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Il colore rosso – Storia dell’epopea Marvel

di Luigi Ercolani

Pubblicato il

downloadIn principio furono i Fantastici Quattro, e i Fantastici Quattro erano idea di Stan Lee, e Stan Lee era stato un assistente nel settore pulp della Timely ed era diventato autore grazie a Martin Goodman. Perdonerete l’introduzione volontariamente ispirata al Vangelo di Giovanni, ma ci è sembrato il modo più gradevole e inconsueto per iniziare il nostro excursus sulla storia e le vicissitudini della Casa delle Idee. Serviva un inizio epico e abbiamo scelto quello che ci sembrava più epico di tutti, anche se conveniamo che Stan Lee e tutto il mondo che hanno lanciato lui e i suoi successori è tutto fuorché messianico. Anzi, addirittura non c’è editore che guarda all’Umano più della Marvel, e questo in fondo spiega anche il successo trasversale che da cinquant’anni essa riscuote.

 

La Marvel prima della Marvel

Abbiamo scritto che in principio furono i Fantastici Quattro. Vero, anche se solo in parte. Allora specifichiamo: il principio dell’universo Marvel furono il magico quartetto, ma in realtà già qualcosa si era mosso prima. Più precisamente, il primo fumetto con la dicitura “Marvel Comics” fu quello dell’ottobre del ’39 e vide la prima apparizione della Torcia Umana originale, l’androide Jim Hammond. Seguirono poi Namor, il Sub – Mariner sovrano di Atlantide e poi Captain America, creato come figura propagandistica nel marzo del ’41, cioè poco prima che i giapponesi lanciassero le proprie bombe su Pearl Harbor, dando così il via all’entrata in guerra degli U.S.A. Ma comunque all’epoca la casa editrice si chiamava ancora Timely, e si occupava anche di altri generi come ad esempio il western. Il seme però fu gettato allorché Martin Goodman, il proprietario, assunse un parente di sua moglie come assistente di ufficio. Quel ragazzo si chiamava Stanley Lieber, e vent’anni dopo sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo con il nome d’arte “Stan Lee”.

Dopo la guerra, la Timely divenne Atlas, e cominciò a produrre fumetti di tutti i generi, dall’horror al giallo fino allo spionaggio e persino al biblico. Il tentativo di riportare in vita gli eroi popolari dell’ante – guerra fu un buco nell’acqua, e mentre la DC lanciava la sua Justice League Stan Lee era sempre più insoddisfatto e meditava di lasciare il suo incarico. Lo convinse lo stesso Goodman a restare, spingendolo anzi a creare un gruppo di eroi che potesse eguagliare i risultati della JLA. Così, quasi per fortuna, nacquero i Fantastici Quattro.

 

“Si – può – fare!”

Il primo mattone di quello che sarebbe diventato il Marvel Universe vede la luce nel novembre del 1961. Con alcune peculiarità: anzitutto, prima di essere eroi sono esploratori. Non hanno nemmeno costumi, anche perché sarebbe un richiamo troppo evidente alla DC con cui la Marvel condivide il canale di distribuzione. Al massimo arriveranno, dopo un paio di numeri, le semplici tute blu con il numero “4”. Poi, la loro composizione ha un modello famigliare. L’origine la conosciamo: l’improvvido Reed Richards spinge la sua fidanzata Susan, il fratello di lei Johnny a seguirlo in un pericoloso viaggio nello spazio (tema d’attualità al tempo, visto che c’era la corsa alle stelle cominciata dai russi solo sette mesi prima con il volo di Gagarin attorno all’orbita terrestre). A guidare il razzo Ben Grimm, il quale fin dall’inizio non è convinto e si persuade solo quando Susan lo punzecchia, facendo leva sulla codardia (sì, anche lei non è il massimo della lungimiranza, ma in qualche modo doveva pur iniziare no?). Proprio la ritrosia di Grimm diventa uno dei punti focali della storia: da lì, con il suo amico trasformato in un mostruoso essere di roccia, Reed sentirà sempre un certo senso di colpa dei confronti del sodale, il quale aveva avvertito dei rischi legati all’esplorazione. Inoltre, grazie all’aberrante aspetto di uno dei protagonisti, Stan Lee può insinuare nel lettore l’idea che i superpoteri possono accentuare le difficoltà dell’uomo comune, non solo appianarle. E dove la potente DC vedeva supersoluzioni, la nascente Marvel (finalmente con questo nome) vede superproblemi. È ufficialmente l’inizio della Silver Age del fumetto, e la nuova venuta può lanciarsi agguerrita nella mischia.

