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Diverse sfumature di Sherlock

di Luigi Ercolani

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Cumberbatch e Downey, Sherlock&Sherlock

Cumberbatch e Downey, Sherlock&Sherlock

Nel caso non si fosse capito, da un cinque/sei anni a questa parte è scoppiata la Sherlock-mania. Inusuale, anche se parrebbe logico: in fondo, Holmes è una figura letteraria che è entrata a far parte dell’immaginario popolare tanto da diventare sinonimo di persona intelligente o, in modo ironico, di persona che si crede più intelligente degli altri. È poi una curiosa e buffa coincidenza entrambe le caratteristiche siano applicabili al soggetto di Sir Arthur Conan Doyle, nominato baronetto non per la florida produzione di opere legate al 221B di Baker Street ma per i suoi studi in campo scientifico, a cui faceva accompagnare un vivo interesse per l’occultismo e le sedute spiritiche. Ma sto divagando in pieno spirito sherlockiano (nel senso di “far sfoggio delle proprie conoscenze solo per il gusto”).

 

Tutta colpa di Guy?

No, non sono saltato di palo in frasca intromettendomi nella diatriba famigliare (peraltro ormai archiviata) tra Madonna Ciccone e uno dei suoi ex-mariti. È che se possiamo trovare un’origine a questa Sherlock-mania è necessario per forza di cose partire da lui, Guy Ritchie, e da quel suo film di fine 2009, Sherlock Holmes appunto. Senza contare infatti i film tv dei primo lustro del nuovo millennio o pellicole più esotiche come “Sherlock Holmes in Cina”, le ultime trasposizioni di successo si erano avute alla fine degli anni ’80, con due perle su tutte: “Piramide di paura” vedeva protagonisti due giovani Holmes e Watson, mentre la piacevolmente divertente parodia “Senza indizio” ribaltava i ruoli, con che Micheal Caine interpretava uno Sherlock senza alcuna abilità deduttiva specchietto per le allodole per il fido assistente Watson, in realtà mente investigativa della coppia.

Sherlock Holmes è da applausi grazie alle sue tecniche moderne, a un utilizzo con criterio del digitale e dello slow motion per rendere meglio le abilità deduttive e le scene d’azione dell’investigatore, ma soprattutto per la presenza di due super interpreti come Robert Downey Jr. e Jude Law, che al loro background americano hanno saputo aggiungere un pizzico di humor britannico, costruito, certo, ma non dissimile da quello reale. Lo Sherlock Holmes di RDJ ricorda quello degli scritti originali per come viene rappresentato come una figura molto più complicata rispetto a quello che si è abituati a pensare: nella sua produzione letteraria, infatti, dopo una prima fase in cui Doyle ha marcatamente messo in luce la razionalità e il ragionamento logico-deduttivo del personaggio, l’autore ne ha via via forgiato ed evidenziato il carattere in modo più intricato. In un secondo momento emergono quindi l’affetto (quasi mai esplicito, ma percepibile) verso Watson, l’auto-ironia, un certo gusto per la teatralità e persino una sorta di fiducia nel sesto senso. Per dire, nel racconto “L’uomo dal labbro spaccato” de Le avventure di Sherlock Holmes il protagonista asserisce: “Ho visto troppe cose per non sapere che la sensazione di una donna può essere più valida delle conclusioni raggiunte con un ragionamento analitico”. Alla faccia del calcolatore senza emozioni…

 

God save BBC

John Watson (Martin Freeman) e Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch)

John Watson (Martin Freeman) e Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch)

Il resto poi possiamo anche immaginare come possa essere andata: in Inghilterra, dove nonostante tutte le ironie tengono alla propria terra e al patriottismo, devono essersi sentiti offesi, o comunque stimolati, che gli ex- sudditi dell’Impero avessero preso un personaggio puramente britannico come Holmes e ne avessero offerto una loro versione, e ciò deve avere spinto a realizzare la magnifica serie tv della BBC Sherlock. Ricostruzione troppo fantasiosa? Possibile, ma che quest’ultima sia venuta fuori poco dopo l’enorme successo (in termini di critica) del primo Sherlock Holmes appare molto più che una coincidenza.

