono un Gesù ubriaco e un Pietro spaesato che potrebbero essere due emarginati qualunque, e c’è la vita vera con le sue incongruenze, le sue difficoltà, le sue brutture e le sue bellezze. La vita che, come preannuncia il titolo, basato sul gioco di parole tra Laika, la prima cagnolina lanciata nello spazio, “la creatura più vicina a dio”, e l’aggettivo laica, oscilla tra il sacro e il profano.

Da un monolocale di periferia, il protagonista osserva (nonostante la cecità) e prende parte a ciò che accade attorno al parcheggio di un supermercato che racchiude in sé il mondo intero. Come descritto nella scheda di presentazione dello spettacolo, quello di Celestini è “un Gesù improbabile che dice di essere stato mandato molte volte nel mondo” e che “si confronta coi propri dubbi e le proprie paure”. Con Cristo c’è Pietro “che passa gran parte del tempo fuori di casa ad operare concretamente nel mondo: fa la spesa, compra pezzi di ricambio per riparare lo scaldabagno, si arrangia a fare piccoli lavori saltuari per guadagnare qualcosa. Questa volta Cristo non si è incarnato per redimere l’umanità, ma solo per osservarla. Però Dio l’ha fatto nascere cieco e gli ha messo accanto uno dei dodici apostoli come sostegno”.

Celestini, accompagnato sul palco da Gianluca Casadei alla fisarmonica e dalla voce fuori campo di Alba Rohrwacher, racconta, narra per 75 minuti, senza sosta. Parla di religione, di solitudine, di diritti negati, coinvolge nel suo discorso Stephen Hawking, Steve Jobs, e la gente del bar. Un fiume in piena che lì per lì non ti lascia il tempo di riflettere, e alla fine mentre applaudi un dubbio ti assale: qual è la morale? Ma la risposta è la chiave dello spettacolo: “la morale ce l’hanno le favole, non le persone”. E questo spettacolo, invece, parla di persone. E di santi. Che, parafrasando il protagonista, non fanno del bene, ma nemmeno del male, quindi un po’ santi lo sono.

Visto al Teatro Puccini – Firenze- il 16 gennaio 2016.

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