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“Giorni Perduti”: due chiacchiere con Cloud

di Ilaria Virgili

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Sono scollegata dal mondo del rap. È una cosa che fatico ad accettare, perché quando ho il tempo di concentrarmi su me stessa, riconosco distintamente l’ambizione di essere sempre informata, aggiornata, attenta, pronta. Questo ambito mi manca. cloud

Con questa premessa mi accosto all’ascolto di “Giorni Perduti”, il disco di Cloud.

Cloud scrive e canta rime da più di dieci anni, ma solo nell’agosto dello scorso anno è riuscito a portare a termine la non ordinaria impresa di mettere insieme e pubblicare un disco. “Giorni Perduti”, appunto. «”Giorni Perduti” è anche il titolo di un film che racconta la storia di uno scrittore alcolista il quale per colpa della sua dipendenza non riesce a portare avanti la carriera da scrittore» afferma lo stesso Cloud nel presentare il suo disco. «Alla fine decide di combattere la sua dipendenza, arrivando a scrivere un romanzo che racconta la sua storia». Cloud non ha un episodio di dipendenza alle spalle, ma riconosce un’analogia con la vicenda di Don Birman in questo senso: «i giorni perduti rappresentano tutto il tempo che ho speso per risolvere determinate situazioni: tempo perso e di conseguenza non utilizzato per la mia più grande passione».
La musica, si intende. L’ascolto del disco, infatti, evidenzia un peso importante dei contenuti, di carattere estremamente personale. Cloud individua nella scrittura e nel racconto di sé il mezzo privilegiato per comunicare: «Il disco è molto intimo: racconta di un periodo molto difficile della mia vita, ma anche di come ho saputo far fronte agli ostacoli seminati lungo il mio cammino».
Alla luce di questo, gli va riconosciuta una non trascurabile dose di coraggio, cosa che riesce particolarmente facile a chi ha familiarità con la timidezza. Accanto a ciò, non mancano riferimento a sogni sospesi, ma anche alla rivalsa, le piccole grandi conquiste quotidiane. C’è spazio pure per temi che scaturiscono dalla sguardo puntato fuori da sé.

Anche in questo modo nasce “Time Crisis”, il primo singolo tratto dal disco, per il quale è stato girato un videoclip.

Il luogo principale in cui è ambientato il videoclip è molto suggestivo.

«La location è una cava abbandonata che si trova in periferia, bombardata dai writers. Ho scelto questa location perché rappresenta un ambiente decadente, esattamente come la nostra società».
La zona è quella del riminese.
Dalle nostre parti non mancano eventi hip-hop di portata grande, che coinvolgano un numero grande di persone. Però con Cloud, pur rimanendo nell’ambito, desidero parlare di un locale differente: uno spazio culturale dove si crea, si produce arte, sapere, si alimenta un’anima creativa attenta, all’avanguardia e intelligente, non solo nell’ambito hip hop. Il CISIM di Lido Adriano.

«Ormai sono tre anni che partecipo agli eventi del Cisim. Conosco i ragazzi che lo gestiscono e devo far loro i complimenti perché hanno dato vita ad una serie di serate davvero potenti. Ogni volta mi sento a casa e respiro quell’aria che in passato si poteva respirare alle jam. Consiglio sopratutto ai giovani di partecipare alle serate del Cisim, per poter vivere quel clima di aggregazione e di condivisione ormai andato perduto. Di conseguenza è molto importante il lavoro che porta avanti il Cisim (compresi laboratori di Hip Hop per i giovani) nella formazione e nello sviluppo della cultura hip hop in Romagna. Di serate hip hop in Romagna oggi ne organizzano diverse ma il mood del Cisim direi che lo rende una realtà unica in zona».

Chiudo la conversazione con Cloud chiedendogli di soddisfare un’ultima curiosità.

«Ho scelto il nome Cloud perché in italiano significa “Nuvola”. Le nuvole mi hanno sempre affascinato, mi trasmettono poesia, serenità e libertà. Mi mettono il cuore in pace»
«Ho cominciato così: EA (Mattischianti), un rapper di Cesena, aveva spiegato le basi del freestyle ad un mio caro amico. Avevamo 16 anni. Qualche giorno dopo già ci allenavamo ore per imparare a fare freestyle, nel parco pubblico che frequentavamo. Ascoltavo rap da un paio d’anni e avevo scritto anche qualche testo, ancora molto acerbo.
In quel periodo ci siamo allenati per diversi mesi, migliorando la nostra capacità di fare freestyle. Dopo qualche anno ci siamo buttati nelle battle di freestyle, anche per testare il nostro livello: sono state grandi esperienze. Così ho conosciuto diversi mc’s con cui poi ho avuto anche modo di collaborare.
I primi pezzi li ho registrati intorno ai 18 anni: registravo a casa di un amico, masterizzavo i pezzi su cd e li facevo girare tra le persone che conoscevo. Fino a 23 anni ho dato maggior spazio al freestyle piuttosto che alla scrittura. Poi le cose si sono invertite e ora mi concentro principalmente sulla scrittura, anche se in realtà durante i miei live, il freestyle non manca mai!»
Ecco come tutto cominciò, e chissà come continuerà!

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