Ma mentre lo Sherlock di Robert Downey Jr. ricorda nella sua follia eccentrica il Tony Stark della Marvel, e non è un caso, o anche il Gregory House della serie tv omonima, quello interpretato da Benedict Cumberbatch si focalizza specificatamente sull’abilità deduttiva, sull’osservazione e sul suo lato più freddo e razionale, con una serie di personaggi (Watson, Molly Cooper, Lestrade, il fratello Mycroft o lo stesso Moriarty) a cercare  di umanizzarlo, peraltro apparentemente senza frutto. Solo apparentemente appunto, perché diverse volte Sherlock viene meno e mostra un lato umano, o persino affettuoso, anche se a modo suo. L’idea che sembra esserci dietro all’interpretazione della BBC sembra essere del tipo:“Come si comporterebbe Sherlock Holmes se fosse vissuto ai giorni nostri? Come utilizzerebbe le nuove tecnologie, i media, le nuove scoperte scientifiche? Come li utilizzerebbe nelle sue indagini?”. Profondamente differente dal pensiero che viceversa sta dietro Elementary.

 

Cambiare tutto per… cambiare tutto

I puristi, movimento filosofico che non si è mai estinto e i cui membri talvolta sembrerebbero persino paramilitari per la foga dei loro strali, hanno subito storto il naso. C’è da capirli, poverini: in Elementary Sherlock è un ex-tossicodipendente, Watson è una donna, Miss Hudson un trans gender, la casa dove vivono non è il 221B di Baker Street di Londra ma è a New York, ha la sua tartaruga Clyde come animale domestico, Moriarty è Irene Adler e Mycroft è un cuoco combina-guai e non un importante uomo a livello politico con contatti tra le alte sfere (ruolo che spetta al padre Moreland, peraltro dal modo di fare torbido e senza scrupoli). Chi si straccia le vesti per una tale rivoluzione, chi si mette le mani nei capelli, non coglie la domanda a cui Elementary prova a dare una risposta:  “Come sarebbe uno Sherlock Holmes nato ai nostri giorni? In quale contesto sarebbe nato e cresciuto? Con quali tipi di persone avrebbe a che fare? Quali problemi avrebbe e quali pregi?”. In più la serie CBS mette in risalto un fattore che gli altri due franchise non hanno approfondito, ovvero lo straordinario bagaglio culturale di Sherlock e il suo continuo fare esperimento per ampliarlo: apicoltura, botanica, tradizioni tribali, principi scientifici, arte, letteratura, un patrimonio sterminato che in tre stagioni e mezzo il protagonista ha avuto modo di esporre. Johnny Lee Miller offre di Sherlock una versione umana, un investigatore fallace e fallibile, affezionato a pochi e scostante con molti, mentre la Joan Watson non è più la controparte normale (Jude Law) o umanizzante (Martin Freeman), ma è ancora e coscienza del personaggio, che grazie a lei non sbanda e rimane concentrato. Forse non sarà una visione fedele, ma è una visione, e come tale rispettabile.

 

Tutti i recenti Sherlock Holmes. Da sinistra: benedict cumberbatch (Sherlock - BBC), Jonny Lee Miller (Elementary - CBS), Robert Downey Jr (Sherlock Holmes - Guy Ritchie), Ian McKellen (Mr Holmes)

Tutti i recenti Sherlock Holmes. Da sinistra: benedict cumberbatch (Sherlock – BBC), Jonny Lee Miller (Elementary – CBS), Robert Downey Jr (Sherlock Holmes – Guy Ritchie), Ian McKellen (Mr Holmes)

Holmes e i suoi fratelli

Detto che non voglio tediare i lettori con una ennesima analisi di Mr.Holmes, meravigliosamente sintetizzato dall’adorabile Paola Cecchini, possiamo quindi concludere che la figura di Sherlock Holmes è preponderante nella cultura moderna. Esagerazione? Mica tanto. Dall’investigatore londinese ha preso vita una lunga serie di personaggi. I più noti sono conosciuti in lungo e in largo: dottor House, la cui prima paziente fa Adler di cognome, che ha un amico di nome James Wilson e che trova un nemico in Jim Moriarty; Patrick Jane di The Mentalist, le cui puntate fino alla sesta stagione avevano rimandi al colore rosso nei titoli e il cui nemico, John il Rosso, è un serial killer che ha costruito attorno a sé una rete di criminali comparabile a quella di Moriarty; Shawn Spencer di Psych; Shinichi Kudo/Conan Edogawa di Detective Conan; il frate Guglielmo da Baskerville de Il Nome della Rosa; e per certi versi Dylan Dog, anche se differisce per il tipo di casi che deve risolvere (legati al sovrannaturale).

Insomma, un bel fiorire di interpretazioni, per un solo originale che il suo creatore sperava si sarebbe ritagliato uno spazio tra le creature letterarie più grandi. Beh, dovunque si trovi in questo momento il buon Sir Arthur, possiamo tranquillamente dire il risultato è andato ben oltre le attese. Sherlock Holmes non è più solo una figura fittizia, ma è assurto proprio al rango di mito. Solo i miti, infatti, possono essere raccontati con così tante sfumature, tutte diverse tra loro.        

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