download (1)Chiaramente, rispetto alla Distinta Concorrenza il lavoro è facilitato, dato che può creare ex novo mentre quest’ultima ha già due decenni di continuity di cui tener conto. L’ambientazione, dopo l’iniziale immaginaria Central City, viene stabilita a New York, seguendo sempre il concetto di verosimiglianza. Sarà un boom. Nel giro di tre anni debuttano Hulk, Thor, Spider – Man, Ant – Man (1962), Iron Man, Doctor Strange, gli X – Men (1963), Daredevil, Black Widow, Scarlet Witch e Quicksilver (1964). In più, tornano anche Namor e Captain America, il quale dopo il sonno di bellezza tra i ghiacci Oceano Atlantico viene per caso recuperato dai Vendicatori e ne diviene ben presto uno de gli uomini cardine. Il mondo Marvel è lanciato, e Stan Lee potrebbe essere, dieci anni prima dell’uscita del film, il testimonial perfetto del famoso urlo di Frederick Frankenstein che dà il titolo a questo paragrafo. Ora “The Man” (uno dei suoi soprannomi) può dire di essere sulla cresta dell’onda: con metodi innovativi si occupa ogni mese di numero impressionante di testate e storie, e pazienza se la sua memoria non perfetta ogni tanto provoca qualche imprecisione nello sviluppo delle storie. La sua posizione diventa talmente forte che, nel 1972, il braccio di ferro tra lui e Martin Goodman vede quest’ultimo costretto a fare le valigie, seguito dopo non molto tempo dal non brillante rampollo Chip.

 

L’impero del Sorriso

Ormai il marchio Marvel è una garanzia, nonostante non abbia che poco più di dieci anni di vita. In breve tempo raggiunge e sorpassa nelle classifiche di la rivale DC, che non riesce a tenere il passo. I segreti del successo sono semplici. I già citati “supereroi con superproblemi” (da intendersi tanto come vita quotidiana quanto come sensi di colpa da gestire) che mettono al centro l’uomo e quindi coinvolgono più intimamente il lettore. E poi l’altro fondamentale caposaldo di mischiare i generi: l’avventura, certo, ma anche il giallo, lo spionistico, l’horror, l’epico, e volendo anche il rosa (si pensi al matrimonio di Reed Richards con Susan Storm, e successivamente la storia d’amore tra Black Widow e Daredevil che ancora oggi ogni tanto viene evocata). Ecco, se vogliamo trovare una chiave di volta è proprio questa: la Marvel per cinquant’anni ha saputo parlare ai lettori di loro stessi e dei loro gusti. Ha soddisfatto qualsiasi possibile esigenza, ha download (2)esplorato qualunque campo fosse necessario. Per questo, al di là di tutto, non ha mai avuto bisogno di resettare la sua continuity per aggiornare i temi e attrarre nuovo pubblico. La Casa delle Idee ha infatti ha viceversa espanso il proprio multiverso fino all’inverosimile per avere sempre un jolly da giocarsi. Negli anni ’80, quando a fare da battistrada erano i film come Rambo o Terminator, cavalcò l’onda con eroi dalla dubbia morale (e dai metodi… radicali) come Daredevil e il Punitore, e parlò al popolo del Watergate facendo togliere a Cap l’amata divisa a stelle e strisce. A fine millennio, con la tecnologia personalizzata sempre più in ascesa, lanciò la linea 2099, e poi creò l’universo Ultimate sostanzialmente per permettere ai nuovi collezionisti di non spaventarsi di fronte ad anni di continuity pregressa, oltre che per rendere ancora più realistico il proprio multi versi. La Casa delle Idee non ha mai avuto bisogno di aggiornare il suo panorama ai gusti del pubblico, perché questo era talmente vasto che bastava semplicemente scegliere di volta in volta un personaggio che fosse rappresentativo del tema del momento. Il tutto tenendo quasi sempre un tono impegnato ma complessivamente leggero (ça va sans dire, dipende da caso a caso). Questo forse non ha aiutato a guadagnare nei consensi della critica (i premi Eisner ottenuti sono pochini, rispetto anche alla DC stessa) ma di sicuro in quelli dei lettori sì, specie di coloro che cercano nei fumetti una distrazione dalla realtà, che sa essere pesante ben più di un pugno di Hulk o di un fulmine lanciato da Thor.

Alle volte si è sbagliato, certo, o si sono fatte determinate scelte per urgenze di bilancio, ma quando si tratta di aziende è un dato che va naturalmente messo in conto. E pazienza se in bacheca resta relativamente poco: quello che conta, per la Marvel, è sempre stato dare al pubblico qualcosa con cui alleggerirsi il cuore. E quello che conta per il pubblico, è sempre e solo il greater good della Marvel.

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