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Mischiamo le carte: il progetto Cuntala

di Marco Ferri

Pubblicato il

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Intervista a Barbara Imbergamo sul suo nuovo progetto contro gli stereotipi

Già dai primi anni di vita, gli individui acquisiscono modi di sentire, interagire e osservare, oltre che regole di comportamento e ruoli specifici da interpretare, a seconda dell’appartenenza sessuale.

Sappiamo tutti di essere individui unici, tuttavia tendiamo a vedere gli altri quali rappresentanti di gruppi e purtroppo questa capacità naturale e utile di individuare schemi di somiglianza ha delle conseguenze sgradevoli.

Sin dalla primissima infanzia è infatti evidente nei/nelle bambini/e il risultato delle attese e delle influenze, credenze culturali che comportano in loro un adeguamento ai ruoli socialmente determinati.

In questo senso è importante sottolineare la necessità di un intervento che renda bambini e bambine consapevoli sin da subito dei condizionamenti sociali che ancora pesano sulla loro formazione individuale, per favorire un processo di crescita e di acquisizione dell’identità di genere meno rigido.

L’introduzione del concetto di genere ha avuto il primo e impagabile merito di aver disvelato come le differenze e le disuguaglianze esistenti tra uomini e donne, a scapito di queste ultime, non si radichino nel loro sesso biologico, ma siano il complesso risultato di una costruzione sociale, che passa attraverso i processi di socializzazione e di organizzazione sociale. In generale, con il termine socializzazione si intende un processo sociale mediante il quale un individuo forma la propria personalità entrando a contatto con la società; la questione centrale, evocata dal concetto di socializzazione, è dunque il rapporto individuo-società, che ha come frutto l’identità.

E’ allora possibile creare un futuro senza stereotipi, a partire dalla socializzazione dei bambini e delle bambine?

Si è cercato di capirne di più intervistando Barbara Imbergamo, con un dottorato in storia contemporanea, una figlia femmina e un figlio maschio, da sempre attenta ai temi di genere e della multiculturalità e creatrice di un nuovo progetto per cercare di uscire dalle categorie, che prende il nome di Cuntala.

Si tratta infatti di giochi cooperativi divertenti e creativi che puntano a superare le divisioni tra nazionalità, a mettere in discussione gli stereotipi di genere e a dare spazio alle diverse tipologie familiari e preferenze sessuali che popolano il nostro mondo.

Cuntala, che significa “raccontala”, realizza giochi creativi per inventare storie divertenti, colorate ed originali, insegnando in modo semplice e immediato il multiculturalismo e le pari opportunità, contrastando il razzismo, gli stereotipi e i pregiudizi di genere.

Tra i personaggi proposti non si troveranno principi e principesse come nei classici giochi, ma bambine e bambini differenti per aspetto e colori, donne e uomini che svolgono i più disparati mestieri (sindache e sindaci, esploratrici ed esploratori, ecc.), coppie omosessuali, famiglie multiculturali, e tanto altro.

Come mostrato sul sito http://cuntala.com/wp/ , sono per ora tre i giochi a disposizione:

1) Le “Cuntaline”, ossia 44 carte con personaggi allegri, oggetti, caratteristiche e azioni per inventare storie fuori dagli stereotipi a partire da questi personaggi, in modo da poter immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Ognuno può decidere quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia. I verbi sono coniugati per tempo e persona come se fossero pezzi di storie vere, ma è possibile cambiare tempo e persona a piacere.

2) Vi è poi “Due”, un gioco creativo da montare insieme ai genitori per realizzare 25 calamite ambientate in una cucina e in un cantiere stradale.

Si rivolge sia alle bambine che ai bambini, dando loro l’opportunità di maneggiare personaggi e oggetti che non sempre si offrono ad entrambi.

Dentro il pacchetto si trovano due cartoncini illustrati da ritagliare, una striscia di calamita adesiva da ritagliare e da attaccare al cartoncino per completare i magneti. Poi con 25 magneti si gioca e si inventa.

3) Ultimo arrivato tra i Cuntala è infine “Terra chiama Mamma”, un libro-gioco, scritto e illustrato da Ilaria Gradassi nella forma del calendario dell’avvento, per vivere il Natale fuori da cornici stereotipate. Protagonista di questa avventura una moderna astronauta che viaggia nello spazio e che cerca di tornare in tempo per festeggiare Natale con i suoi figli. Nel suo lungo viaggio verso la Terra, non senza nostalgia per la sua famiglia, farà straordinarie esperienze e tesserà amicizie con insoliti, poetici personaggi.

Proporre ai bambini e alle bambine giocattoli, libri e cartoni animati “anti-stereotipi” può essere una delle strade giuste per cambiare l’attuale cultura di genere e dunque l’intento dell’intervista effettuata a Barbara Imbergamo è stato quello di comprendere a fondo gli obiettivi e le possibilità del suo progetto.

 

Quando e come sono nati i Cuntala?

“Sono nati durante la primavera/estate 2013. Desideravo creare un oggetto, qualcosa che si potesse “toccare”, qualcosa di manuale, non solo inerente a lavori di ricerca”.

Giocando anche con i miei figli mi è venuto in mente che potevo inventare un gioco per loro e questo gioco ha preso la forma delle carte durante un viaggio in macchina, quando appunto tentavo di intrattenerli e gli ho proposto di inventare delle storie. Inizialmente stavo per disegnare una fata ma poi mi sono detta “perché proprio una fata?”, così ho disegnato una sindaca. Dopodiché tornando a casa ho deciso che potevo provare a strutturare un progetto su questa idea.

Nasce quindi un po’ dal tempo libero, un po’ dalla vita di famiglia e un po’ è ovviamente frutto di tutti gli studi precedenti che avevo fatto sul tema delle costruzioni sociali.

A chi si rivolgono e che obiettivi si pongono?

Si rivolgono a bambine e bambini delle scuole elementari e ultime della materna fino alle scuole medie, quindi principalmente dai 5 agli 11 anni.

L’obiettivo più  esplicito è quello di offrire delle immagini non stereotipate, cosa normalmente non presente nei vari giochi in distribuzione. Ci sono dei libri che offrono questa possibilità ai bambini, attente negli ultimi anni a questo tema degli stereotipi per cui attraverso i libri vengono presentati dei modelli un po’ diversi. Non mi pareva di aver ancora visto questa cosa nei giochi per cui offrirgliene alcuni da utilizzare non necessariamente per motivi didattici ma semplicemente per divertirsi, vedendo e familiarizzando allo stesso tempo con immagini di donne e di uomini in comportamenti non consueti. L’obiettivo è dunque di offrire modelli di differenza mentre ci si diverte.

Che cosa significa, per lei, il termine “genere”?

E’ una categoria di analisi che ci permette di riflettere sulle differenze tra le persone ma non la considero come un termine che identifica solo uomini o donne, è un termine che da quando è stato introdotto negli studi serve proprio per riflettere sulle costruzioni culturali che accompagnano la cultura di ciascuno di noi.

Che cosa rappresentano, per lei, la mascolinità e la femminilità? Come andrebbero riconsiderate?

Sono due termini che uso molto poco perché secondo me rimandano a delle immagini molto stereotipate: se uno pensa a femminilità pensa ad atteggiamenti molto conformi a un modello di donna che deve essere affascinante, gentile, che ha cura del prossimo. All’opposto la mascolinità.

I due termini a mio parere rimandano a due modelli un po’ troppo rigidi e impacchettati che preferisco dunque non usare nel tentativo di dare più possibilità di disegnarseli ad ognuno come gli pare. Non mi sono mai definita in base ad un riferimento di femminilità.

Bisognerebbe cambiargli il nome prima di tutto, perché temo sia difficile dargli una riconoscibilità diversa: se diciamo femminilità a quello ci rimanda. Nella mia vita non sento l’esigenza di parlare di femminilità o mascolinità ma di individui che fanno certe cose e che si costruiscono una loro identità che esula da una classificazione statica come quella tra mascolino e femminino.

Nella società, a suo avviso, esistono giochi “da maschi” e “giochi da femmine”? Può farmi qualche esempio?

Sì direi che sono quasi tutti differenziati in questo modo: i giochi da femmina sono quasi tutti rosa, scintillanti; ai maschi sono destinati giochi di azione, di guerra e anche molti giochi sportivi.

Direi che è molto forte questa divisione in due generi. Sono rari i giocattoli che possono essere considerati “per tutti”, lo possono essere i giochi da tavolo ma anche su quelli vedo che si fa un po’ di differenza.

Credo che nel tempo le cose siano addirittura peggiorate da quando sono piccola io ad esempio. Ho l’impressione che ad esempio il colore rosa sia molto più utilizzato per le merci destinate alle  bambine.

Crede che la società italiana sia ancora molto maschilista e patriarcale? Perché?

Direi di sì, perché semplicemente i numeri dei ruoli dirigenziali occupati dalle donne è ancora molto basso, anche se ovviamente ci sono stati tanti cambiamenti anche dal punto di vista dell’accettazioni di diversi orientamenti sessuali. Rispetto a quando ero piccola il tema dell’omosessualità è cambiato. Dal punto di vista delle donne, a livello di ruoli nella società, penso però che ci sia ancora della strada da fare.

Che cosa vuol dire, per lei, promuovere pari opportunità?

Lasciare aperte tutte le possibilità, lasciare che ciascuno possa avere le stesse opportunità e darsi l’identità che preferisce o avere la stessa possibilità di ottenere un ruolo.

 Oltre a proporre ai bambini e alle bambine giocattoli, libri e cartoni animati “anti-stereotipi”, come si può cambiare l’attuale cultura di genere?

Bisognerebbe davvero che ci fosse un’attenzione da parte degli istituti scolastici su questo tema e che ci fosse diffusamente un’attenzione che non arrivi solo ad alcuni bambini di alcune famiglie. Occorre che sia un’opportunità diffusa anche per chi normalmente non ne verrebbe a contatto per cui direi che ci vorrebbe una forte mobilitazione della scuola cosa che, per il momento, non mi pare  per niente all’ordine del giorno.

 

Per cambiare la cultura di genere attuale, sarebbe dunque necessario offrire ai bambini delle immagini non stereotipate e dicotomiche, non consuete. Occorre porsi come obiettivo quello di non censurare alcuna realtà ma lasciare ai bambini la possibilità di scegliere tra una pluralità di rappresentazioni e modelli.

Sensibilizzare le famiglie, anche attraverso una diversa presentazione dei giocattoli nei cataloghi  può essere un buon modo per proseguire verso una maggiore consapevolezza degli stereotipi che ci attorniano. Ciò non può ovviamente avvenire se non è presente una comunione di intenti, tra singole famiglie, istituzioni  e media in generale.

E’ importante crescere sin da subito senza il retaggio culturale delle disuguaglianze di genere e vivere in un ambiente dove si è semplicemente una persona. Sarebbe quindi fondamentale compiere questo percorso anche partendo dalle scuole dell’ infanzia ed eventualmente già dagli asili nido.

Un percorso volto alla decostruzione e al superamento degli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini.

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